Uccisione di Floyd, la protesta coinvolge anche “Via col vento”

Non si placano le manifestazioni in tutto il mondo dopo l'uccisione di un uomo di colore, George Floyd, da parte di un poliziotto bianco. La protesta divampa in tutto il mondo prendendo di mira persone e prodotti ritenuti discriminanti: è capitato anche col film "Via col vento", eliminato dal catalogo della piattaforma streaming Hbo Max e poi reinserito con un commento storico.

Non è certo la prima volta che il film Via col vento, forse uno dei più celebri della storia del cinema, viene accusato di dar voce a stereotipi razzisti e di conseguenza rimosso dalla programmazione di alcune sale; ma, nell’era delle proteste globali innescate dalla morte di George Floydl’uomo afroamericano ucciso a Minneapolis da un poliziotto bianco – e della furia iconoclasta che ha colpito le statue di Colombo, di Churchill (anch’egli accusato di razzismo) e degli schiavisti, ha avuto particolare risonanza la decisione della piattaforma streaming Hbo Max di cancellare temporaneamente questo titolo dal proprio catalogo.

«È un film del suo tempo che raffigura alcuni pregiudizi etnici e razziali che erano, disgraziatamente, dati per assodati nella società americana – si legge nella dichiarazione divulgata dal portavoce di Hbo Max –. Queste descrizioni razziste erano sbagliate allora come ora e abbiamo pensato che mantenere questo titolo senza una spiegazione e una denuncia di quelle descrizioni sarebbe stato irresponsabile». Per questo il film è stato reinserito solo dopo aver predisposto la presentazione da parte di uno storico. Per capire meglio la decisione della Hbo è tuttavia necessario inquadrare meglio il contesto sia attuale che dell’epoca e la storia del film.

Innanzitutto va precisato che la pellicola è, appunto, un film del suo tempo: l’autrice del libro da cui il film è stato tratto, Margaret Mitchell, era nata ad Atlanta – cuore del sud ex schiavista – nel 1900, aveva iniziato a lavorare all’opera nel 1926, per vederla pubblicata dieci anni più tardi e tramutata in film nel 1939.

La Mitchell stessa amava ricordare che il romanzo le era stato ispirato dai racconti dei veterani della guerra civile, che lei ascoltava da bambina – il conflitto era finito appena 35 anni prima della sua nascita. Sia il libro che il film non potevano quindi che rappresentare il punto di vista della società bianca della seconda metà dell’Ottocento: cosa che alcuni hanno colto come semplice fedeltà storica, altri come apologia delle passate glorie schiaviste. Comunque la si voglia vedere, non si tratta né di merito né di demerito, quanto di un dato di fatto.

Altrettanto un dato di fatto è che aver parlato di schiavitù nel film contribuì già all’epoca a puntare i riflettori sul problema di una discriminazione razziale ancora istituzionalizzata. Ad incarnare la questione fu Hattie McDaniel, l’interprete della schiava nera Mummy: non solo il celeberrimo protagonista maschile del film, Clark Gable, minacciò di non prendere parte alla faraonica première del film perché l’attrice non era stata ammessa in quanto nera (si dice che cambiò idea solo perché convinto dalla McDaniel stessa); ma fu proprio lei ad aggiudicarsi, prima attrice afroamericana della Storia, l’Oscar come miglior attrice non protagonista – peraltro scalzando un’altra attrice che aveva recitato nello stesso film, Olivia de Havilland, che aveva interpretato la “bianchissima” Melania Wilkes.

Alla consegna del premio, nel 1940, non le fu permesso di partecipare ai festeggiamenti insieme al resto degli attori bianchi; ma già il fatto di vederla salire i gradini del palco a ritirare il premio, tenendo un discorso di ringraziamento che non ignorò le tematiche razziali, fu una novità assoluta. Da notare che era stata anche la prima donna afroamericana a cantare alla radio, cosa che le guadagnò due stelle sulla Walk of Fame di Hollywood – una come cantante e l’altra come attrice.

Certo la McDaniel fu accusata anche di interpretare, per opportunismo, ruoli stereotipati che non facevano che rafforzare l’oppressione; ma la sua risposta fu: «Credo che il pubblico sia meno ingenuo di quello che credono i più critici», costituisce ancora oggi una pesante provocazione, in tempi in cui l’analfabetismo funzionale da social ci ha viceversa portati all’ingenuità e acriticità più disarmante davanti a tutto ciò che vediamo o leggiamo su uno schermo.

Significativa anche un’altra celebre frase della McDaniel: «Perché dovrei sentirmi in colpa se guadagno 700 dollari a settimana interpretando una cameriera? Se non lo avessi fatto, guadagnerei 7 dollari alla settimana lavorando come una vera donna di servizio». L’attrice era nata trent’anni dopo la fine della guerra civile, in una famiglia di ex schiavi, che ben conosceva uno dei più pesanti drammi dell’epoca, ossia che gli ex schiavi liberati, in assenza di opportunità di lavoro dignitoso, si trovavano a dover scegliere tra la miseria e il servizio mal pagato e oppressivo agli ex padroni.

La McDaniel stava quindi mettendo tutti di fronte al fatto che l’aver colto un’opportunità sino ad allora riservata ai bianchi non era un affronto agli afroamericani, ma piuttosto la dimostrazione che che le differenze tra etnie in termini di lavoro e di salario non avevano ragion d’essere. Il problema della differenza di opportunità di istruzione e di lavoro tra bianchi e neri è ancora oggi irrisolto e alla base delle proteste: e in questo senso le sue parole continuano a provocare.

Questo per citare soltanto alcune delle questioni sollevate da “Via col vento”; che da un lato aiutano a spiegare come mai nella società americana sia ancora percepito come così provocatorio e “politicamente scorretto”, dall’altro dimostrano che può viceversa costituire – e già ha costituito – una base per il dibattito e il cambiamento. Del resto, come ha ammonito il celebre storico Alessandro Barbero in una recente puntata del suo a.C.d.C. su Rai Storia, il politicamente corretto è figlio di una buona intenzione; ma non rende giustizia alla complessità della Storia, e si sa bene quale sia la più nota delle strade lastricate di buone intenzioni.

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