U.S. in corte

U.S. in corte
Una bomba di due tonnellate sganciata da un bombardiere dei “liberatori” da duemila metri d’altezza, avrebbe trapassato i tre piani della mia casa (il mitico 111) come un coltellino taglia un panetto di burro.

Così diceva mio padre che si ricordava com’era fatto il burro, a differenza di noi bambini, dato che dall’inizio della guerra rarissimamente lo si vedeva nelle case della gente semplice come noi.
 

 

Per di più a quei tempi i frigoriferi (si diceva frigidaire) si vedevano soltanto nei film americani e il burro lo si teneva in fresco sotto un filino d’acqua corrente nel lavandino della cucina, cosicché rimaneva sempre un po’ molliccio; immaginiamoci con quanta facilità si poteva tagliarlo.

Fatta questa considerazione, «io la fine del topo non la voglio fare», concludeva papà. E mentre tutti noi venivamo spediti nella cantina elevata al rango di rifugio antiaereo, puntellata pateticamente con qualche trave, lui vagava nientemeno che per i solai dove del resto la fine l’avrebbe fatta soltanto mezzo secondo prima di noi, ma dove insieme agli altri uomini del caseggiato si dedicava a spegnere gli spezzoni al fosforo, che, sempre per liberarci, ci venivano scaricati in testa.
Erano affarucci piccolini, non come le bombe da due tonnellate, ma venivano giù a grappoli e spegnerne anche uno solo non era mica un giochetto perché il fosforo, una volta spento, si riaccende subito da solo, e se quella squadra di sfegatati non avesse battuto i solai metro per metro, la nostra casa sarebbe bruciata come un falò nella notte di san Giovanni.

Noi, dunque, donne e bambini ce ne stavamo nella cantina-rifugio. Le donne a dire il rosario, anche la stiratrice che era “una poco di buono” e noi bambini a scorrazzare per i corridoi bui in cerca di avventure, come se non bastassero quelle che ci regalava ogni giorno la gloriosa ed eroica Seconda guerra mondiale che, qualcuno si ostinava a dire, ci avrebbe portato ad una fulgida vittoria.

E un bel falò s’era visto nel cantiere vicino dove per colpa della guerra erano stati sospesi i lavori. A quei tempi si facevano ancora le impalcature con assi e pali e quindi lì di legna ce n’era un bel po’. Così quando caddero gli spezzoni incendiari e, più in là qualche bomba, tutto il quartiere, per lo spostamento d’aria, si riempì di tizzoni infuocati che svolazzavano appiccando il fuoco a tutto quello che trovavano. Fu una bella lotta per i papà che stavano sui solai. Non so perché non c’è una lapide, un monumentino nei giardinetti, una via, anche piccola, intitolata ai “papà del Mac Mahon”. Chissà chi, nel nostro comune, decide chi sia stato un eroe e chi no.

Questi papà avevano l’orecchio esercitato e sembrava fossero in grado, soltanto ascoltando il rombo dei quadrimotori, di decifrare gli ordini del comandante della squadriglia. Così quando capivano che gli aerei dei liberatori se ne stavano andando (avevano finito le bombe), scendevano dai solai e, un po’ nericci e bruciacchiati, si ritrovavano nel cortile e si scambiavano occhiate che erano quasi sorrisi: «Anche questa è fatta», dicevano. Poi lentamente andavano alla porta del rifugio-cantina, cacciavano dentro la testa e gridavano: «Su, che si va a dormire!».

Le donne uscivano pian piano, sospirando. Prendevano a braccetto il loro eroe e gli bisbigliavano qualcosa che noi bambini non sentivamo. Poi ci acchiappavano mentre, il sonno ormai scomparso, scorrazzavamo come gatti per il cortile. E ognuno se ne tornava nelle sue tre stanzette. Si sentivano i passi su per le scale e le voci e l’allegria dello scampato pericolo e lo sbattere degli usci che rendevano più lontane e soffocate le ultime risatine.

Solo allora, finalmente, suonava la sirena del “cessato allarme” per dire che tutto era finito. Per ora.

E la sirena non era meno lugubre di quella che aveva annunciato l’incursione, forse perché in quella notte, da molti rifugi-cantina come il nostro, nessuno più sarebbe uscito vivo.

Ancora negli anni Settanta si potevano vedere in città i resti delle case bombardate. Di qualcuna era rimasto soltanto un muro perimetrale alto non più di un metro, un metro e venti. E spesso, su questi avanzi ai quali così facilmente ci eravamo abituati, si poteva scorgere, sbiadito e scrostato dal tempo, un grosso freccione dipinto in bianco e rosso e accanto una scritta: “U.S. in corte”.

Pochi sanno cosa vuol dire, ma io sì, perché a quei tempi c’ero.
Vuol dire che nel cortile di quella casa era stata prevista una “Uscita di sicurezza” per emergere dal rifugio-cantina. Ma qualcuno ne sarà davvero uscito vivo? Non lo sa più nessuno. Neppure io che c’ero e che cerco di non dimenticare cos’è una guerra.

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