Tutto ok, dottoré!

Tre storie di adolescenti a rischio accompagnati in un percorso di “risalita”. Un’assistente sociale racconta.
Città Napoli
Vivo a Napoli da circa vent’anni, spesso in situazioni off-limits in cui sperimento tutta la mia impotenza, ma amo il mio lavoro – sono assistente sociale specializzata in processi formativi per adolescenti – e ci credo. Non perché sono un’illusa, ma per la convinzione che in ciascuno c’è sempre una risorsa sulla quale fare leva per risollevarsi.

Giorno dopo giorno, cercando di accompagnare alcuni di questi adolescenti con situazioni familiari multi-problematiche in percorsi di recupero pensati insieme, mi sembra di costruire, pur con grande fatica, piccoli nodi di una grande rete “sociale”.

 

Titta l’estetista

 

«Buongiorno, dottoré, sono Titta. Mi conoscono tutti così nel quartiere. Sapete, io sono sempre stata una “discola”. A scuola poi, non ne parliamo proprio! Non sono mai stata capace di stare ferma un’ora seduta nel banco. Era più forte di me: dovevo fare “ammuina”, come si dice a Napoli!

«Mo’ mi vedete calma. Sapete, ho compiuto diciott’ anni, ma lavoro da quando ne avevo quattordici. Che vi serve? Dovete tingervi i capelli? Volete truccarvi, fare il manicure? Ci pensa Titta a tutto. E poi viene fino a casa vostra…

«La mia storia? Papà, da quando ero piccola, non l’ho visto più. Mammà va a fare le pulizie a casa di qualche buona famiglia, ma io molto presto ho capito che dovevo pensare da sola a me stessa. Mi sono data “una mossa”, ho preso la licenza media e poi ho frequentato la scuola per diventare estetista.

«Due anni fa è successo l’incidente con il motorino… Io non volevo fare del male a nessuno, ma non avevo il patentino e chi poteva immaginare? La signora anziana che non ero riuscita a scansare era addirittura morta. Che tragedia! Ho capito che, se siamo irresponsabili, possiamo causare cose terribili agli altri prima che a noi e ho deciso di fare di tutto pur di riparare al male fatto».

Per effettuare un percorso di recupero, è stato proposto a Titta di fare un’attività socialmente utile: così, con la responsabile di un’associazione di volontariato operante nel quartiere, è nata l’idea di metter su un piccolo laboratorio settimanale di “trucco e maquillage” per teen-ager. Quando ho chiesto a Titta come stava andando, mi ha risposto tutta contenta: «Tutto ok. Va alla grande, dottoré».

 

Elena l’orafa

 

«Ma come facevate a saperlo che Elena mia era così brava come orafa, dottoré?». Questa la domanda di una mamma dopo appena tre mesi di frequenza della figlia al corso regionale per nuovi apprendisti orafi. Elena, sedici anni, è l’unica adolescente di sesso femminile di una strana classe composta da ragazzi difficili, a rischio o, come scherzando preferivo chiamarli io, “già rischiati” nel senso di già coinvolti, chi più chi meno, in circuiti illeciti, da adulti senza scrupoli e sempre alla ricerca di nuova manovalanza minorile sia in città che nella provincia.

Un giorno era successo anche a lei, Elena, che certo non se lo sarebbe mai aspettato dalla sua più cara amica: «Dai, famme ‘sto piacere. Non succede niente… Devi solo tenere “stipato” (conservato) a casa ‘sto pacchettiello. È ‘na cosa sicura assai!».

Quando irruppero come una furia a casa i “falchi” a mettere a soqquadro tutto, la mamma di Elena stava svenendo: no, non ci poteva credere che la figlia – tutto quello che le era rimasto dopo la morte del marito – conservasse della sostanza stupefacente. Ma era impazzita? La ragazza era stata arrestata e processata per direttissima. Meno male che la procedura penale minorile in Italia, in particolari casi in cui il reato commesso è ritenuto un fatto unico ed isolato, un vero incidente di percorso nella vita di un adolescente, offre grandi possibilità per chi vuole sottoporsi ad un reale percorso di recupero.

Così Elena, che prima trascinava le sue giornate nella noia, dietro mia presentazione, aveva superato brillantemente il colloquio di selezione per quel corso per nuovi aspiranti orafi appena istituito dalla Regione. Alcuni pomeriggi, inoltre, è impegnata in una attività socialmente utile, per riparare in qualche modo al danno fatto alla società con il proprio errore.

Non potevo immaginare che sarebbe diventata in breve tempo una brava orafa, ma ho creduto che poteva farcela ad uscire dal tunnel della devianza minorile. Oggi Elena mi sorride fiduciosa, anche perché si è fidanzata con un coetaneo e questo rapporto affettivo la incoraggia ad andare avanti, sapendo che non è da sola nel suo percorso di “risalita”.

 

Gennaro il pasticciere

 

«Gennaro è ancora nu criaturo (piccolino), dottoré!», mi strilla nell’orecchio la mamma di Genny (così lo chiamano tutti qui nel suo quartiere). In verità, Genny è un ragazzo robusto, alto un metro e ottanta; ha diciassette anni e mezzo ed io tanto “piccolo” non riesco a vederlo. Per un errore commesso andando dietro ad un amico più grande di lui, ha trascorso tutta l’estate chiuso in casa insieme alla mamma, tv, play-station ed un mazzo di carte napoletane, compagne delle sue tante veglie notturne.

Genny sta simpatico proprio a tutti: è affettuoso, dolce, sincero; ed è per questo, forse, che la mamma lo continua a chiamare “criaturo”, perché come i bambini non sa mentire. A dire il vero, non se la sa nemmeno tanto cavare da solo, senza l’aiuto di mammà!

Così esuberante e pieno di vita, Gennaro, pur di uscire dal suo piccolo monolocale, accetta l’unica possibilità di apprendistato lavorativo in un negozio di pompe funebri. Comincia così, molto lentamente, la risalita verso una vita “normale”: corse in motorino, una ragazzina bruna che lo aspetta quando torna a casa la sera dal lavoro.

Passati i momenti più difficili, Genny trova lavoro come apprendista pasticciere e dal mattino presto fino al pomeriggio è sempre nel laboratorio artigianale, a confezionare e sfornare, con grande soddisfazione, sfogliatelle e babà in quantità.

Per quanto riguarda la brunetta, beh, Genny ha finito per sposarla; da qualche mese è nata Morena, una bellissima bambina identica in tutto a papà.

Guardando la figlia che ha in braccio, lui mi dice con orgoglio: «Mo’ me vedono più gli amici del quartiere… non ho più tempo per pazzià (giocare) con loro. Devo pensare solamente a mia moglie e a mia figlia. È bella, eh? Dite la verità che è proprio bella assai».

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