Turandot e Arlecchino

Nasce da un poemetto persiano del XII secolo la fiaba di Turandot. Nel Settecento, il veneziano Carlo Gozzi, attingendo ad altre fonti, la fece diventare definitivamente cinese. È la storia ben nota, perché già musicata da Puccini, della crudele principessa che odia gli uomini e sottopone i suoi pretendenti a difficilissime prove in forma di enigmi; del principe Calaf, esule sotto mentite spoglie, che li svela tutti con esattezza e conquista il cuore di lei; e della schiava innamorata a sua volta del giovane e destinata al sacrificio. Immersa in fondali scenici liberty e fumettistici, con costumi dalle fogge orientali, Turandot, principessa chinese, lo spettacolo ideato da Beppe Menegatti per il Teatro dell’Opera di Roma, è un trionfo cromatico: una Cina fiabesca, luogo della fantasia e dell’anima. Sulla musica di Ferruccio Busoni, il coreografo Luca Veggetti si è mosso verso forme di teatrodanza per tradurre in movimento le valenze simboliche del racconto. Pur senza particolari impennate di danza, lo spettacolo regala due belle interpretazioni coi ballerini Gaia Straccamore e Riccardo Di Cosmo. Ma il vero punto di forza è la presenza dell’attore Ferruccio Soleri, l’Arlecchino di Strehler. E’ lui – ancora giovane nella grazia dei gesti – a fare da trait d’union con battute in veneziano, incarnando alcune maschere della Commedia dell’Arte. Due scene da “Turandot, principessa dell’Arte. E a regalarci un’autentico cammeo: il lazzo della lettera, tratto dal suo celebre Arlecchino servitore di due padroni. FRA TRADIZIONE E JAZZ DANCE Saldamente ancorata alla tradizione giapponese, la Masashi Mishiro Jazz Dance Company, per la prima volta in Italia, immette elementi di danza jazz. L’effetto è una spettacolare miscela – acrobatica, ironica e poetica – dal titolo Action machine. Sei brani che ci conducono nella cultura del paese del Sol Levante: dalle arti marziali, alle cerimonie di festa (con i ballerini che indossano la maschera della volpe bianca, considerata messaggero divino); dalla frenesia dei moderni businessman (pezzo divertente ma troppo occidentalizzato, e pure scopiazzato), alla estatica danza dei fiori; dalla leggenda del dio del tuono Raijin, al più narrativo Ninja, storia di guerrieri. Tra luci d’effetto e musiche rockeggianti, i brani più belli sono quelli che meno strizzano l’occhio al nostro gusto. Perché il fascino di una cultura è nell’offrirla col suo peculiare linguaggio e nella sua diversità.

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