Tunisia, il governo Mechichi alle prese con la crisi economica

Il nuovo governo della Tunisia, guidato dal 46 enne Hichem Mechichi, ha ottenuto la fiducia con un notevole margine di consensi, scongiurando una pericolosa crisi istituzionale. Evitando di limitarsi a sostenere la sicurezza per bloccare le migrazioni, l’Ue e l’Italia potrebbero aiutare la ripartenza del Paese puntando sui giovani.
Il primo ministro della Tunisia, Mechichi, foto Ap

Il 2 settembre scorso il nuovo governo tunisino, guidato da Hichem Mechichi, ha ottenuto la fiducia del Parlamento con una maggioranza di 134 voti favorevoli e 67 contrari. È un risultato che ha quasi dell’incredibile, date le premesse. Il nuovo esecutivo, il terzo in meno di un anno, è un governo di tecnici costituito da 24 ministri (8 donne) e 3 segretari di Stato.

Il premier, 46 anni, è Hichem Mechichi, già ministro dell’Interno nel precedente governo guidato da Elyes Fakhfakh. Fakhfakh aveva rassegnato le dimissioni il 15 luglio, meno di 5 mesi dopo l’insediamento, rimettendo il mandato nelle mani del presidente della Repubblica Kais Saied ed evitando così la sfiducia da parte del Parlamento: un voto che rischiava di aprire una crisi al buio con nuove  elezioni politiche a meno di un anno dalle precedenti.

La cosa avrebbe facilmente scatenato la protesta della gente, stanca di giochi politici inconcludenti in un momento molto difficile per il Paese. Fakhfakh era accusato sottobanco di corruzione e contro di lui erano state raccolte firme di sfiducia da parte del partito islamista Ennahda, vicino ai Fratelli Musulmani, che peraltro faceva parte della coalizione di governo. Il tentativo di Ennahda (partito di maggioranza relativa, ma senza i numeri per governare da solo) di assumere la guida del Paese era stato pertanto bloccato dal presidente Saied, che a norma di legge aveva affidato l’incarico di formare il nuovo esecutivo a Hichem Mechichi, suo uomo di fiducia.

Ennahda, che ha oltretutto non pochi problemi interni, ha alla fine appoggiato, anche se obtorto collo, insieme ad altre formazioni politiche, il nuovo governo di tecnici (accademici, magistrati, manager e funzionari pubblici). Mechichi guida così il nono governo dalla “rivoluzione dei gelsomini” (2011), che riuscì a mettere fine alla dittatura di Ben Alì. Il nuovo premier ha dichiarato di voler «scongiurare altri conflitti politici» (come quello che ha portato alla caduta di Fakhfakh) per «favorire con misure innovative la crescita economica in profonda crisi».

Infatti, la crisi economica del Paese, che era già seria, è precipitata a causa del Covid-19. La disoccupazione sta superando il 18%, circa il 35% per quanto riguarda i giovani, e il crollo del Pil è quantificato intorno al 12%.

Per comprendere un po’ meglio cosa c’è dietro a questa débâcle, è sufficiente citare alcuni dati: nel 2019 ci sono stati in Tunisia 9 milioni di turisti stranieri, che quest’anno con il Covid-19 sono diventati pressochè zero. Il crollo delle entrate dello Stato è stato del 60%.

Dei circa 12 milioni di abitanti, circa 2 milioni, quelli che lavoravano nell’ambito del turismo, si sono ritrovati di fatto disoccupati, e questo significa che le loro famiglie, circa 6-7 milioni di persone, sono rimaste senza il reddito su cui contavano per vivere. Se a questi si aggiungono i circa 200 mila tunisini che lavoravano in Libia fino allo scorso anno, che sono rientrati a causa dell’acuirsi del conflitto, si inizia a comprendere un po’ cosa ci sia dietro agli sbarchi autonomi di giovani tunisini che da alcuni mesi stanno aumentando sulle coste siciliane. Tanto che i tunisini rappresentano il 25% dei migranti di luglio e agosto, circa 6.500 persone in due mesi.

Sulla preoccupazione italiana ed europea di arginare il flusso fra le coste tunisine e quelle italiane di barche private, pescherecci e quant’altro galleggia, rimando a La Tunisia senza governo (e le barche che partono) del 6 agosto scorso. L’azione politica del governo italiano e dell’Ue i ministri Di Maio e Lamorgese hanno incontrato il premier Mechichi) sembra finora rinchiusa nella preoccupazione di bloccare e respingere (finanziando la sicurezza tunisina), come se l’emergenza sbarchi non consentisse di pensare anche con una più ampia visuale. Eppure nel caso specifico della Tunisia è indispensabile valutare l’importanza per l’Italia di aiutare lo sviluppo di un importante partner internazionale, favorendo lavoro e occupazione che potrebbero evitare non solo gli sbarchi, ma anche pericolose derive islamiste a due passi da casa.

Majdi Karbai, giovane deputato tunisino del partito Attayar (Corrente democratica) che vive da 10 anni in Italia (lavora per Save The Children), in un’interessante intervista (su formiche.net del 18 agosto 2020), afferma fra l’altro: «Siamo come l’Italia negli anni Cinquanta e Sessanta, quando c’è stata un’ondata di migrazione italiana che ha prodotto ricchezza in giro per il mondo. E poi quegli emigrati in molti casi sono tornati ed hanno contribuito allo sviluppo economico e sociale, creando prosperità e ricchezza. Ed è questo che noi cerchiamo in Tunisia. L’Ue, invece di inviare soldi per la sicurezza, dovrebbe aiutare quei giovani [tunisini] che girano per i paesi europei a poter investire nel loro Paese».

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