Tu ci vedi col cuore!

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Tra me e Maria Chiara Ha appena sei anni,Maria Chiara, ma è così assennata da sembrare più grande della sua età. Una domenica, contrariamente al solito, mi viene incontro mogia mogia: Che hai, non ti senti bene?. No, volevo tenerti compagnia sull’altare, per stare più vicino a Gesù. Mamma però mi ha detto di no, perché sono piccola. E che significa? Gesù ha detto: lasciate che i piccoli vengano a me!. Allora posso venire?. Certamente!. Vado a dirlo a mamma!. Raggiante, vola via leggera come una farfalla; poco dopo, discreta e silenziosa, la sento porgermi la manina e stringermi, come a dire: sta’ tranquillo! Quasi fossi io il bambino, mi lascio portare; e mentre saliamo all’altare, fa in modo da evitarmi gli ostacoli. Piccola com’è, osserva tutto, sempre pronta ad intervenire. La chiesa è strapiena di bambini (quella delle dieci e mezzo è la loro messa), perciò don Dario e il diacono aiutano per distribuire l’Eucaristia; io invece rimango in piedi sull’altare. Vuoi andare anche tu con loro?: No! – risponde risoluta -. Io devo stare qui vicino a te, se no rimani solo!. Una sera nel mio ufficio squilla il telefono: Ciao, Raf!. Ciao, Maria Chiara!. Sorpresa: Come hai fatto a riconoscermi?. E tu non lo sai?. Ah sì! – mi dice -. Io sto a casa, tu in chiesa, ma tra noi c’è qualcosa…. Che cosa? insinuo io. C’è l’amore!. Lo sai l’amore cosa fa?. Ci fa amici…. E poi che altro ancora?. Rivolta alla mamma che le sta vicino, la bambina ripete la mia domanda. Si sente suggerire: L’amore ci fa uno!. È felice la mia piccola amica; ma la sua gioia esplode quando mi comunica che è in partenza per il Congresso delle gen 4. Sì, Raf – è il suo affettuoso saluto -: io vado ma ti lascio Gesù che sarà sempre in mezzo a noi!. Chiamali bambini! La tenacia di Flavia Quando aveva solo cinque anni, forse perché messa in soggezione dai miei occhiali scuri, si ritraeva davanti a me. Prima o poi però – ne ero convinto – anche Flavia sarebbe diventata una mia grande amica come tutti gli altri bambini. Il giorno in cui mi è venuta incontro stampandomi un bacio, più felice di lei mi sono detto: Ecco, questo è l’inizio!. Da allora, infatti, è nato tra noi un rapporto di confidenza e spontaneità. La profondità e la concretezza di questa bambina mi facevano concludere che ne avrebbe fatta di strada. E in effetti è così: ormai spontaneamente si alza durante la messa e senza timore alcuno, davanti a tutti, esprime al microfono quello che sente in cuore o una breve ma succosa preghiera. Un giorno,mentre sono a colloquio con una persona, sento bussare alla porta del mio studio. Ecco, i miei gioielli!.Mi accorgo che sono i bambini dalla delicatezza con cui bussano; quando sono impegnato con i grandi non permetto interruzioni, ma a loro do sempre la precedenza. È proprio Flavia, che ora ha sette anni. Si scusa con il mio interlocutore; poi: Raf, ti posso dare un bacio?. Certo! E io in cambio che posso darti?. Lei, spigliata: Una caramella!. Dal cassetto sempre colmo di cose buone che gli stessi bambini mi donano, prendo un pacchetto e la invito a scegliere. Flavia ne prende sei, perché giù ci sono altre mie amiche!. Sia io che la persona con cui mi sto intrattenendo rimaniamo toccati da questo gesto di altruismo. Flavia, una bambina dolce, sensibile e… capace di contestare quando si accorge di qualcosa che non va. Come quella volta che, passeggiando con mamma e papà per strada, si sente spiegare: Vedi qui c’è il parco giochi, la villa comunale . Lei invece nota un grande spazio incolto, pieno di erbacce, immondizia, siringhe di drogati. La sua reazione a tanto squallore: E me la chiamate villa comunale questa? È questo il parco giochi dei bambini?. Arriva a scrivere al sindaco: Caro sindaco, vergognati… . Non ricordo il testo della lettera, ma il primo cittadino dev’essere rimasto sconvolto perché manda subito una squadra per far pulizia e creare un po’ di ordine. Dopo un po’, Flavia ritorna sul posto: Il sindaco ha pulito? – fa osservare ai suoi -. Ma non vedo il verde, non c’è lo scivolo, l’altalena… . Giorni fa viene ad annunciarmi soddisfatta che si è avverato il suo sogno: nella villa comunale ora ci sono tanti giochi, così finalmente i bambini potranno divertirsi in un luogo sicuro. Il suo racconto, assai vivace, è delizioso. È la cronaca dettagliata di un progetto realizzato con una tenacia che i grandi dovrebbero imitare. La mia amica Federica Mi è venuta a trovare M., diciott’anni e troppi problemi. Chiusa, impacciata, tra me e lei un muro di diffidenza. Cerco di metterla a suo agio con qualche domanda sui suoi studi, la sua vita, i suoi sogni. Provo poi con qualche battuta, qualche storiella… Niente da fare, silenzio assoluto. Sto per arrendermi, vorrei dirle: Insomma, perché sei qui? Cosa vuoi?. Ma ecco un tocco leggero alla mia porta. Avanti!. E, senza che il nuovo venuto apra bocca: Ciao, Federica!. Come hai fatto? – si stupisce lei -. Io non ho parlato!. Tu lo sai, io vedo anche a porte chiuse. Federica è arrivata al momento giusto. La ragazza, finora fredda come ghiaccio, sconcertata ripete anche lei: La bambina non ha parlato! Come ha fatto?. E comincia a sciogliersi… Federica, questa bambina di appena sei anni, se si accorge che sono rimasto senza una guida, è subito pronta a intervenire: Dammi la mano – mi invita con voce suadente -, ti accompagno io!. Ed io fidandomi mi consegno a lei. Attento, vieni più qui, non farti male! , mi avverte lungo il corridoio. Aspetta! – prosegue -: qui c’è la porta! e con una manina mi tiene stretto, con l’altra la apre; poi per aiutarmi a varcare la soglia mi afferra per i fianchi e mi spinge delicatamente in avanti. Io la lascio fare e intanto rifletto: i grandi per pudore non oserebbero tanto! Poco dopo, mi ammonisce: Raf, aspetta qui! C’è la scala, si scende!. Grazie, Federica: sei veramente la mia amica le dico in rima. Sempre tenendomi stretto, mi aiuta a scendere e ad ogni gradino mi stringe la mano contando: uno, due, tre, quattro…! Arrivati giù alla scala, soddisfatta per l’impresa riuscita: E adesso dove debbo portarti?. Il finale, con quel bacio così tenero di commiato, è commovente. Io resto lì incantato e non so se rifletto o sto pregando; so solo che ho il cuore pieno. Gianfranco le ha imparate per me Appena ricevuto il sacramento dell’Eucarestia, Gianfranco si è inserito nel gruppo Arcobaleno tra i ministranti perché – dice – mi piace stare vicino vicino a Gesù sull’altare e vicino a te. Gianfranco è fin troppo vispo: non riesce a stare un attimo fermo. Dotato di estro e fantasia, le inventa tutte, e non gli manca il senso dell’humor. Nel suo ruolo di ministrante, però, durante la messa dei bambini, si trasforma, diventa serio, attento. Si prende letteralmente cura di me, mi guida, mi suggerisce, mi richiama. È normale che un ragazzo intelligente sappia rispondere alle preghiere; quando però recito le preghiere del canone, quelle cioè che competono al solo sacerdote, più di una volta l’ho sorpreso a recitarle insieme a me sottovoce. Sei proprio bravo, Gianfranco, sai tutte le preghiere della messa a memoria. Come mai?. Vistosi scoperto, ammette soddisfatto: Le ho imparate per te. Ti ricordi quella volta che…. Sì, quella volta: la chiesa era strapiena e la funzione disturbata dal pianto di un bambino e da qualcuno che si agitava… Ed ecco mi ero distratto e non riuscivo più ad andare avanti, nonostante il tentativo di una catechista di venirmi in aiuto. Gianfranco da quel momento ha deciso: Se capiterà un’altra volta, lo aiuterò io. In che modo? Appunto imparando a memoria tutte le preghiere della messa. Non è meraviglioso? Le domande di Maria Anche lei sei anni, e un rapporto tutto speciale con me. Forse perché ha perso il papà quando era appena di pochi mesi. Curiosa come tutti i bambini, mi pone mille domande. Una domenica, mentre la mamma si intrattiene con una amica, mi corre incontro: Possiamo parlare un po’ io e te?. Libera e sciolta, si apre, si confida, racconta tante cose con semplicità e candore. Raf – mi fa ad un tratto -, se ti chiedo una cosa mi dici la verità?. Certo, siamo amici e poi non so dirti bugie!. Preso coraggio, prosegue: È proprio vero che tu non vedi?. Glielo confermo. Neppure un poco? insiste. Per fugare ogni imbarazzo, scherzosamente le rispondo: Che me ne faccio di un poco? O tutto o niente!. E lei, fatta più ardita: …neppure un’ombra? . No, Maria, le ombre mi mettono paura!. Furba com’è, mi spiazza: Ma allora perché hai gli occhiali?. È una domanda che i bambini spesso mi fanno: io non riesco a mentire. Le spiego allora che porto gli occhiali per non far preoccupare o soffrire quelli come lei. Ho capito! – esclama poi tutta seria -. Scusa, posso vedere? Togliti gli occhiali! . A tale richiesta imperiosa ma piena di spontaneità non so rifiutarmi. La sento poi quasi rassegnata: Sì, è vero, gli occhi non ci sono più!. E come se volesse consolarmi, proprio come una mammina: Raf, ma tu gli occhi li hai nel cuore!.

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