Trump non è solo al mondo

La politica e gli atti del nuovo presidente Usa visti da lontano. Un difficile inizio di mandato, quello di The Donald, per la forte discontinuità rispetto ai predecessori e una strategia ancora difficile da capire. Un carattere intuitivo e irruente da imprenditore; una comunicazione via Twitter che arriva al sodo ma che sconcerta; un deciso ricentramento sugli Usa; una spesso confusa conoscenza degli scenari regionali; una scarsa considerazione dei problemi ambientali: ecco alcune delle letture possibili della nuova presidenza

POLITICA INTERNA

Un caos strategico

di Maddalena Maltese

corrispondente dagli Stati Uniti

 

Il 22 ottobre 2016, nella cittadina di Gettysburg, Donald Trump ha firmato il contratto di 18 punti che avrebbe ricostruito la grandezza degli Stati Uniti d’America. Marketing perfetto per un impero imprenditoriale, discutibile e fragile per governare un Paese. E questi mesi ne sono la prova, anche per le istituzioni statunitensi che sentono franare sotto i loro piedi autorevolezza e indipendenza. Intanto Trump, con la strategia degli ordini esecutivi, i tweet e le uscite non concordate con lo staff, sta dando un salutare scossone al paludato apparato statale. È totale novità, ad esempio, la presenza nello studio ovale di figli e generi che intervengono con determinazione anche sulla politica dei repubblicani, che mal tollerano questo eccesso di familismo; mentre il conflitto d’interessi resta un nodo da sciogliere perché questi parenti sono amministratori delle aziende paterne e lo stesso si può dire di molti consiglieri che vantano affari nei Paesi di interesse presidenziale.

Figura controversa è Steve Bannon, ideologo di estrema destra, consigliere chiave di Trump, allontanato dal Consiglio di sicurezza da stimati militari come McMaster, che non accettano le sue posizioni estremiste. E se comunicatori di razza come Mike Dubke non hanno retto al logorio dell’imprevedibilità presidenziale, altri come Mike Flynn non hanno neppure varcato la soglia di quella stanza, per le discutibili relazioni con gli apparati russi, accusati di aver influenzato l’esito delle elezioni presidenziali: un ciclone che rischia di travolgere la presidenza e che vede tra gli imputati anche Jared Kusher, braccio destro del magnate e marito della figlia Ivanka.

Scossoni alla strategia trumpiana sono arrivati altresì dalle dimissioni del consigliere Elon Musk, il visionario imprenditore delle auto spaziali che ha maldigerito  l’uscita dagli accordi di Parigi sul clima. Ma non è il solo: un fronte “verde” di governatori,  sindaci, deputati e associazioni ha protestato per la chiusura dell’Agenzia per l’ambiente e per i nuovi oleodotti Keystone XL e Dakota Access.

La velocità però non difetta a Trump quando si tratta di decidere. E così ha nominato il nuovo capo dell’Fbi senza consultare lo speaker of the House, l’equivalente del nostro presidente della Camera, e ha firmato il divieto di ingresso  ai  cittadini  di  7  Paesi a maggioranza musulmana senza sufficiente preavviso all’ufficio immigrazione che ha dovuto gestire il caos di aeroporti, ambasciate, imprese, università e famiglie, che si son visti collaboratori, docenti e parenti, bloccati negli scali di mezzo mondo, mentre diversi giudici mettevano uno stop all’ordine del commander in chief.

La magmatica politica interna si sta rivelando fatale per le riforme annunciate nel contratto, con una guida debole che neppure i mercati sono disposti a perdonare, anche se Trump è tuttora abilissimo nella sua retorica popolare (o populista?). Un collante che comincia a mostrare crepe anche nel “suo” popolo.

 

POLITICA ESTERA

Un Paese non è un’azienda

di Alberto Barlocci,

corrispondente dal Cile

 

Pare proprio che nel futuro prossimo la comunità internazionale vivrà sotto il segno di una incertezza determinata, in gran parte, dalla politica estera di Donald Trump. La complessità, una delle chiavi di lettura del villaggio globale, dice che con soluzioni semplici non potremo affrontare problemi complessi. E questo vale specialmente per la politica,  dove la prudenza – la prima virtù del politico – suggerisce di avanzare saggiando differenti ipotesi. La Casa Bianca ha invece impostato la sua politica estera sulla base di un rischioso semplicismo. A partire  dall’idea di una barriera fisica alla frontiera col Messico per frenare l’immigrazione assimilata a delinquenza e diminuzione dei posti di lavoro. Gli studi di varie università statunitensi smentiscono tali ragioni, mentre in modo sommario si liquida il dramma umanitario dell’emigrazione.

Tale superficialità di giudizio appare nella sua drammaticità nel modo col quale Trump ha abbordato la situazione in Medio Oriente, una sorta di vaso di Pandora ormai scoperchiato. Il risultato è una violenza della quale si alimenta anche il vero scontro oggi in atto nella regione: quello tra Arabia Saudita e Iran. È uno scontro di  interessi avvolto dal pretesto religioso della rivalità tra sunniti e sciiti e accentuato da posizioni radicalizzate. Tra queste, le correnti wahhabite avverse allo sciismo. Ampiamente finanziato da sauditi e dai suoi alleati del Golfo persico, il wahhabismo spesso agisce con un fanatismo che soffoca con violenza ogni altra voce e recluta potenziali terroristi sia nei Paesi arabi che in Europa. Trump, forse con l’idea di sganciare gli Usa da tali grovigli, ha optato per l’alleanza con i sauditi accusando poi l’Iran di sostenere  il  terrorismo. E ciò contraddice ogni evidenza: i terroristi (se si può parlare di matrice religiosa) sono quasi sempre sunniti, le organizzazioni che li reclutano sono state patrocinate da settori delle monarchie del Golfo persico, come arma di destabilizzazione, col beneplacito (e l’ausilio) degli attori occidentali in Medio Oriente. Una scelta, insomma, che rischia di attizzare nuovi incendi.

Ma il gesto forse più spettacolare è stato il ritiro degli Usa dall’accordo sul clima di Parigi. Trump non solo trasforma il suo Paese in un socio poco affidabile, ma ragionando da manager rivela la debolezza della sua visione: un Paese non funziona come un’azienda, dove le decisioni dipendono spesso dal rapporto quantitativo tra costi e benefici. Molti dei benefici per un Paese sono immateriali e appaiono in termini  di  cooperazione, amicizia e fiducia. Inoltre, nell’era dell’interdipendenza è impensabile garantire da soli non solo la difesa dell’ambiente, ma anche il benessere, il progresso e la sicurezza (come avvertiva già la Pacem in terris, nel lontano 1963).

La politica di Trump frantuma ancora una volta il multilateralismo. Ma non è l’unico: nessuna delle grandi potenze è in grado di scagliare la prima pietra. E ciò lancia un monito ben chiaro: i beni comuni si costruiscono assieme, cominciando dalla pace. L’alternativa è il caos.

 

DALL’AMERICA LATINA

Altro che bad hombres!

di Silvano Malini,

corrispondente dal Paraguay

 

Oltre 300 mila immigrati illegali sono ospiti di 637 centri di detenzione. 6.021 sono morti, tra il 2000 e il 2016, cercando di attraversare la frontiera col Messico. È tuttavia impossibile frenare l’immigrazione, nonostante i rischi, gli arresti della Migra (pattuglie di controllo delle frontiere Usa), cresciuti del 38% nei primi 100 giorni del governo Trump, e la fallace retorica del latino delinquente e sanguisuga del welfare. Mentre un contrabbandiere ha spiegato al New York Times che, grazie ai maggiori rischi per i clandestini, i narcos riscuotono 5 mila dollari a testa contro i 50 centesimi che guadagnavano anni fa i coyote, cioè coloro che aiutavano a “passare” oltre la frontiera. Utilizzano tunnel, rampe e catapulte, ma anche camion o treni: c’è sempre chi è disposto a rischiare per un secondo cospicuo “stipendio”.  Circa il muro da rinforzare alla frontiera col Messico, Trump aveva ribattuto al logico rifiuto di finanziarlo del presidente Peña ipotizzando alternative per farlo pagare comunque ai messicani. Pochi credono che il flusso migratorio calerà. La manodopera latina negli Usa è necessaria. Se mancasse, sarebbe difficile trovare colf e operai, i raccolti sarebbero compromessi e la maggior parte di ristoranti e alberghi delle grandi città chiuderebbero.

 

DAL MEDIO ORIENTE

Ci distruggerà o ci salverà?

di Bruno Cantamessa,

corrispondente dal Libano

 

Dopo le recenti performance di Donald Trump  in  Medio  Oriente e in Europa, mi è sorto un dubbio. O siamo in molti a non aver capito cos’è il terrorismo o al tycoon sfug- ge qualcosa. Da europeo il concetto di terrorismo è per me legato alle recenti stragi di innocenti a Parigi, Nizza, Manchester… Fanatici jiha- disti, vittime di globalizzazione e ignoranza, spinti a odiare e ucci- dere esseri umani per rivendicare la verità della loro pace stragista, per reagire all’ingiustizia dei ric- chi e potenti o per sedare l’ansia di un fallito dialogo culturale. Donald Trump mostra di ignorare questo terrorismo. Nel suo recente viaggio in Medio Oriente e poi in Europa pare che intenda «eliminare il ter- rorismo» del governo  iraniano  e  di alcune organizzazioni sciite si- riane, libanesi e yemenite. Sembra che non abbia mai sentito parlare del terrorismo wahhabita e salafi- ta, quello, per intenderci, che fonda la variegata ideologia e le azioni di al-Qaeda e al-Nusra, di talebani e Daesh. Ma non risulta che di recen- te gli sciiti abbiano fatto stragi di in- nocenti. Anche gli europei hanno la coda di paglia: hanno venduto armi a tutti in Medio Oriente. Dopo ogni attentato in Europa, però, molti dei nostri politici si sono puntualmen- te indignati. Anche il nostro è pur- troppo un sanguinario teatrino.

 

 

DALL’AFRICA

Continente senza interesse?

di Armand Djoualeu,

corrispondete dal Camerun

 

Appena eletto, Trump ha cominciato a manifestare il suo isolazionismo e il suo disinteresse per l’Africa. Ricordiamo la sua retorica protezionista e apertamente ostile agli immigrati, in sintonia con il suo slogan della campagna “America first”. La mancanza di interesse di Trump per l’Africa è confermata dalla riduzione degli aiuti per l’Africa subsahariana. L’aiuto allo sviluppo era l’1% del bilancio federale degli Stati Uniti, cioè 8 miliardi di dollari. Il nuovo bilancio prevede una riduzione di circa il 50% degli importi degli aiuti diretti o mediati dall’agenzia per lo sviluppo internazionale, l’Usaid. Così, secondo diversi osservatori, alcuni programmi in favore della cooperazione tra l’Africa e l’America, come la Fondazione per lo sviluppo degli Stati Uniti dell’Africa,  dovrebbe ro semplicemente essere  fermati. Trump è un uomo pragmatico. Mentre le esportazioni cinesi verso l’Africa hanno superato i 103 miliardi di dollari, gli Stati Uniti sono rimasti indietro, con 27 miliardi di dollari. Ma l’esercito  degli Stati Uniti interviene regolarmente in Africa, e ha una base permanente a Gibuti. E negli ultimi mesi gli Usa hanno costruito una base aerea in Niger, per monitorare i movimenti jihadisti nel Sahel e per condurre attacchi con droni…

 

DALL’ASIA

Il silenzio di Trump

di George Ritinsky

corrispondente dalla Thailandia

 

Sui media asiatici si trovano pochi riferimenti al presidente Usa, e per giunta sono spesso notizie di seconda mano. Eppure l’Asia, in particolare il Sud-Est, rappresenta la regione commercialmente trainante anche per gli Usa, che tiene molto ai suoi interessi nella regione. Trump viene raccontato dalla stampa asiatica come un presidente «assente» e senza una sua politica personale, che lascia in mano delle forze armate presenti nella regione (il 66% delle forze navali Usa gira in queste acque) le redini della sua politica estera. Il messaggio è chiaro: sono i militari e non i diplomatici che preparano le visite di Stato, perché la politica estera è guidata da interessi militari e strategici. Solo in Cina e Russia gli atti di Trump vengono giudicati un po’ diversamente. Riguardo ad esempio alla politica verso la Corea del Nord, la posizione di Cina e Russia propende per un atteggiamento di dialogo e le raccomandazioni vanno verso un alleggerimento della pressione militare sul Nord Corea.  L’Asia continua ad insegnarci molti valori: ci vuole pazienza, per esempio, e bisogna aspettare il momento opportuno per un cambiamento.

 

 

DALL’EUROPA

Tempi passati

di Javier Rubio,

corrispondente dalla Spagna

 

Come ci rapportiamo con gli Usa? È stata la preoccupazione somma degli europei dopo il passaggio di Trump al G7 di Taormina e al summit Nato a Bruxelles. A dimostrarlo sono le parole del ministro degli Esteri olandese, Bert Koenders: «Questo presidente ha uno stile unico. È molto aspro e diretto,  e alle volte non è molto serio».

Parole in fondo educate di fronte ad atteggiamenti sconcertanti, che hanno fatto venire i brividi agli europei. Angela Merkel, sottolineando che l’Europa non può più fare i conti solo con gli Usa, ha aggiunto: «I tempi in cui ci si poteva affidare agli altri sono passati». Non si parla certo di rottura dei rapporti euro-statunitensi, ma di trovare forme diplomatiche originali, questo sì. Non vi sono motivi sufficienti, e la lunghissima storia di collaborazione atlantica lo sconsiglia, per girare le spalle agli Usa; ma l’Europa deve cavarsela da sé e prendere in mano le redini dei suoi affari. Ci aspettano 4 anni di sorprese, come la decisione prima minacciata e poi realizzata da Trump di uscire dall’Accordo sul clima firmato a Parigi solo due anni fa. Quattro anni nei quali l’Europa cercherà di  stringersi  all’interno, e questa volta non dietro la spinta di Washington, ma per una spinta interiore.

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