Chi è Roberto Almada?
Sono nato nel 1956 in Argentina, a Rosario, da una famiglia semplice, di operai non credenti. Mia nonna, una santa donna anche per tutto quello che le era toccato vivere, ogni tanto mi chiedeva come mai non fossi battezzato. E così, dopo la morte della nonna, a sei anni ho chiesto ai miei genitori di battezzarmi e loro hanno accettato. Nell’adolescenza ho lavorato molto nella politica universitaria, per la giustizia sociale, ma poi quando l’Argentina è diventata una dittatura ho vissuto situazioni difficili, soprattutto per il mio gruppo sociale. In quel periodo mi è un po’ crollato tutto addosso.
È allora che hai anche conosciuto l’ideale dell’unità…
Avevo 19 anni ed eravamo in piena dittatura. In quel periodo studiavo medicina perché volevo servire in qualche modo i poveri. Non mi piacevano tanto la biologia o la scienza in se stesse, quanto l’aspetto filosofico. Cercavo la giustizia e una comunità dove tutti gli aspetti della vita fossero ben vissuti. Ho partecipato ad una Mariapoli di 3 mila persone, e la cosa che mi ha colpito è stata l’armonia che c’era nell’organizzazione anche delle piccole cose, come spostare una sedia oppure organizzare i pasti. Ho capito che alla lotta per il bene comune dovevo aggiungere la bellezza. Ho letto e riletto il libro Meditazioni di Chiara Lubich. Più lo leggevo più mi sembrava bello. Poi piano piano sono entrato nel Movimento.
Come hai deciso di entrare in focolare?
Ero molto in dubbio. Poi una notte ho fatto un sogno: ero nel parco della mia città di Rosario e tutte le ragazze che mi piacevano mi davano buca. Ero angosciato. Nel sogno cominciavo a parlare col mio babbo a cui volevo raccontare questo problema, e invece mi è venuta in mente improvvisa la frase «Chi perde la vita per me la troverà». Mi sono svegliato con la sicurezza che entrare in focolare era la mia strada. Questa parola del Vangelo mi ha sempre accompagnato.
Perché all’università hai scelto psicologia dopo medicina?
Non ho fatto psicologia, ma medicina con la specializzazione in psichiatria. In quel periodo ero a Loppiano, alla scuola per focolarini. Alla domanda su cosa avrei voluto fare come lavoro, avevo pensato a pediatria, sempre come servizio alla società. Però forse era troppo impegnativa per gli impegni della vita in focolare, per cui ho pensato di ripiegare su psichiatria dei bambini, perché a quel tempo c’erano poche malattie conosciute per quell’età. Invece il mio responsabile di allora mi ha suggerito di scegliere psichiatria per adulti, così avrei potuto aiutare persone del Movimento che avevano bisogno di aiuto. Un secondo motivo era che avrei potuto studiare come la dottrina dell’ideale dell’unità poteva portare beneficio alla scienza della psicologica. Così ho fatto e mi è andata molto bene perché questa professione mi è piaciuta un sacco. Ho esercitato la professione in Uruguay, in un bel gruppo di giovani psichiatri, tutti non credenti ma molto rispettosi verso la mia persona. Nell’ospedale psichiatrico mi chiamavano the Bishop [il vescovo] per la mia fede, e quando c’era un delirio mistico mi chiamavano per una consulenza, per vedere se dal punto di vista religioso il delirio aveva qualche senso o no.
L’Uruguay è un Paese molto laicista…
Sì, lì per me è stato importante trovare la scuola antropologica di Viktor Frankl (la logoterapia), che riflettendo sul senso della vita riusciva ad integrare la professione e l’incontro con Dio. Quindi potevo armonizzare la scuola di psicoanalisi, che è originariamente atea, con la mia vita religiosa.
Dopo questi anni di esperienza professionale, come vedi il focolare dal punto di vista non solo spirituale ma anche umano, funziona?
Dal punto di vista professionale, una persona che riesce ad avere buoni rapporti e vive in comunità ha meno problemi di salute mentale. Dove c’è vicinanza e sostegno mutuo, ci sono meno suicidi e meno malattie di cuore, questo è dimostrato scientificamente. Chiaramente non sempre facciamo una vita relazionale armoniosa. Quando sono entrato il focolare, mi sono portato dietro le mie ferite, i miei problemi di famiglia, ma ho avuto la fortuna di studiare psichiatria e questo mi ha aiutato a conoscere me stesso e migliorare alcuni aspetti. Non tutti in focolare, però, hanno questa fortuna e quando c’è poca crescita interiore, allora ci possono essere problemi nella vita comunitaria. Diciamo che la vita in focolare è un’esperienza possibile ma non scontata, richiede un lavoro di conoscenza di sé, altrimenti il rischio è proiettare sugli altri i problemi che hai tu. Simpatia e antipatia in genere hanno a che fare con la propria storia di vita, con le proprie ferite precedenti. Ma se si fa un processo di autoconoscenza, penso che il focolare sia un luogo dove si può vivere l’amore scambievole, un luogo di salute mentale e spirituale, un luogo di presenza di Dio.
Per molti anni hai anche seguito gruppi di famiglie del Movimento. Come sta la famiglia oggi?
Da più di 10 anni lavoro nel progetto Percorsi di luce per fortificare i vincoli matrimoniali deboli o spaccati. Nel nostro mondo occidentale si può dire che la famiglia non gode di un buon momento. Tanti giovani non trovano nel “fare famiglia” un progetto immaginabile per la loro vita. Siamo in un cambio d’epoca, dove la famiglia si sta trasformando. Sono ottimista, si cammina verso forme più personali di vivere l’amore in famiglia, ma per adesso stiamo vedendo il crollo d’un modello culturale che reggeva la stabilità famigliare basandosi sul compiere compiti precisi per ognuno dei membri.
Segui anche un gruppo di genitori con figli LGBTQ+…
Sì, è una esperienza molto arricchente. Ho confermato con questi genitori la vita concreta e autentica del nostro Ideale, soprattutto l’arte d’amare che loro vivono, molte volte in reciprocità con i loro figli. A proposito dei figli, tanti di loro sono stati gen e nonostante in passato abbiano vissuto esperienze tristi per non aver trovato accoglienza tra noi, resta in loro la luce della spiritualità e addirittura si aprono al perdono.
Nel 2017, durante il convegno annuale di credenti e persone senza un riferimento religioso del Movimento, hai fatto un intervento intitolato Persona sempre in naufragio. Perché?
Devo tornare al mio maestro Victor Frankl, che ha passato 4 anni in un campo di concentramento nazista. In quel periodo ha scoperto che anche lì l’uomo può trovare il senso alla sua vita. Mentre per Freud la maturità umana sta nell’amare e nel lavorare, per lui sta nel trovare il senso della vita. Allora, però, anche la sofferenza deve avere un senso. Tutti soffriamo, tutti sbagliamo, tutti moriamo: sono tre elementi, che limitano la libertà propria della natura umana, nei quali dobbiamo trovare un senso. Diceva Jaspers, grande psichiatra filosofo, che la vita dell’uomo consiste nel superare le crisi e i naufragi conseguenti alla sofferenza, agli sbagli fatti, alla paura della morte. La colpa o il fallimento o gli sbagli devono portarci ad imparare qualcosa, devono essere uno stimolo a vivere meglio il momento presente.
Sei stato per anni professore di logoterapia…
La logoterapia è la terapia fondata sul senso (logos come senso). Accompagno i pazienti illuminando le possibilità di senso della loro vita, anche nella sofferenza, per aiutarli ad aprirsi, a scoprire i propri talenti. La vita d’amore di coppia, di famiglia, tra amici, dà anche senso. La sofferenza può essere uno stimolo al cambiamento. Per esempio, per me è una sofferenza lasciare il mio Paese, i miei parenti, la mia nipotina, ma offro questo per dare valore alla scelta che ho fatto di rendermi disponibile come co-presidente. Quando tu soffri per una malattia, vai in profondità, comprendi cose della vita che non avevi mai considerato. Questo concetto è molto ebraico cristiano, sappiamo che Gesù è stato l’uomo dei dolori, ha patito i nostri dolori, ha sofferto la nostra sofferenza per la redenzione. Però si può parlare di questo anche con persone non credenti, che anche senza spiegazioni religiose fanno esperienze simili. Chi ha un senso nella vita può superare svariati ostacoli.
Cosa hai pensato quando sei stato eletto co-presidente?
Devo premettere che ho una devozione grande per la Madonna, e non posso dimenticare che Chiara vedeva quest’opera come una presenza di Maria sulla terra. Certo, quando sono stato eletto, ho capito che sarà uno sforzo grande per me, in un certo senso anche una sofferenza, però mi son detto che è un dono che posso fare a Maria. Faccio spesso pellegrinaggi ai santuari mariani e sulla mia scrivania c’è una statua della Madonna, in questo senso sono molto latino-americano, però non mi era ancora successo che Maria mi chiedesse la vita. Ho sentito che era lei che mi chiedeva di accettare questo incarico, ho preso un po’ di spavento, ma d’altra parte è come la continuazione di una vita donata a lei.
Quale pensi sia il tuo ruolo accanto alla presidente Margaret Karram?
Penso di poter essere un uomo di relazione, uno che fa passare la luce che viene dalla presidente verso tutti, perché siano tutti uno. Mi sento una persona di dialogo e di relazione. Spero di poter essere anche un appoggio per Margaret, che si possa sentire fiduciosa e sicura con me. Conosco i naufragi della vita, e saper rimanere in piedi in situazioni critiche può essere un valore aggiunto che offro a Margaret.
Quali priorità vedi per il Movimento dei Focolari?
Direi le due parole che Margaret ha proposto recentemente e che non sono state ancora sviluppate adeguatamente: fermarsi e prossimità. Fermarsi significa, penso nell’intenzione di Margaret, fermare l’attivismo, che è una forma di cecità verso l’altro e verso se stesso. Mentre sei attivo, sei cieco verso la realtà di te stesso e dell’altro. L’attivismo è come un meccanismo di difesa per non vedere le proprie angosce, mentre bisogna andare a fondo con se stessi, e nella preghiera. Dovremmo pregare meglio, avere tempi di silenzio, stare col Signore. Questo migliorerà la vita nostra e comunitaria. Fermarsi per me significa autoconoscenza.
E prossimità?
Significa che l’altro va compreso, non giudicato. Devo capire la situazione che l’altro vive, prima di pensare a come dovrebbe vivere secondo me. Devo comprendere la sua storia, i suoi sentimenti, i suoi desideri, la sua motivazione. Poi mi posso avvicinare anche per incoraggiarlo, per dirgli: tu sei un figlio di Dio, sei prediletto, hai tutto per andare avanti. E infine, magari, posso anche avvertirlo che certi aspetti della sua vita non vanno bene, ma solo dopo averlo compreso. Senza giudicare, perché è un figlio di Dio e va incoraggiato a sviluppare sé stesso nella pienezza di come lo sogna Dio. Altrimenti subentra il moralismo di chi pensa di sapere come vanno fatte le cose, e questo non aiuta. Perciò vicinanza e comprensione, ma anche affetto e cuore.
Cos’è l’ideale dell’unità per te?
È vivere alla Trinità. Tradotto qui in terra significa che ognuno dovrebbe poter essere se stesso, e allo stesso tempo unito agli altri. Quanto più uniti siamo, più siamo noi stessi. Insomma, dimostrare che l’armonia tra la diversità e l’unità è possibile, che è possibile questo dono dello Spirito Santo che ci permette di parlare tutte le lingue del mondo. Chiara Lubich dice che l’unità è Gesù.
