Trent’anni dopo

Sono tornata in Friuli. Ho potuto sostare in preghiera nel duomo di Gemona, uno dei capolavori più eloquenti della ricostruzione. Fuori, il san Cristoforone sembra dare di nuovo il benvenuto ai turisti del terzo millennio; dentro, il crocifisso mutilato rimanda tacitamente al dramma di trent’anni or sono. Ho potuto visitare altri paesi, ricostruiti con tenacia e con gusto dagli abitanti. E ho pensato a quanti volontari in quella circostanza erano accorsi come noi a dare una mano concreta oltre che a condividere le lacrime dei sopravvissuti. Ogni volta che da Trieste ritorno nei luoghi del terremoto, mi risuonano queste parole di Chiara Lubich lette su Città nuova: Molto è stato fatto e molto si farà per il Friuli , in risposta all’accorata lettera di Maria Treu, la focolarina che le aveva confidato l’esperienza terribile di quella notte in cui aveva cercato invano tra i vivi la sorella gemella Elsa. Sì, molto è stato fatto grazie anche alla generosità dei soccorritori e ai gemellaggi stretti fra le varie comunità. Ricordo che in quella torrida estate 1976 non era stato facile per tanti di noi lasciare la propria casa per mettersi a disposizione nel campo-base di San Gottardo o dei Cappuccini (là dove oggi è l’università di Udine), dove a tenere le fila c’erano Marco Aquini, attuale responsabile dell’Amu, Rosa Rivera e Edna Simoes, l’una ora focolarina in Corea, l’altra nei mocambos di Recife, come abbiamo letto su queste colonne qualche numero fa. Dormivamo in tenda, condividevamo con gli abitanti il rancio dei soldati, intrattenevamo i bambini nella tenda che faceva da scuola in paese o nella frazione di Alesso. Tanti disagi, paura delle scosse, ma un’esperienza formidabile di vita, facendo nostri i problemi di quanti disperavano del loro futuro. Non era semplice trovare parole di speranza, ma con la nostra presenza disinteressata volevamo che non si sentissero soli. La scossa del 15 settembre costrinse quasi tutti all’esodo a Ugnano o a Grado. Ricordo la desolazione che provai tornando a Trasaghis dove don Elio Nidi, il parroco che ci aveva chiamati, era rimasto con pochi sopravvissuti, mentre si preparavano le baracche. La domenica scendeva a Lignano a celebrare alla Poa per il gregge disperso. In primavera la gente poté tornare in paese. E cominciò la ricostruzione. Conoscemmo anche Ugo, il barbiere di Trasaghis, vero Giobbe del Friuli. Unico sopravvissuto sotto le macerie della sua vecchia casa, dove avevano trovato la morte la moglie Ines e i figli Angiolino e Valter, Ugo dovette ben farsi coraggio per affrontare senza i suoi cari e con le ferite riportate in quel disastro i primi tempi in una baracca. L’anno seguente gli capitò un brutto incidente durante un viaggio in Puglia: si trovò in un’altra terribile notte in un fosso con la gamba incastrata nelle lamiere, a un passo dalla morte. Lì non c’era Ines a fargli coraggio, ma non era arrivata la sua ora. Si salvò, anche se per tutta la vita rimase claudicante. Ugo era sempre felice di vederci, pur conservando un fondo di tristezza nei suoi miti occhi azzurri. Quest’oggi posso sostare in preghiera davanti alla tomba di lui (è morto nel gennaio 1997), dei suoi familiari e delle altre vittime. Alla fine della giornata, altra tappa alla basilica delle Grazie di Udine dove sono scritti i nomi di Ines, Angiolino e Valter, di Elsa, assieme a quelli di altri mille che il 6 maggio persero la vita: per rendere loro l’estremo saluto, anche a nome di quanti non hanno potuto tornare qui in questo 30° anniversario. Molto è stato fatto, il sisma ha messo in moto tante energie di bene; ma forse ora si tratta di costruire uomini nuovi, famiglie nuove, come ha detto mons. Alfredo Battisti, vescovo emerito di Udine, il vescovo del terremoto, concelebrando proprio a Trasaghis, nella chiesa ricostruita, con don Elio e il nuovo parroco la sera del 6 maggio scorso, alle 21, l’ora del sisma indicata per tanti anni dall’orologio del campanile.

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