Tra Nido e Famiglia

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Non riesco a trovare un lavoro decente nonostante un buon curriculum, il fatto di non lavorare mi esclude dalle graduatorie degli asili nido. Quello che non capisco è come dovrei trovarmi un lavoro (se il lavoro ci fosse), se non posso lasciare mio figlio in una struttura che lo segua. Quella di Silvana, forse, è una situazione non drammatica, ma sconcertante. Soprattutto perché non è isolata. A Paola e Luca piacerebbe per esempio avere un secondo figlio. Ma come si fa? Non avremmo certezze di come gestire la loro crescita. O rassegnarsi a stare a casa – dice lei – o optare per asili privati che si fanno pagare come un mutuo. Sono molte le giovani coppie con stipendi bassi che fanno fatica a permettersi un nido. Il costo mensile alle volte raggiunge il 10 o il 20 per cento del bilancio (inda- gine Uil). La retta in media è 330 euro al mese, ma può toccare punte di 500 o 600 euro. Le richieste dei bonus per la detrazione fiscale in base al reddito, pervenute alla regioni che l’hanno previsto, sono migliaia. Ma c’è ancora chi aspetta. Avevo fatto domanda a settembre del 2004, per l’anno 2004-2005. – dice Maura -. Mi sono più volte informata al comune, ma mi dicono che le pratiche le hanno mandate alla regione… le arriverà una lettera, però già parliamo di più di un anno fa. Nella nostra società dove c’è bisogno di lavorare in due per mantenere una famiglia, dove c’è il bisogno dei bambini di condividere la giornata con i coetanei, visto che il 46 per cento di loro è figlio unico, gli asili nido sono una necessità pubblica. Un diritto di cittadinanza. In attesa del posto Secondo l’ultimo monitoraggio sulle strutture esistenti del 2000, realizzato dal Centro Nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza dell’Istituto degli innocenti di Firenze, sono 3.008 in Italia i nidi di infanzia e 732 i servizi educativi integrativi. Essi vanno crescendo in qualità e quantità, ad opera di enti pubblici, associazioni, cooperative, aziende private, datori di lavoro. Ma il numero è ancora insufficiente rispetto alle domande. In media, a conti fatti, entrano solo 7 bambini ogni 100. In alcuni comuni, solo uno o due. E gli altri, 1 milione e 900 mila (Istat) aspettano, iscritti alla lista già prima di nascere. Intanto i nonni, quelli che possono, si danno da fare. C’è una solidarietà familiare tra generazioni in Italia tra le più alte del mondo. Integra servizi che non ci sono – dice Chiara Saraceno, sociologa della famiglia -. Qualche anno fa, la famiglia era la terza gamba occulta del welfare italiano. Oggi è la prima. E non più occulta, anzi è visibilissima, ma va assottigliandosi; perché i nonni di nuova generazione lavorano sempre più spesso. Li ho mandati al nido intorno a tre mesi – ci racconta la sua esperienza Michela, 29 anni e 4 figli -. Rispetto ad avere una signora a casa, ci sentiamo più tutelati a saperli in una struttura. Poi ci piace farli stare insieme agli altri bimbi e a varie educatrici. Michela è fisioterapista. Certo, la mattina partire con tutti è un’impresa: Riesco ad uscire alle 8.10 e alle 8.40 essere operativa per andare al lavoro. Segue con pazienza e dedizione la sua famiglia numerosa, in questi giorni più vivace del solito per l’imminente trasloco. Vivono in provincia di Viterbo. Non ci sono problemi di liste d’attesa da voi? Sì, però più hai figli, più sei agevolato. La mia amica ha un solo bambino, non lavora, assolutamente non è rientrata. Era all’ultimo posto. Invece, ci sono tanti bimbi nel nostro comune. Famiglia e lavoro Per i fortunati che riescono ad entrare, i problemi non sono tutti risolti. Quelli maggiori, che si propongono quotidianamente, sono causati dalla scarsa elasticità degli orari. Poiché sempre più genitori hanno un’occupa- zione serale, nel fine settimana e in quei giorni di chiusura scolastica. Molte donne al rientro della maternità sono costrette alla scelta sofferta di abbandono. Gli orari incompatibili, il rifiuto a concedere il parttime, un clima aziendale difficile, la lunga distanza casa-lavoro fanno sì che da noi lavorino il 42,7 per cento delle donne, contro il 71,5 della Svezia, il 65,3 del Regno Unito, il 59,1 della Germania (Eurostat). E l’obiettivo fissato a livello europeo, di consentire di lavorare il 60 per cento delle donne entro il 2010, sembra un traguardo irraggiungibile. Il lavoro oltre che una risorsa economica, è anche un’importante mezzo per la costruzione della propria identità. Un diritto di tutti. Ho un’amica che è regista televisiva. E spesso mi parla con passione della sua professione. Questa, forse, la ruba un po’ da casa, ai suoi due figli piccoli, ma le dà anche tanto da portare loro, al marito e a sé stessa. Il lavoro mi realizza, mi appaga. Quando ho passato le maternità, dopo i primi mesi in cui ero ovviamente presa dal bambino, poi soffrivo per la mancanza di un rapporto con l’esterno e di una parte di realizzazione mia personale. Non è facile portare avanti professione e famiglia. Il problema è l’equilibrio. A volte il lavoro ti chiede di più. Il mio è piuttosto maschile e quasi devi dimostrare che tu, mamma e donna, ce la puoi fare, dando di più. Per un lavoratore non è uno svantaggio avere famiglia… anzi, a me, ha portato una sensibilità maggiore, un approccio profondo rispetto alla realtà che ti sta attorno. C’è una capacità di ascolto, nella quale tu sei in qualche modo già allenato . La famiglia non è tanto un vincolo ma una risorsa. Non si smette di essere madri e padri quando si è in ospedale, in ufficio, in classe, e ci si porta dietro un bagaglio di ricchezza interiore tutta da donare. Servizi innovativi Molte aziende forse maturano una nuova comprensione sulla necessità di conciliare lavoro e famiglia e danno vita a nidi aziendali e interaziendali. Questi, se realizzati secondo gli standard di qualità, si presentano come un’innovazione positiva. Svolgono orari articolati in modo da soddisfare le esigenze specifiche dei dipendenti, il più delle volte turnisti. Ad esempio l’asilo nido aziendale degli Ospedali civili di Brescia è aperto tutto l’anno, dalle 6.30 alle 22.30 per i figli di infermieri e dottori. A Ravenna, da poco è stato aperto il primo asilo nido italiano in una struttura della polizia, per i figli di poliziotti, carabinieri e vigili del fuoco. Università, Asl, ospedali, servizi bancari, centri commerciali, aziende private hanno fatto richiesta del finanziamento in base alla finanziaria 2003. I benefici sono tanti anche per l’azienda: l’immagine ne guadagna, migliorano i rapporti interpersonali e la qualità del lavoro. Tra i servizi di cura per l’infanzia più innovativi, segnaliamo il nido famiglia. L’accoglienza dei bambini è flessibile, e il servizio è personalizzato con una maggiore libertà di scelta per i genitori. In definitiva, la famiglia è messa nelle condizioni di associarsi ad altre e organizzare il servizio più adatto a lei. Vediamo questa iniziativa più da vicino. Ugo, padre di quattro figli, ingegnere, vive a Milano. Qualche anno fa con la moglie ha messo su un nido famiglia. Quando è nato il nostro primo figlio, nel ’98 – ci racconta -, nei nidi comunali non c’era posto, i nidi privati non c’erano. Ci siamo uniti ad altre famiglie e abbiamo realizzato un’attività per accudire sette bambini nella nostra casa. Ci ha offerto una grossa mano a intraprendere questa iniziativa la Foe (Federazione opere educative). Poi, abbiamo usufruito dello start up, un finanziamento a fondo perduto per il primo anno in base alla legge 23 della regione Lombardia. Un nido famiglia, spiega, può essere realizzato, oltre che nella propria abitazione, anche in un locale preso in affitto adatto allo scopo. L’educatore è una mamma, una nonna, un nonno. Appoggiato da un volontario o un dipendente che va lì ad aiutare. Le famiglie guidano la gestione e la conduzione. Noi cerchiamo di dare la massima attenzione al personale coinvolto, ai bambini, in particolare, e ai genitori. A che punto siete oggi? Ci siamo molto allargati, il numero dei bambini è cresciuto. Dopo un primo nido famiglia, ne abbiamo fatto un secondo, e poi anche un terzo. Attualmente, abbiamo tre nidi famiglia e un nido vero e proprio di 20 bambini. Una dozzina di dipendenti. Il desiderio che abbiamo però non è di ingrandirci noi, ma che molte famiglie possano lanciarsi in questa avventura veramente bella. Così spesso mi incontro con chi vuole partire, facendo vedere com’è un budget, che leggi bisogna rispettare. Sono andato in giro e sono nate molte realtà tutte autonome: una rete che ne conta più di cinquanta, ci teniamo collegati per scambiarci informazioni e professionalità (segreteria@associazionelorizzonte. it). Esprimiamo il nostro apprezzamento verso questa iniziativa dove la famiglia può associarsi ad altre. È valorizzata come soggetto che riesce a comprendere e rispondere ai bisogni del territorio, creando tra l’altro nuove professioni. La famiglia – afferma Donati – è un nodo capace di collegarsi con altri nodi per produrre benessere e ciò è possibile se le si riconosce una valenza di mediazione sociale. L’OPINIONE DI ANNA OLIVIERO FERRARIS Quale significato ha per un bambino l’esperienza del nido? Per come è strutturata oggi la famiglia, è in primo luogo una necessità dei genitori quando entrambi lavorano. Soprattutto nei primi due anni di vita un bambino trae vantaggio dal restare nel nido casalingo, seguire le routine quotidiane, non trovarsi in ambienti troppo rumorosi e variabili. Tuttavia, poiché molti bambini non hanno fratelli, i piccoli possono trovare nel nido altri bambini. Se questo è ben organizzato, rispettoso dei tempi e delle necessità dei bambini nelle diverse fasce di età, è un’esperienza che può rivelarsi positiva. È senza dubbio preferibile il nido piuttosto che essere parcheggiati, per comodità degli adulti, di fronte ad un televisore in tenera età, quando le esigenze sono di tutt’altro tipo. FAMIGLIA E LAVORO. DAL CONFLITTO ALLA CONCILIAZIONE È il titolo del nono rapporto Cisf (Centro italiano studi famiglia) presentato in un recente convegno a Milano. Sono in genere le donne a fare le spese di un difficile rapporto fra famiglia e lavoro: il 14,7 per cento di coloro che diventano mamme lascia il lavoro dopo il primo figlio, il 20,1 per cento lascia dopo il secondo figlio, il 17,9 per cento dopo tre o più figli. Occorre comprendere perché, in certi momenti della vita, le persone debbano fare una scelta drammatica tra famiglia e lavoro. È necessario, secondo il rapporto, fare leva sulla cultura organizzativa d’impresa per creare quelle condizioni che permettano una flessibilità a misura di famiglia . Lavoro e famiglia devono valorizzarsi reciprocamente e l’organizzazione aziendale può e deve progettarsi in funzione di una famiglia che non è solo fornitrice di manodopera e consumatrice, ma anche fonte di motivazioni e capacità di lavoro. Gli strumenti per favorire la conciliazione fra famiglia e lavoro possono essere molteplici: prioritari sono i servizi di custodia per i bambini sotto i tre anni, quindi la possibilità di lavoro part-time, gli orari di lavoro più articolati e la flessibilità degli orari scolastici e dei servizi pubblici; sul fronte dello stato gli incentivi, pur presenti, devono essere più incisivi rispetto alle scelte di fecondità dei coniugi.

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