Tra l’essere e il pensare

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Quando mi pongo la domanda su come affrontare ed esprimere problemi di filosofia, mi si presentano possibilità varie: dal trattato classico all’esame scientifico del problema, o a forme più personali e sincere, più intime e vitali, maggiormente consone al sentire dell’uomo contemporaneo, quale può essere, ad esempio, un diario. Ma, sottostante a questa domanda, si fa strada una questione di carattere più fondamentale, quella riguardante il come riuscire a percepire l’essere, a formularlo, quindi, e a trasmetterlo. Ora, già nell’atto della presentazione a sé stessi di questo problema filosofico primario, dunque ancor prima della sua formulazione, si determina uno iato fra l’essere e il pensiero: il problema filosofico subisce una sorta di alienazione, diventando non più un problema dell’essere, ma un problema del pensiero. Ogni forma di espressione scelta – sia essa il trattato o il diario – appare allora artificiale, nella misura in cui non è corrispondenza all’essere così come viene percepito. Per cui anche il porsi il problema stesso dell’esistenza può tramutarsi in un’astrazione, può significare l’ingresso in un universo di pensiero che non è più quello filosofico nel senso originario e pieno del termine. Quindi la questione filosofica fondamentale che si pone è questa: come posso percepire, riflettere ed esprimere l’essere a me stesso? E come saldare la disgiunzione intrinseca che provo fra essere e pensiero? Come far comprendere e condurre gli altri, a loro volta, al risveglio dell’essere? Tra i molti meriti da ascrivere all’esistenzialismo vi è indubbiamente quello di aver fatto cadere tanti idoli della mitologia filosofica essenzialista, sia di stampo scolastico o idealista o marxista, e di aver così scalzato dalle fondamenta un mondo fatto spesso di pure astrazioni logiche avulse dal reale. Con convinzione, i filosofi esistenzialisti affermano che l’intuidi zione profonda dell’essere è il vero principio di conoscenza. Eppure, alla fine, loro stessi si ritrovano prigionieri dei detriti di quel mondo da loro distrutto: un mondo che, anche in loro, continua a porgere non l’essere ma un pensiero. Il problema enunciato come fondamentale della filosofia e, in particolare, di tutto l’esistenzialismo autentico, si precisa così, sempre più, come ricerca di una espressione che non aliena l’essere che si percepisce, che si è. Ma, in realtà, a ben guardare, questo problema filosofico fondamentale va al di là della questione della dicibilità dell’essere per raggiungere la realtà e il significato stesso dell’essere. È questo che lo qualifica come urproblem, come il problema dei problemi, il problema stesso, e che, proprio perché tale, mi rimanda a quella espressione fontale dell’essere che è in Dio, nel seno della vita trinitaria. Il prologo del Vangelo di Giovanni apre al nostro sguardo uno squarcio luminoso sul mistero dell’Essere nella sua identità con la Parola. Il Padre, generando il Verbo, si esprime in lui nella totalità del suo Essere, sì che il Verbo non è una Parola dell’Essere, ma è l’Essere che è Parola ed è la Parola che è l’Essere. Come abbiamo visto in una precedente conversazione, percependo l’essere che io sono, mi apro alla percezione dell’Essere che, creandomi, mi dona sé, il che vuoi dire che si partecipa a me per quello che egli è: Trinità. È così che io trovo impressa in me, nel mio essere, la sua stessa forma trinitaria. Allora, anch’io posso dire che sono tanto in quanto si realizza in me l’identità fra essere e parola, tanto in quanto sono l’essere-parola. Ne discende che, per quel tanto che io sono parola, logos, anche la mia parola è, e quindi anche la mia conoscenza è; ma per quel tanto che la mia parola si disgiunge dall’essere, che sono io, anche la mia conoscenza, pur rimanendo in me come oggetto del mio pensare, non è più me, quindi non è più vera conoscenza. Qui si tocca il cuore del problema, dalla cui soluzione dipende la fondazione di una nuova metafisica e di una nuova gnoseologia. Nell’intento di delineare questa possibile soluzione, cerco di scavare ulteriormente nel rapporto di identità che intercorre fra essere e parola. La progressiva penetrazione teoretica del mistero dell’essere ne ha evidenziato due momenti costitutivi: il momento statico e il momento dinamico. L’essere, donandosi, diviene e, pur donandosi, rimane. Così a noi è dato leggere il mistero stesso della Trinità. Il Padre, generando il Figlio, si dona totalmente a lui, si trasfonde in lui, eppure rimane. Il Figlio, a sua volta, risponde al Padre ridonandosi totalmente a lui, eppure anch’egli rimane. E lo Spirito Santo, che è la stessa unità fra il Padre e il Figlio, proprio perché tale, rimane. Ora, è possibile ravvisare nel mio essere un’analoga impronta trinitaria? Inizio con un primo rilievo. Il fatto che il mio essere è, a un tempo, intelligente e intelligibile, manifesta che esso è realtà profondamente una: io sono uomo non perché esiste nel mio essere qualcosa che pensa, ma è l’essere mio pensante che mi fa essere uomo. L’intelligenza, quindi, si qualifica non come un attributo dell’essere, ma come qualcosa che è l’essere stesso; e ciò, mentre evidenzia, appunto, l’unità radicale tra essere e pensiero (una unità di stampo trinitario, dal momento che essi mantengono comunque anche una loro distinzione), dice, a suo modo, il permanere dell’essere. Ma vi è anche l’altro aspetto dell’essere, quello che più ne esprime la dimensione dinamica, che richiede di essere compreso parimenti all’intelletto: è la volontà.Anche la volontà, infatti, non è da intendersi come una facoltà dell’anima quanto piuttosto come il mio essere che, nel volere, diviene. Questo mio essere diveniente non implica soltanto una potenzialità verso una perfezione da raggiungere, ma indica già una perfezione in sé stessa, non disgiunta dal mio essere intelligente. Sono, anzi, intelligenza e volontà, due aspetti del mio essere profondamente uniti in un’unica realtà – il mio io -, ad opera di un terzo (analogamente allo Spirito Santo nella vita intratrinitaria), che è proprio l’unità di essi e che fa sì che l’essere sia e statico e dinamico insieme. È quindi una triplice realtà, unificata in me e intrinseca all’essere mio, che percepisco temporalmente, in quanto creatura intelligente e volitiva che vive nel tempo, e atemporalmente come partecipazione del mio essere all’Essere stesso di Dio Uni-trino: realtà della infinitezza di me nella mia dimensione creaturale. È così che – come ho spiegato altrove – simultaneamente mi percepisco come atemporalità nel tempo, come essere verbo che diviene tempo e che nel divenire tempo mantiene la sua realtà, anche se nella forma limitata di creatura. Nell’esperire questa mia limitatezza e, per quanto è possibile, nel gioirne, mi si apre l’accesso alla verità; ma, poiché quel tanto di verità che colgo non mi sazia, ciò provoca in me sofferenza e contrasto. Sapendo però che è il parteciparsi dell’Essere divino al mio essere a farmi sperimentare la mia limitatezza, comprendo di conseguenza che io sono abitato da qualcosa che, al tempo stesso, è capace di superarla. Dunque, è proprio nel percepirmi esistenzialmente in quanto creatura cui l’Essere divino partecipa sé che posso trovare la soluzione a quello che ho definito l’urproblem, cioè il problema di fondo di ogni pensare metafisico. Soluzione che potrò comunicare poi in qualsiasi forma espressiva, verbale e scritta, purché essa sia congiungimento fra parola ed essere, adesione all’essere che vivo e percepisco. Sarà allora che, pur esprimendo il meno, riuscirò a far sentire il più che sto donando. (Continua) h

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