Tra il cielo e il mare

Maurizio e i suoi amici. Iniziative per incontrare la gente e non solo per i soldi. In barba alla crisi.
Maurizio Cialotti

Porto Cesenatico sarebbe il nome ufficiale della bella cittadina romagnola sorta come scalo marittimo quando Cesena, nel XIII secolo, estese il suo dominio fino alla costa adriatica. Lungo il porto-canale disegnato da Leonardo da Vinci, passeggiata preferita dei turisti, adocchio la casa-museo di Marino Moretti, lo scrittore e poeta locale morto nel 1979. E fatti pochi passi raccolgo l’invito del bellissimo Museo della Marineria, che con le sue varie tipologie di imbarcazioni a vela e a motore e relativi attrezzi, illustra in maniera esemplare e attraente il rapporto dell’uomo con il mare. Non manca una sezione galleggiante dello stesso Museo: ormeggiate nel canale, fanno mostra di sé dieci imbarcazioni tradizionali dell’alto e medio Adriatico con le coloratissime vele contrassegnate dai simboli delle famiglie dei pescatori. Spicca tra esse un grande “trabaccolo da trasporto”, una sorta di mini-veliero usato un tempo per il piccolo cabotaggio.

Mi fa da guida in questo itinerario che sa di salmastro un pescatore di qui, Maurizio Cialotti.

 

Maurizio, da quanto tempo fai questo mestiere?

«Da trent’anni. È un lavoro che mi ha salvato la vita, da cui ho imparato tantissimo…».

 

Perché dici “salvato”?

«Dopo la morte di mio padre, quando avevo 10 anni, per un lungo periodo ho frequentato ragazzi più grandi di me dalla vita un po’ sregolata. Non so come sarebbe andata a finire se non avessi trovato un mestiere come questo, che ti costringe per buona parte del giorno lontano dalla terraferma».

 

Sono cambiate le cose da quando hai cominciato questa attività?

«Un tempo, in mattinate come questa, il porto-canale formicolava di pescatori. Adesso sono rimasti in pochi. Per fortuna abbiamo gli extracomunitari».

 

È perché tanti cercano lavori più redditizi e meno faticosi o perché i mari sono meno pescosi?

«Hai toccato un argomento che scotta. Almeno da quando io vado in mare, qui si vive sulla nostra pelle il saccheggio sconsiderato delle risorse marine fatto da noi stessi in questi anni. Vedi queste barche? La metà dei proprietari è indebitata, non paga il gasolio in cooperativa da due mesi. Si è lasciata andare ogni azienda allo sbando e adesso molti stanno pagando per gli errori fatti».

 

È un fenomeno che riguarda l’andamento di questo settore in tutto l’Adriatico o è caratteristico di qui?

«È generale. Da Trieste fino a Brindisi noi marinai viviamo le stesse difficoltà e navighiamo nelle stesse acque».

 

Si sta cercando di correre ai ripari con delle regole?

«Ci sarebbe il fermo pesca biologico, cioè l’interruzione periodica della pesca, per dare il tempo alle risorse ittiche di crescere. In pratica andrebbe fatto nei mesi in cui i pesci depongono le uova: ad esempio, per il pesce pelagico, da maggio a giugno. Siccome è stato deciso (più per logiche di mercato che altro) di farlo in agosto, negli ultimi vent’anni è diventato una regola che di biologico ha soltanto il nome. Con quali conseguenze? Oltre a depauperare le risorse ittiche, per ovviare alla scarsità di prodotto c’è chi utilizza barche sempre più grandi per prelevare maggiori quantitativi di pesce. Secondo me è un suicidio, eppure succede. E poi si fa fatica anche a commercializzare: infatti il pesce con le uova si mantiene di meno e là dove è richiesto molte volte te lo contestano. Quest’anno però, per la prima volta, il governo ha deciso due mesi di fermo pesca obbligatori e in mare tre giorni lavorativi la settimana. È un inizio. Certo, come imprenditore so che all’inizio ci rimetterò, però questa regola mi va bene, proprio per avere più risorse in futuro».

 

Chiacchierando, siamo arrivati dov’è ormeggiata la Sirio, la barca di Maurizio. Ci saluta sorridendo da un finestrino un marinaio dal viso abbronzato, incorniciato da capelli crespi: si chiama Khaled ed è originario del Marocco. Un’amicizia, la loro, collaudata dall’aver condiviso per anni fatiche e speranze, momenti belli e anche dolorosi. Accanto, su altre due barche, Nevio e Lallo, Angelo e Ivan sono intenti a pulire dei sardoni. «Fanno parte come me dell’associazione “Tra il cielo e il mare”», precisa.

 

Di che si tratta?

 «Sai, passando in mare buona parte del giorno, rimane ben poco spazio per il resto. Così, per avere un minimo di vita sociale, da qualche anno andiamo a cucinare il pesce nelle piazze e nei posti dove ci chiamano. Nelle sagre all’aperto qui al porto (per lo più nel periodo estivo), oltre a preparare degustazioni con piatti tipici di pesce, raccontiamo storie di mare, facciamo proiezioni, musica e canzoni, con l’intervento ora di un biologo, ora del direttore del Museo della Marineria. Si cerca insomma di offrire qualche conoscenza del mare alle persone di terra, di inculcare il rispetto dell’ambiente marino. Nata come associazione no profit, “Tra il cielo e il mare” si è ingrandita e ci siamo trasformati in snc. Ma ci tengo a precisare che non facciamo questa attività solo per i soldi. E alla gente diamo da mangiare bene, perché ai rapporti noi ci teniamo».

 

Avete degli statuti particolari?

«No, però si fanno le cose con lo spirito dell’Economia di Comunione, un progetto che il presidente dell’associazione, Nevio, che è un non credente, sente molto».

 

Altre iniziative?

«Da qualche anno, in collaborazione con “Azione per un modo unito”, organizziamo una festa di solidarietà, per sovvenire alle popolazioni colpite da calamità naturali. Due anni fa, su proposta di Nevio, l’abbiamo fatta per i poveri di Cesenatico (qui con la crisi ce n’è di gente alle prese con difficoltà economiche)».

 

Quando hai conosciuto la spiritualità dell’unità?

«Avevo quindici-sedici anni, ero un tipo problematico, convinto che nessuno potesse capirmi; ma dopo aver ascoltato una videoregistrazione di Chiara Lubich, mi son sentito compreso nel profondo. L’impatto col Movimento dei focolari ha significato l’incontro con un Dio che è amore e m’interpella di continuo».

 

Poi l’EdC ti ha dato altri stimoli.

«Prima ancora però è stato essenziale per me sentir dire da Chiara che non saremmo il movimento dell’unità senza l’apporto degli amici di convinzioni non religiose. Felice e quasi incredulo, mi dicevo: “Non l’ho mai sentita una cosa del genere”. Questo perché nell’ambiente che frequentavo i non credenti erano sempre considerati come persone alle quali mancava qualcosa. Da allora c’è stato uno scatto anche nel rapporto con Nevio e gli altri dell’associazione».

 

Dimmi ora della tua famiglia.

«Mia moglie è Fabiola, abbiamo tre figli: Giorgia, a sua volta sposata e madre di un bambino, Francesco di 23 anni e Andrea di otto. La nostra è una famiglia allegra, ci si vuole bene, con i figli c’è un dialogo aperto. Tanto merito di questo va a Fabiola: infatti, essendo tanto tempo via da casa, non mi sembra di aver dato un grande contributo. Eppure qualcosa sarà passata, se tra noi il rapporto è così intenso. Ringrazio Dio».

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