Tra gli uomini blu

Mi vengono in mente alcune immagini dove la luce degli occhi, degli sguardi dei soggetti fotografati mi hanno parlato di speranza. Come quella realizzata durante il mio primo reportage nel cuore del Sahara dove ho vissuto con il popolo nomade del deserto, gli uomini blu, i tuareg. Qui il Tenerè, come loro chiamano il Sahara, è un deserto duro, non ha la dolcezza delle dune di sabbia d’oro del deserto da cartolina. Qui non esistono oasi da mille e una notte. E di sabbia non ce n’è molta, in compenso c’è tanta roccia che colora il deserto da un rosa pallido ad un verde-azzurro, ad un rosso, fino ad un nero profondo. E non ci sono nemmeno dune ma il deserto è talmente piano che lo sguardo si perde all’infinito sulla linea dell’orizzonte che pare a pochi passi, e invece si fa inseguire giorno dopo giorno. Ed è in un punto imprecisato di questo orizzonte infinito che ho incontrato il soggetto della mia immagine: un tuareg con il suo cammello che, dopo aver perso la pista e aver finito l’acqua, aveva cercato ombra sotto un solitario baobab cresciuto lì non per caso. Si iniziano già a vedere i segni della disidratazione in lui e nel suo cammello.Ma non è questo ciò che colpisce, sono invece i suoi occhi che spuntano dal volto coperto dal tipico velo blu: non ha uno sguardo disperato o rassegnato, ma sereno, con una luce che viene da dentro, che fa trasparire sul volto il significato delle loro parole aman man – l’acqua è vita – e Inschallah – se Allah vuole, se Dio vuole: il suo sguardo sembra esprimere se Dio vuole, troverò l’acqua e la vita. Questa è il senso della vita per i tuareg: vivere ogni giorno, ogni attimo, affidando completamente, e inevitabilmente, la propria esistenza alla volontà di Dio. È una speranza contro ogni speranza quella che ho condiviso con i tuareg nel deserto tanto ostile alla vita quanto affascinante, dove la loro vita nomade non è una vocazione ad un turismo permanente ma è una continuo viaggio nella speranza di tro- vare acqua per le loro greggi, per la loro sopravvivenza. Oppure mi viene in mente l’immagine scattata in un altro posto non lontano dal Sahara, nella zona del Sahel tra Mali e Burkina Faso. Sono in viaggio con il mezzo locale, un vecchio pullman degli anni Cinquanta, che trasporta un numero esorbitante di passeggeri di ogni tipo, da me a pastori di etnia peul con capre al seguito, a donne con neonati: un bel puzzle di umanità locale. Ciò che caratterizza il viaggio nell’africa saheliana sono soprattutto le soste obbligate agli autogrill locali, che, scordando i nostri, sono posti di blocco militari. Attorno a loro è nato una sorta di villaggio, dove accanto alla tipica trattoria africana si trovano venditori di ogni gene- re, insieme a chi invece si è improvvisato barista, offrendo ai passeggeri una specie di bevanda-bomba fatta con latte e caffè in polvere, spesso scaduto, proveniente da qualche multinazionale occidentale. Ed è in uno di questi autogrill, durante una sosta notturna, mentre sto per sperimentare anche io la bomba, che sbucano dal nulla i soggetti della mia immagine: sono sei bambini forse di quattro anni, nudi, in mano solo una ciotola di legno. Si avvicinano a me, unica donna bianca dell’autogrill, mi fissano con i loro enormi occhi neri come la notte. Alla mia curiosità il barista mi spiega nel tipico francese africano che sono stati lasciati lì dalle famiglie che poverissime non avevano la possibilità di crescerli. Abbandonarli era l’unica chance per non farli morire di fame.Vivono chiedendo qualcosa ai passeggeri in sosta. Queste parole mi arrivano dentro come coltellate. Mi scendono due lacrime mentre i pensieri cercano di fare pace con quello che ho appena udito. Riguardo gli occhi di questi bimbi che nel frattempo mi hanno quasi presa in ostaggio insieme al barista. Che cosa mi dicono i loro occhi? Intravedo nel buio una luce di determinata speranza. Il loro sguardo infatti non è di passiva rassegnazione ma ha un riflesso di determinazione. Se i loro occhi potessero parlare esprimerebbero parole gridate come spero di crescere, di diventare grande, come te, come voi; voglio vivere. La luce che illumina il loro sguardo mi fa capire che la speranza è alla radice ontologica dell’essere umano, risiede nella profondità dell’essere come l’istinto di sopravvivenza. La speranza è anche volontà di vivere, di essere. Infine mi viene in mente l’immagine realizzata sul Mistral, il treno che da Dakar capitale del Senegal, va a Bamako in Mali. Lo prendono i clandestini che partono dalla costa oceanica per raggiungere attraverso un viaggio di 5 mila chilometri, la costa del Mediterraneo, da dove si imbarcheranno su un gommone direzione Lampedusa. Gli sguardi dei 3 mila uomini e donne che incrociano il mio hanno una luce di disperata speranza, perché la loro speranza nasce dalla disperazione di dover lasciare tutto, casa, famiglia, paese, per andare altrove in cerca di un lavoro per vivere e far sopravvivere chi rimane al villaggio.Ma intravedo anche un riflesso di nostalgica speranza, perché inizia già da subito la nostalgia del proprio villaggio e la speranza di ritornarvi un giorno. Questo treno viene chiamato da noi occidentali il treno dei disperati, mentre per loro è il treno della speranza. La speranza per tutti di una vita diversa, una nuova vita. Ho ancora in mente tante immagini, ma queste mi sembrano quelle più significative.Attraverso la scusa dei reportage, sono stata portata a farmi uno, cioè a condividere fino in fondo, rischiando a volte la mia pelle, la vita, le sofferenze, la speranza contro ogni speranza, di tanti, in diverse parti del mondo. Oggi per me la speranza è quella luce che illumina dentro di noi la certezza dell’infinito amore di Dio per ognuno, per tutti. , ,

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