Tra due rivoluzioni

Il 24 febbraio 1848 la folla parigina irruppe nell’Assemblea legislativa imponendo la destituzione del re e la proclamazione della repubblica. Era guidata dal poeta Alphonse Lamartine e dal socialista Louis Blanc, che il giorno stesso entrarono a far parte di un governo provvisorio, il cui primo proclama recitava, tra l’altro: “La Libertà, l’Uguaglianza e la Fraternità per principi, il Popolo per divisa e parola d’ordine, ecco il governo democratico che la Francia deve a sé stessa e che nostri sforzi sapranno assicurarle”. Due giorni dopo, il governo ribadisce che sulla bandiera tricolore si scriverà “Repubblica francese” e “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”: “tre parole che esprimono il senso più esteso delle dottrine democratiche, di cui questa bandiera è il simbolo, nel mentre i suoi colori ne continueranno la tradizione”. Fu dunque la rivoluzione parigina del 1848 a innalzare il famoso “trittico” a divisa della nazione, con una uguale sottolineatura, almeno nella retorica, di tutti e tre i princìpi. Ma la fraternità non era proclamata soltanto da coloro che sarebbero stati chiamati, successivamente, “socialisti utopisti”; attraverso una sensibilizzazione dell’opinione pubblica accesa, in particolare, con il “movimento dei banchetti” sviluppatosi nell’anno precedente, la fraternità era incastonata ormai nell’immaginario collettivo ben più di quanto non lo fosse stata nella rivoluzione del 1789. Poco importa che ognuno – come rivelerà la storia successiva – interpretasse le parole a modo proprio: il “trittico ” era ormai diventato la sintesi dell’azione rivoluzionaria e costituiva il La rivoluzione del 1848 aveva bisogno di creare e di convincere del legame con l’89, proprio per far meglio accettare i suoi contenuti di novità: “Se nel 1789 nel varco aperto dai vecchi ceti si inserì subito la borghesia – scrive lo storico F. Catalano -, nel 1848, invece, nel varco aperto dalla borghesia si inserì, a Parigi, il proletariato”. Un proletariato per niente ancora socialista, tanto che i lavoratori aspiravano a togliersi dalla miseria diventando proprietari di qualche attrezzo e di un piccolo laboratorio: trasformandosi, cioè, in artigiani. Ma, comunque, un proletariato che, insieme a tutti gli altri ceti popolari, fu il protagonista della rivoluzione, ben più di quanto non lo fosse stato nell’89. Per questo i princìpi dell’89 presero un sapore diverso, e la stessa fraternità sembrava concretamente realizzabile. Già il 26 febbraio un manifesto dei fourieristi – una delle prime affiches rouges che in quei mesi, fino a giugno, trapuntarono di rosso la capitale – chiedeva, accanto al suffragio universale e al diritto al lavoro, “l’unione e l’associazionefraterna tra i capi d’industria e i lavoratori “. Una richiesta che si tradusse, ad esempio, nella creazione di “officine nazionali”, nelle quali circa 100 mila lavoratori venivano occupati in maniera improduttiva al costo complessivo di 240 mila franchi al giorno. Attuazione, dunque, stravolta e parziale di una fraternità che avrebbe ben altri contenuti: ma già più precisa, più rivolta al sociale, rispetto alla fraternità dell’89, che non ebbe applicazione alcuna, se non nell’appello nazionalistico che chiamava i francesi a combattere contro il resto d’Europa. Molto si adoperò, nel creare il collegamento con l’89, Pierre Leroux, che già nel 1833 aveva scritto: “I nostri padri avevano messo sulla loro bandiera, libertà, uguaglianza, fraternità. Che la loro divisa sia ancora la nostra”. Si comprende il desiderio, da parte dei rivoluzionari del ’48, di connettersi alla “Grande Rivoluzione” del 1789; un’idea, questa, che prese a sedimentare e riuscì ad imporsi, se il Larousse, nel suo Grande dizionario del 19° secolo, poteva scrivere: “La Libertà del mondo data dal 20 giugno 1789. Libertà! Uguaglianza! Fraternità! Credo in tre parole, simbolo completo delle nuove credenze, divisa magica che fa palpitare il cuore della terra, ecco ciò che conteneva in germe il giuramento della Pallacorda”. Ma ciò che nel 1848 sembrava ovvio – e successivamente si diede per scontato -, e cioè che il “trittico” avesse caratterizzato la rivoluzione precedente, non era affatto storicamente fondato. La rivoluzione del 1789, infatti, inizialmente mise a fuoco soltanto il primo principio del trittico: la libertà; e neppure questa era, agli ini- zi, il punto di riferimento per tutti quelli che volevano cambiare la situazione. La legge del 22 dicembre 1789, ad esempio, imponeva ancora il giuramento su “la Nazione, la Legge, il Re”. I francesi, dopo l’89, impararono un po’ alla volta a sentirsi liberi, ma, finché durò la monarchia, non si sentivano affatto uguali: fino al colpo di stato del 10 agosto 1792, che rovesciò Luigi XVI, vigeva un regime censitario che conferiva il diritto di voto solo a una metà della popolazione, relegando l’altra metà in una sottoclasse di cittadini. Nelle bandiere assunte nel 1790 dai distretti di Parigi campeggiavano quelli che, secondo i vari distretti, erano i princìpi riassuntivi della rivoluzione. Su sessanta, una sola richiamava la fraternità, quella di Val-de- Grâce: “Vivere come fratelli sotto l’impero delle leggi”. Nessuna parlava di uguaglianza, mentre vi ricorrono spesso la libertà, l’unione, la legge, la patria, il re. Un riferimento ufficiale alla fraternità lo troviamo, nel 1790, nella formula del giuramento dei deputati alla Federazione: il 4 luglio 1790 la Costituente decreta che essi dovranno giurare di “rimanere uniti a tutti i francesi attraverso legami indissolubili di fraternità”. Per i primi due anni della rivoluzione, tutto ciò che gli storici sono riusciti ad accertare in merito alla fraternità finisce qui. Solo col giuramento civico decretato nell’agosto del 1792 l’uguaglianza affianca ufficialmente la libertà: “Giuro di essere fedele alla Nazione e di mantenere la Libertà e l’Uguaglianza, o di morire nel difenderle”; questa fu, in effetti, l’espressione ufficiale e più duratura della rivoluzione, impressa nelle stesse monete, che sembrava dire tutto l’essenziale della Francia rivoluzionaria; una “divisa” che fu mantenuta per tutta l’epoca del Consolato e dentro i primi anni dell’Impero, posta in testa alla corrispondenza di varie amministrazioni e ai documenti ufficiali. Ma fu un uso, non un obbligo; non vi fu mai una legge che imponesse tale divisa “a due” – né altra divisa – sul territorio nazionale né da parte della Costituente, né della Legislativa, né della Convenzione. E la fraternità? Per trovarla espressa in maniera non occasionale bisogna attendere il discorso che il marchese de Girardin rivolse al club dei Cordiglieri il 29 maggio 1791, in merito alla costituzione delle forze armate: “Il popolo francese – disse -, che vuole per base della sua Costituzione l’Uguaglianza, la Giustizia, e l’universale Fraternità, ha dichiarato che mai attaccherà nessun popolo”. Pubblicando il discorso, il club dei Cordiglieri lo farà seguire da una propria “opinione”, nella quale, riferendosi all’uniforme, dichiara: “Che bisogna, di conseguenza, che l’uniforme nazionale possa convenire ugualmente a tutte le facoltà dei cittadini; che, per questo, è necessario che sia semplice, solida e di uno stesso colore, con una placca sul cuore che porti queste parole: Libertà, Uguaglianza, Fraternità”. Il club inviò il discorso di Girardin a tutte le associazioni patriottiche, ai dipartimenti e alle municipalità, con richiesta di aderirvi. Ed ecco spiegato uno degli strumenti di diffusione del trittico. Bisogna poi attendere il 1793 per imbattersi in una decisione del direttorio del dipartimento di Parigi, che rende popolare la divisa imponendone, in una determinata circostanza, l’uso ai cittadini. Su proposta di Mormoro (cordigliere, che probabilmente conosceva il discorso diGirardin), invita tutti i proprietari o principali locatari di case di Parigi, a “far pendere sulla facciata delle loro case, in grossi caratteri, queste parole: Unità, Indivisibilità della Repubblica; Libertà, U g u a g l i a n z a , Fraternità, o la Morte”. L’ordinanza fu eseguita, e non solo a Parigi ma, probabilmente, anche in altri distretti della provincia. Date queste premesse, perché il trittico, completo di fraternità, non si impose definitivamente in tutta la Francia e cadde invece, ben presto, in desuetudine? La risposta migliore la fornisce Barère, nel suo discorso del 1794 contro i “banchetti patriottici ” – organizzati nelle pubbliche vie -, che si erano andati moltiplicando per spingere la popolazione a “fraternizzare”; parlando a nome del Comitato di salute pubblica, Barère, avendo visto aristocratici e moderati infiltrarsi nei banchetti, dichiara: “Il vino prezioso che vi portano non è che oppio: vogliono addormentarvi al posto di fraternizzare. Senzadubbio, ci sarà un’epoca, e noi ne gioiremo, ci sarà un’epoca fortunata nella quale i cittadini francesi, non componendo che un’unica famiglia, potranno stabilire i pasti pubblici per cementare l’unione dei repubblicani e dare delle lezioni generali di fraternità e di uguaglianza; ma non sarà certo allorché un tribunale rivoluzionario giudica i cospiratori, allorché i comitati di sorveglianza devono spiare i traditori, allorché i cittadini devono osservare tutti i nemici della patria, ma quando la Rivoluzione sarà interamente fatta, gli spiriti rassicurati sulla libertà, la popolazione epurata e le leggi rispettate (…) Fraternizziamo fra patrioti, e non smuoviamoci dal nostro odio vigoroso contro gli aristocratici (…) La fraternità dev’essere concentrata durante la Rivoluzione tra i patrioti che un interesse comune riunisce. Gli aristocratici, qui, non hanno affatto una patria, e i nostri nemici non possono essere nostri fratelli”. È evidente che la fraternità, sotto il Terrore, si allontanava totalmente dal suo vero significato; si spiegano così le parole di Chamfort, secondo il quale il trittico, associato all’espressione “o la Morte”, non significava altro che: “Sii mio fratello, o ti ammazzo”. Certamente, commenta lo storico Alphonse Aulard, questo non era il significato originario, che intendeva invece dichiarare la disponibilità a morire nel difendere la libertà: “Ma non c’è dubbio che sotto il Terrore le parole: o la Morte, furono prese anche, e soprattutto, nell’altro senso, nel senso di una minaccia di morte contro gli aristocratici”. E infatti, con la caduta del Terrore, si sviluppò un movimento di opinione che costrinse a cancellare dai monumenti la gran parte delle scritte che associavano la fraternità alla morte: la fraternità, all’interno della “Grande Rivoluzione”, aveva compiuto il suo ciclo. Ma da dove veniva quest’idea dimostratasi, nell’89 come nel ’48, di così difficile realizzazione?

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