Torna qui con noi

È un papa stanco quello che è arrivato in Azerbaigian e Bulgaria. Un papa che stenta a muoversi. Che fa fatica a parlare. Eppure non ha esitato un attimo a proseguire il viaggio. Ha lasciato che fossero gli altri a leggere i testi dei suoi discorsi. Non si è tirato indietro di fronte a pedane, elevatori e piattaforme mobili. Ed ha conquistato tutti. Lasciando dietro di sé entusiasmo e commozione. “Non so – ha detto ai giovani prima di ripartire per Roma – se potrò venire ancora una volta in Bulgaria, ma sono contento di essere giunto qui”. Quelle parole hanno fatto breccia nei cuori del popolo bulgaro. “Torna qui con noi”, gli hanno gridato prima di vederlo andare via. Un augurio, una speranza. Ma soprattutto il segno di un incontro che rimarrà per sempre. Quando era partito, a Roma non si faceva altro che parlare delle sue dimissioni. Se ne discuteva un po’ dappertutto. Anche cardinali e arcivescovi non stabilita fra l’altro anche dal diritto canonico – di un ritiro del papa nel caso in cui non fosse stato più in grado di proseguire nell’incarico. Ne aveva parlato addirittura il card. Joseph Ratzinger ad un settimanale cattolico tedesco. E la notizia aveva fatto il giro del mondo. Eravamo tutti lì a vederlo salire sull’aereo. Ha usato per la prima volta uno speciale elevatore. Allora, è vero. Il papa non riesce più a fare gli scalini. E subito, una domanda. Cosa lo spinge allora a viaggiare così tanto? A sottoporsi ai flash e alle telecamere di mezzo mondo. E poi per quell’esigua minoranza di cattolici che vivono alle porte dell’Oriente europeo. In Azerbaigian, se ne contano 120 in tutto. In Bulgaria rappresentano appena l’1 per cento della popolazione. Ma il papa evidentemente non guarda ai numeri. E sotto quel volto irrigidito dalla malattia, ha ancora importanti da dire. E gesti di amicizia da compiere. E ponti incrinati dalla storia da ricostruire. No, il papa non si ferma. “Fino a quando avrò voce – dice – io griderò: Pace, nel nome di Dio”. Ecco cosa gli sta più a cuore. E con tutta la forza che ha, grida pace perché in troppi paesi del mondo si continua a fare la guerra. A morire nei pub e nelle piazze dei mercati. A insanguinare con stragi e kamikaze, la terra di Abramo e di Gesù. Ai popoli, ai capi di stato e ai leader religiosi, il papa non si stanca di chiedere una “pace vera”, quella fondata “sul rispetto reciproco, sul rifiuto di ogni fondamentalismo, sulla ricerca del dialogo”. Perché ha scelto l’Azerbaigian? Perché qui, convivono ortodossi, ebrei e musulmani. Qui ci sono buddhisti e zoroastriani. Ha scelto l’Azerbaigian per rilanciare “lo spirito di Assisi “, per chiedere “ai responsabili delle religioni di rifiutare ogni violenza come offensiva del nome di Dio e di farsi promotori instancabili di pace e di armonia”. Atterrato sul suolo della Bulgaria, paese a maggioranza ortodossa, il papa dà voce ad un altro suo grande desiderio: l’unità delle chiese. Si può dire di più: il dolore per la disunità e lo sforzo per ristabilire la piena comunione dei cristiani sono un tratto costante del suo pontificato. Giovanni Paolo II sarà ricordato nella storia come il papa del dialogo, il papa che ha scelto di aprire la porta santa del 2000 insieme ad un arcivescovo anglicano e ad un metropolita ortodosso. “Cristo – ha detto incontrando in Bulgaria il patriarca Maxim – ha creato la chiesa una e noi oggi ci presentiamo al mondo divisi. È uno scandalo che danneggia la causa del Vangelo”. E la danneggia ancora di più in Europa. Soprattutto negli anni in cui le nazioni del continente si stanno impegnando per fare dell’Unione una realtà importante. E che dire dello storico accordo che ha decretato il 28 maggio scorso l’entrata della Russia nel Consiglio dei 20 della Nato. Putin stringe la mano al presidente Bush. Woytjla è polacco e conosce bene l’Oriente europeo, la sua gente, la sua storia, la sua cultura. E così nel monastero di Rila, cuore spirituale del cristianesimo ortodosso bulgaro, elogia con parole appassionate la tradizione monastica orientale. “Che cosa sarebbe la Bulgaria – dice – senza il monastero di Rila? Cosa sarebbe la Grecia senza la santa montagna dell’Athos? O la Russia senza quella miriade di dimore dello Spirito Santo, che hanno permesso di superare l’inferno delle persecuzioni sovietiche?”. Si delinea sempre più chiaramente la sfida “ecumenica” che attende le chiese: essere per prime esempio di una casa riunita, “laboratorio – ci spiega don Aldo Giordano, segretario del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa) – dove le diversità culturali non sono causa di separazione ma un contributo per costruire il bene comune”. A patto però di saper “vedere il positivo ” che è nell’altro. “Se invece ci fermiamo ai limiti – aggiunge Giordano – continueremo a vederci sempre come un ostacolo, impedendo che si realizzi quello scambio di doni di cui ha bisogno l’Europa”. Il programma della visita apostolica prosegue senza soste, fitto – come sempre – di appuntamenti importanti. Il papa incontra gran muftì e presidenti, membri delle accademie culturali e rappresentanti delle comunità religiose. E come sempre, ad attenderlo c’è una folla festante di gente. Gli stadi e le piazze si riempiono, nonostante in queste terre i cattolici siano una minoranza. Giovanni Paolo II non si è tirato mai indietro. Di questo 96° viaggio, rimarranno il suo grido per la pace nel mondo il suo appello per l’unità delle chiese. È un grido silenzioso nei toni ma capace di rompere i muri, perché a pronunciarlo è un uomo che ha dato tutto stesso per questo. “Più un padre diventa anziano – dice Giordano – più va all’essenziale. E Giovanni Paolo II è un padre che ha cuore la chiesa, famiglia universale capace di toccare tutti i punti della terra, salvando le identità culturale ed etnica dei popoli: un padre che gioisce della diversità dei suoi membri ma è anche il primo responsabile della sua unità “Torna qui con noi”, gli hanno gridato i giovani prima di partire. E l’ultimo sguardo del papa Bulgaria lo ha rivolto a loro. Perché Giovanni Paolo II guarda avanti. Un po’ come fanno gli uomini e donne con grandi carismi. Il papa ama i giovani perché “i giovani – dice guardano più lontano nel futuro”. “E io auguro – aggiunto – ai bulgari e voi giovani bulgari che futuro vi possa appartenere, e ve lo dedico”. E lasciando la Bulgaria, il portavoce della Santa Sede conferma: il papa andrà a Toronto per la Giornata mondiale della Gioventù. E la storia va avanti. PISTA BULGARA. MA COS’È? “Pista bulgara”. Ne hanno parlato tutti i giornali in occasione del viaggio apostolico di Giovanni Paolo II. Ma per capire che cosa è, occorre fare un passo indietro. E più esattamente al 13 maggio 1981, quando in piazza San Pietro Alì Agca sparò a Giovanni Paolo II un colpo di pistola. Il papa venne colpito all’addome e trasportato all’ospedale Gemelli. Miracolosamente si salvò, ed ora il proiettile è custodito nella corona della Madonna di Fatima a memoria della sua divina protezione. In quello stesso anno, Agca raccontò agli inquirenti di essere stato reclutato dai servizi segreti di Sofia, per conto del Kgb. Nasce così quella che presto fu definita “la pista bulgara”: la pista cioè seguita dagli inquirenti per fare chiarezza attorno all’attentato. Nel marzo 1985, gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove, ma da allora un ombra di sospetto calò sulla Bulgaria. Arrivato sul suolo bulgaro, il papa affronta di petto la questione, chiudendo una volta per tutte un capitolo triste della storia. “Saluto tutti – dice a Sofia – con affetto e a tutti dico che in nessuna circostanza ho cessato di amare il popolo bulgaro, presentandolo costantemente nella preghiera al trono dell’altissimo: la mia presenza oggi tra voi sia manifestazione eloquente dei sentimenti di stima e di affetto che nutro verso questa nobile nazione e tutti i suoi figli”. Erano due decenni che il popolo bulgaro attendeva quelle parole e calorosamente le hanno applaudite.

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