Così, mentre un enorme ghiacciaio si sta staccando dall’Alaska per arrivare in Europa, lui, Digger Rockwell, che ha qui le sue imprese petrolifere che lo rendono immensamente ricco, non se ne importa, gioca con la sua gatta malata, dà ordini al suo staff senza riguardi per nessuno. Il ménage familiare non è il primo dei suoi interessi.
Cinico, egocentrico, Digger è un Tom Cruise sovrappeso, super truccato, col ciuffo candido, disordinato e cattivo, indifferente al disastro ecologico. Per lui i soldi, che danno il potere, sono tutto.
Un tribunale mondiale lo mette sotto processo per i suoi crimini contro l’umanità, ma lo aiuta il presidente Usa, interpretato con comicità grottesca da John Goodman.
Inizia come un processo di accusa e diventa poi una farsa, un trionfo per Digger che da accusato si fa accusatore del tribunale e di tutti noi che odiamo il petrolio ma siamo disposti a rinunciare al benessere che ci procura solo a parole.
Iñárritu denuncia l’ipocrisia dell’Occidente con il suo stile sarcastico, provocatorio, surreale. Magari troppo. Noi, in seguito, ci accorgeremo che in realtà siamo immersi in uno spettacolo teatrale recitato dallo stesso Digger e dai suoi nell’incastro fra dentro e fuori le scene, tra verità e menzogna. Col risultato che la terra comunque sarà invasa dalle acque. Un nuovo diluvio, una nuova arca per salvarci? E chi sarà Noè, Trump o un altro simile a lui? Domanda inquietante. La realtà supererà il film, ne è convinto il regista, e lo grida con la sua parabola visionaria.
Per quanto prolisso e barocco, il film ci interroga e non lascia spazio all’ipocrisia occidentale e di tanta umanità dimentica delle tragedie incombenti specie per i poveri.
Non ci lascia in pace Iñárritu. Per fortuna. Guardando al Cruise-Trump, il vincitore “americano”, si prova disagio e timore. Non solo per il domani, ma per ora, per oggi.
