Tiziano Terzani, un uomo alla ricerca della verità

È stato uno dei più noti giornalisti e scrittori italiani degli ultimi decenni. I volumi che raccolgono i suoi vivaci e coloriti reportages, pieni di passione e di umanità, sono numerosi e tradotti in varie lingue. Nacque a Firenze nel 1938 e passò circa 30 anni in vari Paesi dell’Asia con la moglie e i due figli, senza però perdere il contatto con la sua nativa Toscana, dove morì nel luglio 2004. I suoi numerosi libri sono stati editi da Longanesi
Ci siamo conosciuti ad Hong Kong, dove io ero potuto ritornare nel 1979, impegnato nei primi tentativi di dialogo e collaborazione con la grande Cina che cominciava ad aprirsi al mondo. Anche Tiziano, che nel decennio precedente aveva raccontato la guerra del Vietnam (Pelle di Leopardo, 1973) e poi la vicenda del popolo cambogiano (Giai Phong! La liberazione di Saigon, 1976), si era stabilito ad Hong Kong con la famiglia.

 

La Cina

 

La Cina rimaneva il suo grande sogno, a cui si era preparato anche studiando il cinese con la moglie Angela, fin da quando era a New York una dozzina di anni prima. Egli fu uno dei primi corrispondenti accreditati a Pechino (per il giornale tedesco Der Spiegel), dopo la morte di Mao Zedong. Nella capitale cinese, dove rimase un quinquennio, non esitò a portare anche i due giovani figli, Folco e Saskia, iscrivendoli ad una scuola cinese, dopo che ad Hong Kong avevano frequentato la scuola internazionale. Durante una delle mie frequenti visite a Pechino, mi invitò a rimanere ospite nel suo appartamento, dove in quei giorni era solo.

 

Intanto, nella base che continuava a mantenere ad Hong Kong, aveva fatto venire i vecchi genitori dalla nativa Toscana. E quando papà Geraldino (un fiorentino doc con la tessera comunista) si spense a 78 anni, ebbi la sorte di officiare per lui il semplice rito funebre. Tiziano me ne ringraziò (il 15 gennaio 1984), affermando che avevo espresso “con estrema sincerità e calore… il più bel monumento che uno come lui si potesse augurare”, e che le mie parole avevano incontrato la piena approvazione anche della mamma, donna religiosissima.

 

Terzani era arrivato in Cina pieno di entusiasmo e curiosità per la rivoluzione maoista. Ma nella sua sincera ricerca della verità non poteva rimanere indifferente di fronte ai disastri provocati dalla logica del potere e degli interessi economici che prevalevano anche in quel grande Paese. Ad un certo punto la sua presenza non fu più tollerata e sempre nel 1984 fu arrestato ed espulso dalla Repubblica Popolare “per attività contro-rivoluzionarie”. Fu forse la sua più cruda delusione che raccontò in La porta proibita (1985).

 

In India

 

Nei venti anni seguenti, Tiziano continuò a girare per l’Asia,rinunciando per un lungo periodo a prendere l’aereo, per rispettare l’ammonimento di un “indovino”. Frutto di questa nuova fase dei suoi viaggi fu il libro: Un indovino mi disse (1995). Notavo che nei suoi scritti, in cui non nascondeva la sua ammirazione per la povertà di certi ashram, non mancava di sottolineare anche genuini contatti con realtà evangeliche, come la sconvolgente esperienza con Madre Teresa o l’incontro con figure di missionari.

 

In occasione della morte di Tiziano, un altro grande giornalista, E. Mo, rievocò l’ultimo incontro che ebbe con l’amico fiorentino proprio a Calcutta, quando Madre Teresa si stava spegnendo: “Le pie sorelle del convento mi raccontarono che, dietro il perentorio invito della santa madre, Tiziano era sceso nel padiglione dei lebbrosi e agonizzanti a lavare i pavimenti[1].

 

Così, nella primavera del 1997, lo raggiunsi per telefono a New Delhi, per chiedergli di partecipare ad una tavola rotonda che si stava programmando a Milano per l’ottobre seguente in occasione dei 125 anni della rivista Mondo e Missione. Il tema sarebbe stato: “Il giornalista mediatore di una realtà spesso scomoda”. Nell’accettare l’invito, mi aggiornò al telefono sulla situazione della famiglia, sottolineando che la figlia Saskia stava seguendo un corso di catechismo a Hong Kong con il suo ragazzo, mentre il figlio Folco, già sposato, stava vivendo un periodo di volontariato a Calcutta con Madre Teresa. Folco passò un anno intero con Madre Teresa, riscuotendone la fiducia. Fece poi un bel film su quell’opera per gli abbandonati di Calcutta.

 

Tiziano mi suggerì di indirizzargli i dettagli del programma ad Orsigna (nel comune di Prato), originale rifugio toscano custodito dalla moglie Angela, dove egli amava tornare ogni anno, d’estate. Come verrà poi ricordato, nonostante le lunghe assenze, egli era considerato dalla gente del borgo come uno di loro. Anche “con il parroco Terzani intratteneva buoni rapporti, senza rinunciare a far valere i suoi punti di vista, diversi da quelli del sacerdote[2].

 

La malattia

 

Il 28 settembre, però, con un drammatico fax da New York Tiziano mi informava dell’impossibilità di mantenere l’impegno preso, pregandomi di volerlo scusare presso il pubblico senza rivelare la vera motivazione (“non tanto un segreto, ma una confidenza di cui solo la mia famiglia ed un paio di amici strettissimi sono al corrente”). Naturalmente, rispettai il desiderio dell’amico. Ma ora, a distanza di tanti anni, penso giusto condividere quella confidenza, che dimostra al tempo stesso la tempra dell’uomo e il suo animo.

 

Mi scriveva: “Sono a New York a cercare di curarmi un brutto cancro che mi è stato scoperto per caso poco dopo che ci eravamo parlati. Come ricordi, dopo il matrimonio di mio figlio a Calcutta da Madre Teresa ero venuto in Italia…”. Aggiungeva che mentre si curava da piccolo malanno frutto di tanto vagabondare, gli fu diagnosticato un linfoma nello stomaco: “Niente di grave… poco aggressivo ecc. Son venuto a New York per un controllo e mi hanno detto che potevo prendermi un paio di mesi prima di curarlo. Volevo andare a veder quel che succedeva ad Hong Kong (che stava per passare sotto Pechino: ndr), e ce l’ho fatta. Tornando a New York però è stato scoperto che nel frattempo il linfoma è ‘mutato’, che è diventato aggressivissimo… Sono già al secondo ciclo di chemioterapia, senza più un capello, un baffo… Quando dovrei essere da te sarò invece a fare il quarto di questi orribili bombardamenti atomici che radono al suolo l’intera foresta del tuo corpo per ammazzare giusto una piccola scimmia”.

 

E continuava: “Sono certo che mi scuserai… Davvero mi dispiace. Tu sai che, col passare degli anni, da quando mi sentivo agli antipodi di Gheddo nella faccenda Vietnam, ho avuto per il PIME una crescente ammirazione, ho imparato ad apprezzare l’incredibile lavoro che la vostra gente ha fatto nei paesi della mia Asia e che l’incontro con le suorine di Kengtung nella casa fondata dai tuoi correligionari all’inizio del secolo è stata una delle esperienze più commoventi della mia recente vita. Venire al tuo convegno era un po’ come ripagare un debito…”.

 

Aveva descritto quel toccante episodio nel capitolo “Birmania, addio!”, del libro Un indovino mi disse. Si trattava dell’imprevisto incontro con alcune anziane religiose italiane (della Congregazione di Maria Bambina) che avevano speso la vita per gli abbandonati nella città di Kengtung, nel nord-est della Birmania.

 

Le drastiche cure fatte in America gli permisero di riprendere il lavoro, mentre nel 1998 usciva una nuova raccolta dei suoi saggi, In Asia. Ebbi occasione di risentirlo non molto tempo dopo. Il card. Martini di Milano stava per concludere la prima fase del processo di beatificazione di Clemente Vismara, un missionario di Myanmar[3]; per quell’occasione sarebbe venuta ad Agrate, patria di Vismara, anche una delegazione di cattolici di Kengtung, guidata dal vescovo. Sapevo che Tiziano avrebbe voluto incontrarli. Però, mi scrisse: “sono stato assalito dall’orrore di cadere nelle routine della sopravvivenza e da una grande nostalgia dell’India… e mi sono prenotato sul primo volo per New Delhi”. Era l’8 ottobre 1998.

 

Alla ricerca del vero

 

L’amicizia che mi ha legato a Tiziano Terzani nasceva da un’ammirazione spontanea per la sua profonda umanità e per la sua ricerca sincera del vero. Egli stesso ricordava che si era iscritto al Partito Comunista Italiano seguendo il papà, a 18 anni; ma “era il 1956 e i carri armati sovietici (a Budapest) mi convinsero a lasciar perdere”. Era rimasto comunque legato all’ideologia di sinistra, convinto che i peggiori disastri nel mondo erano dovuti all’imperialismo americano. Ed era stata questa la spinta che lo aveva portato a documentare la guerra del Vietnam e ad esaltare la liberazione di Saigon, come anche a voler vedere da vicino l’esperimento dei Khmer Rossi in Cambogia e quello di Mao Zedong in Cina.

 

Più tardi, rivisitando il Vietnam liberato, non esiterà a denunciare il fallimento di quell’ideologia che prometteva uguaglianza e giustizia e nella quale aveva sinceramene creduto. E saprà riconoscere il proprio errore di valutazione su Pol Pot, come pure sulla Cina comunista. Nei suoi scritti affiora continuamente la condanna della violenza, che non può mai essere giustificata, perché è sempre motivo di dolore. “Nei molti libri che ha scritto… sono confluiti i dolori, i conflitti, i deliri di un’umanità in procinto di precipitare nel baratro: ma alla fine del tunnel c’è sempre uno spiraglio di luce, alimentato dal suo fondamentale ottimismo”.

 

Dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York, Terzani pubblicava il volume: Lettere dalla guerra (2002). Invitato in varie città italiane dal movimento pacifista, in una familiare conversazione con G. Fazzini, direttore di Mondo e Missione, Tiziano rievocò vari aspetti della sua vita randagia e della famiglia. Tra l’altro, ribadì: “Dei missionari ho un grandissimo rispetto, perché dedicano la vita ad annunciare quella che per loro è la verità…. lo fanno inserendosi in profondità nelle culture locali e cercando la condivisione, spesso estrema”. Quanto a sé, confessava: “Per me ogni religione vale come cammino verso la verità”. E ancora: “Non mi riconosco in una religione o una chiesa, ma quando sono fra le montagne dell’Himalaya parlo con Dio”. E guardando al proprio futuro aggiungeva: “Ho due appuntamenti importanti a cui voglio prepararmi: la vecchiaia e la morte. Ho sempre viaggiato per il mondo, a un certo punto ho deciso di fermarmi e di cominciare a viaggiare dentro[4].

 

Anam, il senza nome

 

Ritirandosi per un periodo di solitudine sull’Himalaya, si era scelto un nome sanscrito (Anam, “il senza nome”), che egli stesso commentava come “appropriatissimo, per concludere una vita tutta spesa nel cercare di farmene uno”.

Anche da quella esperienza nacque un libro dal titolo provocatorio: Un altro giro di giostra, in cui Terzani racconta la sua lotta contro il cancro, ma anche “un viaggio nel male e nel bene del nostro tempo”. Scrive: “Il cancro è come il terrorismo; ma ormai l’uomo non va più a cercarne le cause, vuole solo delle cure, farmaci, medicine, nuove armi: ma in tutti e due i casi è solo l’industria ad averne benefici. La nostra civiltà, che non concepisce nemmeno l’idea della morte, elegge come propri eroi i ricchi e i potenti…”. Parlando di questa sua grave malattia, dice che gli è servita tantissimo: “È così che sono stato spinto a rivedere le mie priorità, a riflettere, a cambiare prospettiva e soprattutto a cambiare vita”.

 

E conclude: “Continuo a fare quel che mi pare giusto fare, senza aspettarmi risultati, senza sperare in ricompense, senza formulare desideri… tranne quello di arrivare a non aver più bisogno di tempo per me e dedicare quello che mi resta agli altri… Vivo ora, qui, con la sensazione che l’universo è straordinario, che niente mai ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta”.

 

Muore a metà luglio 2004, a 66 anni, ad Orsigna, dove ha voluto condividere con i suoi cari la serena attesa della morte. Anzi, negli ultimi mesi ha trovato la forza di rivisitare con il figlio Folco la sua lunga e avventurosa esperienza, in una serie di conversazioni che sono confluite poi nel volume La fine è il mio inizio[5]Una specie di testamento di vita, in cui emerge l’anima di Tiziano, mentre parla con il figlio. Io sono convinto che ad Orsigna Tiziano ha continuato a parlare anche con Dio, ottenendo in dono di scoprire l’Amore, come senso ultimo delle cose di cui era andato costantemente alla ricerca..

 

 




[1] Corriere della Sera, 30 luglio 2004.

[2] Ibid.

[3] C. Vismara (1897-1988), missionario del PIME in Myanmar per 65 anni, era anche un brillante scrittore. P. Gheddo ne ha curato una biografia: Clemente Vismara. Il santo dei bambini. La sua beatificazione è prevista nel prossimo mese di giugno a Milano.

[4] E. Citterio – G. Fazzini, Io, giornalista – pellegrino sedotto dall’India e dal divino, in Mondo e Missione 5 (2002) 68-70.

[5] Questo volume uscito nel 2006 ebbe sei edizioni in pochi mesi, raggiungendo 800 mila copie in Italia. Su di esso fu realizzato anche un film (Corriere della Sera, 7 ottobre 2010).

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