Titus Brandsma e gli animali

Tra i nuovi santi riconosciuti da papa Francesco, il carmelitano, filosofo e giornalista olandese ucciso a Dachau. Sostenitore, come Francesco d’Assisi, dell’amicizia fra gli uomini e le altre creature
Titus Brandsma

Il 15 maggio papa Francesco proclamerà santo il sacerdote carmelitano olandese Titus Brandsma, martire del nazismo beatificato nel 1985 da Giovanni Paolo II. Brandsma nasce nel 1881 a Ugokloster, presso Bolsward, da famiglia cattolica. A 17 anni entra nei carmelitani di Boxmeer, cambiando in Titus il suo nome di battesimo, Anno. Sacerdote nel 1905, spirito libero a servizio della verità e intellettuale di punta, dai superiori che lo preferirebbero più tranquillo e dedito alla preghiera viene inviato a Roma a studiare. Dopo la laurea in Filosofia, al rientro in Olanda nel convento di Oss insegna filosofia e matematica. Inizia anche la professione di giornalismo – la sua passione di sempre – pubblicando articoli e arrivando ad essere capo-redattore. Dal 1923 è docente di filosofia e storia della mistica presso l’Università Cattolica di Nimega per poi divenire rettore magnifico. Nel 1935 dal vescovo di Utrecht è nominato assistente ecclesiastico dell’associazione dei giornalisti cattolici del Paese (circa trenta le testate giornalistiche).

Rende bene il personaggio questa affermazione: «Non basta insistere sul vivere nella pratica la nostra fede e stimolarci a questo: occorre fare di più. Dobbiamo capire il nostro tempo e non estraniarci dalla storia. […] Lasciamo che il tempo attuale agisca su di noi con ciò che di buono ha […] Neppur più la fede è sufficiente da sola: essa deve manifestarsi operando nell’agire; nelle azioni deve manifestare tutto il suo valore».

Il 10 maggio 1940 i tedeschi invadono l’Olanda. Mentre cresce in tutta Europa l’onda nazista, all’università Titus ne denunzia gli abomini. Il 26 gennaio 1941 i vescovi della Chiesa olandese reagiscono ai provvedimenti nazisti. Quanto a Titus, incarnando lo stretto legame tra mistica e impegno nel mondo da lui predicato, inizia i suoi viaggi fra le redazioni dei giornali cattolici per consegnare le direttive dell’episcopato e incoraggiare i direttori a resistere alle intimidazioni tedesche. Al suo rientro in convento, viene arrestato e rinchiuso nel carcere di Scheveningen. È di questo periodo un diario intitolato La mia cella.

Viene poi trasferito nel campo penale di Amersfoort, dove è costretto a lavorare e a vivere in condizioni durissime, quindi a Kleve, in Germania, e ancora al campo di concentramento di Dachau dove arriva il 19 giugno 1942. Domenica 26 luglio, ormai stremato dalle fatiche, viene ucciso con un’iniezione di acido fenico. Aveva scritto: «La persona che desidera conquistare il mondo per degli ideali superiori, deve avere il coraggio di sostenere la lotta col mondo. Alla fine il mondo segue la persona che – a dispetto del mondo – ha il coraggio di fare ciò che il mondo non osa fare di sua spontaneità. Ma la lotta col mondo è dura: essa conduce alla morte di Cristo sulla croce».

All’infermiera incaricata dell’iniezione letale padre Titus aveva regalato il rosario fabbricato per lui da un compagno di prigionia. E in risposta alla replica di lei di non saper pregare: «Basta che dica: Ave Maria». Quella donna si convertirà e al processo di beatificazione testimonierà sulle ultime ore di vita del carmelitano.

Di padre Brandsma non mancano le biografie in italiano, mentre pochissimi sono i suoi testi spirituali tradotti nella nostra lingua. Recente, invece, è la pubblicazione – per i tipi di Graphe.it Edizioni – di una sua conferenza dal titolo Amore per gli animali e amore per l’uomo. Commenta questo singolare documento Luigi Accattoli nella prefazione: «Quando tenne questa avvincente conferenza […] era il 1936, un anno difficile per uomini e animali sulla terra: guerra d’Etiopia, guerra di Spagna, prova d’alleanza tra Germania, Italia e Giappone in vista della grande mattanza. Nel suo testo il nostro autore segnala il vento di grossolanità che soffiava pericolosamente sui popoli mentre lui argomentava per tirare i giovani ad amare gli animali, sostenendo che un atteggiamento di mitezza e protezione verso di loro avrebbe potuto aiutare al rispetto delle creature umane».

Ma ecco il nucleo di ciò che afferma in proposito lo stesso Brandsma secondo una prospettiva all’avanguardia per l’epoca: «Riguardo all’amore Egli [Cristo] dice che il primo e il più grande comandamento è amare Dio, ma il secondo, che deriva dal primo, è di amarsi l’un l’altro. Ora, come appunto l’amore di Dio fa sì che noi ci amiamo gli uni gli altri e che amiamo Dio, così occorre anche dire che, amando Dio, necessariamente amiamo anche ciò che Egli ama, estendiamo dunque il nostro amore alla natura che Egli ha voluto e creato. […] L’amore della Natura ci aiuta ad amarci e ad amare Dio in una maniera più nobile e profonda. Questo si ottiene in modo molto speciale attraverso l’amore per gli animali. È come se Dio, risvegliando in noi l’amore degli animali, avesse voluto renderci più facile l’amarci gli uni gli altri. Al contrario, noi vediamo che sopprimere l’amore per gli animali spegne i semi dall’amore per gli esseri umani a noi prossimi. Una persona che è crudele verso gli animali corre il grande rischio di diventare crudele verso gli esseri umani. Una persona, viceversa, che è premurosa verso gli animali non tratterà aspramente neanche il suo prossimo».

Parole di uno che aveva esperienza del mondo animale, in quanto figlio di un agricoltore, nato in una fattoria del nord dell’Olanda.

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