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Cultura > Cinema

Tito e gli altri

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Il cinema ritorna ad un soggetto mai dimenticato: il mondo dei ragazzi e degli adolescenti, periodo quest’ultimo che si tende a prolungare almeno fino ai diciott’anni

Un approccio che il cinema sfrutta fin dagli Anni Cinquanta in lavori come Gioventù bruciata con James Dean, arrivando  nel ’79 ad American Graffiti di George Lucas e ai più recenti Juno e Noi siamo infinito, solo per citare alcuni titoli e tralasciando le serie televisive come Braccialetti rossi. È un mondo che non si finisce mai di scoprire, anche perché la famiglia è cambiata sull’onda di una mutazione sociale e antropologica in atto e difficile da definire. Acquista perciò particolare interesse soffermarsi su alcuni prodotti in uscita, ognuno dei quali sarebbe da non perdere, per i risvolti umani che li caratterizzano.

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C’è un piccolo film italiano, una storia ambientata nel deserto del Nevada. Si tratta di Tito e gli alieni, di  Paola Randi. Lo scienziato Valerio Mastandrea vive isolato dal mondo alla ricerca di segni siderali per ritrovare  la moglie scomparsa. Gli arrivano due nipoti, un ragazzino e una ragazza, napoletani veraci: il piccolo parla con i morti, un gioco a cui crede fermamente. Il rapporto con lo zio disincantato e dal cuore ingrigito è difficile. C’è in tutti un disperato bisogno di affetto e di verità. Ci sarà un’altra vita, si rivedranno le persone scomparse, gli alieni esistono davvero? Quante domande nel film poetico della Randi che, sull’onda dei lavori di Spielberg e di Nolan, ma con tratti delicati da favola e commedia, tratta argomenti pesanti. Mentre crescono nel desiderio di amare sia lo zio solitario come i ragazzini aperti alla vita, teneramente bisognosi di cure. Anche se l’incognita sul futuro del “dopo” rimane e la regista lascia ciascuno in attesa di risposte. Gli adulti oggi non ce l’hanno più per i ragazzi. Ma l’amore per loro, quello sì, è possibile.

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E la favola continua nel lavoro di Todd Haynes La stanza delle meraviglie. Due storie, due ragazzi, Ben nel 1977 e Rose nel 1927, entrambi sordi. Le loro vite si inseguono parallele, a cinquant’anni di distanza, la prima a colori, la seconda in bianco e nero. Cosa cercano i due ragazzi? Di scoprire il mondo che li circonda, di ritrovare lui il padre, lei la madre. Orfani di udito, orfani di amore. La storia diverrebbe struggente se il regista non evitasse il sentimentalismo, giocando ad incastri con gli episodi densi di rimandi reciproci, dove si vede la società in cambiamento, a cinquant’anni di distanza. Ma quello che non cambia è il cuore  dei ragazzi, desiderosi di vivere e di essere amati. Sentire il mondo, la meraviglia che esso è attraverso i non-udenti è una delle rivelazioni più belle di un film dove brillano i due giovani attori e Julianne Moore in un doppio ruolo a compattare  la trama delle due storie e a fonderle  in quello che è il risvolto fondamentale del film. Ossia che la vita è una meraviglia e sono i ragazzi, anche senza udito, a farcela scoprire.

 

 

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