Ti chiedo perdono

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Questa è una piccola storia vera, come ne accadono tante ogni giorno, anche attorno a noi. Mi dà gioia poterla raccontare, per dire grazie anche a chi me l’ha fatta scoprire, con gli occhi attenti del cuore. Alla fine, in questo clima di guerra e di paura, sono anche queste le cose che ci aiutano a vivere. Devo parlarti Maria appoggiò con lentezza esasperante il ricevitore e fermò a lungo lo sguardo sulla parete, peraltro in quel punto, assolutamente bianca. “Qualcosa mi dice che quella telefonata ti ha colto di sorpresa””, osservò con noncuranza la sorella. Maria rispose con un cenno di assenso e ripensò a Eva, sua compagna di liceo, che appena prima, al telefono, le aveva chiesto un appuntamento. Lei aveva esitato, ma era stata subito rassicurata: “Non ti porterò via molto tempo, devo parlarti”. Maria ripescò nella memoria una serie di sensazioni e di ricordi che le coprirono l’animo di un pesante grigiore. Era amarezza. Eva le ricordava solo episodi spiacevoli passati e l’idea di incontrarla era inquietante. Lei non aveva mai avuto nemici, neppure Eva. Ma se doveva definire quella apparentemente tranquilla ragazza, non avrebbe potuto usare nessun termine lusinghiero. Maria, all’inizio del liceo, si era resa disponibile a felici rapporti di amicizia fatti di complicità, di piccole attenzioni e aiuti scolastici. Poi Eva aveva cominciato ad apostrofarla davanti alle compagne. Nel giro di poche settimane, nonostante le risposte di Maria, il tam-tam denigratorio aveva ottenuto l’effetto desiderato. Risentì le occhiate gelide di Eva sui suoi voti, pronta a canzonare i suoi successi da “secchiona”. E questo era stato solo l’inizio. Eva aveva l’abilità di spaccare in due qualsiasi gruppo: quelli con lei e quelli contro di lei, in un delirio di onnipotenza infantile. Dove c’era desiderio di pace lei si sentiva a disagio. Cosa poteva volere adesso quella scomoda ragazza? Non stava frequentando anche lei una università in qualche parte del mondo? Vivere bene il presente Maria pensò che non valeva la pena riportare quei sentimenti alla realtà presente” Anche se spiccava netto e attuale nell’anima il ricordo del giorno in cui il padre di Eva ebbe un incidente e la ragazza sprofondò nella disperazione. Allora Maria, sostenuta dagli amici con cui condivideva ideali di fede e di unità, aveva comunque cercato di esserle vicina. Ma era stata solo una parentesi. A crisi risolta, Eva aveva ripreso a umiliare le compagne di classe, sottolineando, senza imbarazzo, le sue conquiste e le sue abilità ed era riuscita ad essere sgradevole a tutti. Ed ora quella telefonata, dopo quegli anni. E un appuntamento: avevano stabilito di incontrarsi dopo le lezioni. Maria scrollò le spalle, come per aiutarsi a gettare via quel fardello inutile, poi andò a lezione. “Signorina, la vedo un po’ assente oggi” Le ho chiesto se ci ha preparato il tabulato di quei dati”, fece notare l’assistente del seminario che aveva sempre frequentato con notevole interesse. “Mi scusi”, ammise Maria, mentre si imponeva di vivere bene quel momento presente, dimenticando il previsto incontro con Eva. Ti ringrazio di essere qui Quando uscì dal palazzo quattrocentesco, attraversò Piazza delle Er- be senza notare la ressa dovuta all’ora di punta. Si diresse decisa verso il corso centrale e dribblò fra alcuni turisti stranieri tutti con il naso all’insù, rivolto al campanile della cattedrale. Ormai la città aveva dato l’addio all’inverno e la primavera stava invadendo ogni angolo verde, ogni balcone del centro. Sullo sfondo, fra un palazzo e l’altro, le Alpi innevate e lontane, a sentinella della pianura, le ricordavano che nella roccia le stagioni e gli anni si susseguono senza mutamenti sostanziali. Agli uomini invece bastavano pochi mesi e pochi anni per trasformarsi completamente” Chissà cos’era accaduto ad Eva! Eva era là, davanti al caffè Graziati, ad aspettarla, infagottata in una leggera mantella ricamata, da cui esplodeva la solita chioma riccioluta. “Ti ringrazio di essere qui”, aveva sussurrato. Una stretta di mano visibilmente confinò al passato il rapporto giovanile e tracciò il solco della nuova relazione adulta. Maria si rilassò seduta al tavolino del caffè. Eva aveva abbandonato i suoi consueti toni supponenti e stava chiedendo la sua attenzione con garbo e con qualche cenno di emozione nella voce. “Ti sarai chiesta il perché, dopo così tanto tempo, io abbia voluto rivederti. Negli anni di liceo non mi sono comportata sempre bene con te. So di averti fatto del male”. La gente nell’elegante caffè si muoveva in un clima ovattato, attorno a loro nella solita giostra di relazioni, d’incontro e di chissà quali altri convenevoli. Lei era lì, a sentirsi ricordare gocce amare di vita. Perché? Ti chiedo di perdonarmi Eva proseguì sicura: “Ora io ti chiedo di perdonarmi”. Nient’altro. Era lì per questo. Per chiedere perdono e Maria istintivamente invece si ritrasse in posizione di difesa. Non credeva a quel ripensamento e disse: “Parlami di te”. Ed Eva continuò a raccontare della sua vita, concludendo: Mi sento una persona nuova adesso. Per fortuna ho trovato degli amici sinceri che mi hanno permesso di ricominciare daccapo. Ho scoperto che in ognuno di noi vive Gesù; nel suo nome sto ricostruendo i rapporti con le persone e sento il bisogno del loro perdono “. I suoi occhi erano lucidi. Occhi diversi. Maria, in un soffio che sapeva di primavera, allungò la mano verso quella di lei e aggiunse: “Ti perdono Eva”. Maria tornò a casa pensosa in quella sera che il tramonto impreziosiva di toni caldi e accesi. “Hai visto Eva?”, le chiese la sorella nascondendo appena un po’ di apprensione. “Sì””. “E allora?”. “Mi ha chiesto perdono “. “Perdono?”. “Sì, solo perdono” “E tu?”. “L’ho perdonata”, rispose Maria. In quella domanda e in quella risposta c’era tutto il senso di una vita ritrovata, del rispetto per la fatica di vivere con dignità. Maria si stupì di sentire il cuore invaso da un intenso stato di pace. Riecheggiò nella sua mente lo slogan: “La pace incomincia da te”. Forse non era solo uno slogan.

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