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Cultura > Arte e Spettacolo

The way back

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Tra le novità del weekend da non perdere il film di Peter Weir sulla fuga di alcuni prigionieri da un gulag siberiano: un minicapolavoro di introspezione psicologica

Mongolia

Escono una volta tanto alcune opere interessanti. Una fortuna, nell’ovvietà della stagione estiva nostrana, in cui è buona regola frequentare le arene a recuperare i miglior prodotti dell’anno.
 
Da non perdere “The way Back”, un minicapolavoro di introspezione psicologica, senso tragico del destino umano, voglia di riscatto, diretto da Peter Weir. La vicenda dei sette prigionieri di un gulag siberiano, nel 1940, che sfidando una tormenta di neve riescono a fuggire e si avventurano per 6 mila chilometri a piedi fino in Mongolia, Tibet e India per ritrovare la libertà, è un racconto epico di forte spessore spirituale.
 
È il più giovane del gruppo, un polacco denunciato ai sovietici dalla moglie torturata, a guidare come un Mosè moderno sei persone, altrettante figure di storie umane dolorose e ribelli. Vincono la speranza e il perdono nel dramma di un viaggio tra una natura nemica e solitaria, nella sospensione dell’inseguimento e della denuncia. Appare la morte, non come spettro ma come compimento di una vita coraggiosa, di chi ha osato ribellarsi alla tirannia. Diretto con una sobrietà di gesti e parole unica, fotografato in maniera avvincente, tanto che la natura si presenta come una vera protagonista, il film prende alla gola. Tanto più che attori come Ed Harris, Colin Farrell, Saoirse Ronan e Jim Sturgess sono semplicemente perfetti.
  
È vero che le cene tra amici – questo il titolo del film, ma al singolare, "Cena tra amici" – sono sempre liete e gustose? Mica tanto. Vincent, che a quarant’anni sta finalmente per diventare padre, viene invitato a casa dalla sorella Elizabeth e da suo marito Pierre, dove incontra Claude, amico d’infanzia. Tutto sembra normale, perfetto, il gruppo si conosce da sempre, sono più che fratelli e amici, quindi tutto dovrebbe filare liscio come l’olio.
 
Ma quando l’incauto Vincent tenta una boutade, uno scherzo, cioè di dire il nome del suo futuro figlio – che non riveliamo per non perdervi le battute – scoppia il finimondo. La conversazione da spiritosa si fa gradualmente velenosa, come uno spiritello maligno si divertisse a far uscire rancori rimossi, paure, insoddisfazioni e malignità reciproche, cui partecipa la ritardataria moglie di Vincent. Teatrale e gustoso, il film – che omaggia “Carnage” di Polanski ma senza la sua crudeltà – è spiritoso e punzecchiante come lo sanno essere i francesi e i due registi Matthieu Delaporte e Alexandre de La Patellière. Per chi ama i battibecchi scintillanti che dietro le faville dicono la verità su di noi.
 
Vorrebbe essere divertente, ma ci riesce solo a tratti, “Quell’idiota di mio fratello”, di Jesse Peretz, che racconta le avventure esilaranti di Ned, un fratellone confusionario e puerile, metà hyppie e metà bambino, che vuole bene a tutti ma finisce per far saltare la vita alle tre sorelle e ai loro partner, trovandosi bene solo con gli innocenti: il suo cane ed il nipotino.
 
L’idea non è male, è solo che si ride poco perché la sceneggiatura è sfilacciata e Ned, cioè Paul Rudd, non è sempre divertente. Peccato, ma comunque per chi ha voglia di rilassarsi al massimo, può andar bene.

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