Thailandia: non basteranno le lacrime del mondo

Una tranquilla provincia immersa nel verde e non lontana dal Laos, scossa dal massacro più terribile della storia della Thailandia: 37 persone, di cui 24 bambini piccolissimi, in un asilo. Perchè tutto questo?
(AP Photo/Wason Wanichakorn)

Avevo da poco scritto l’ultimo articolo, quando sono partito per il nord della Thailandia. Due giorni dopo il mio arrivo, un’altra notizia terribile: una strage a poche centinaia di chilometri da dove mi trovo, nella provincia di Nong Bua Lam Phu, ad un tiro di schioppo dal confine con il Laos. Un ex poliziotto di 36 anni, Panya Khamrab, licenziato dalle forze dell’ordine per possesso e consumo di anfetamine, alle ore 12.30 entra furioso nell’asilo frequentato da suo figlio. Non lo trova ed inizia ad uccidere, senza motivo, tutti coloro che incontra. Compie una strage di bambini che facevano il riposo pomeridiano.

(AP Photo/Sakchai Lalit)

Poi prende l’auto e si immette sulla strada, travolgendo e uccidendo tutti coloro che incontra. Una strage di passanti dopo quella dei bambini e delle maestre. Usa la sua pistola ed anche un coltello. Impazzito, scende dall’auto e percorre le strade verso casa colpendo a coltellate quanti incontra. Alle 15.00, dopo aver ucciso anche la giovane moglie ed il figlio di pochi anni, si toglie la vita. Decine di feriti, alcuni gravi ed un bilancio pesantissimo: 37 morti di cui 24 bambini, dai 2 ai 5 anni, i compagni di suo figlio. Inspiegabile il movente se non attacco di follia violenta. Il mondo intero si chiede cosa possa aver scatenato tanta violenza contro dei bambini inermi, che stavano dormendo.

Due soli si sono salvati dalla follia omicida di Panya: una di loro, una piccola soprannominata Honey, ovvero miele, dormiva, ignara di tutto quanto accadeva attorno a lei, in un angolo della classe, sotto una coperta che l’ha nascosta all’assassino. Non si è nemmeno svegliata per i colpi di pistola e le urla terribili dei compagni sgozzati e delle maestre. Una volta finita la carneficina, le maestre sopravvissute hanno controllato bene i bambini ed hanno scoperto che Honey dormiva tranquilla. Il nonno, che si era precipitato a scuola, l’ha riavuta sana e salva. Svegliatasi, l’hanno portata via coprendole il visino con la coperta che l’aveva salvata, per non farle vedere i compagni coperti di sangue. Ad oggi non sa nulla di quanto è accaduto. L’insegnante, piangendo e mettendola in braccio al nonno, gli ha sussurrato: “È viva per un miracolo”.

Mi siedo a terra dopo aver letto queste notizie, e non riesco ad immaginare che sia vero che in Thailandia sia accaduta una cosa del genere. Penso alle mamme che piangono i loro piccoli. Sarà terribile, soprattutto per quella mamma che ha perso due gemellini, che tra pochi giorni avrebbero compiuto 4 anni, e che desideravano tanto la torta al cioccolato e fragole, come avevano espressamente chiesto.

In questi giorni, il Centro per lo sviluppo dei bambini Uthai Sawan è stato sommerso di fiori bianchi, di giocattoli, di candele e di quanto può esprimere lo sgomento e l’angoscia. Segni provenienti da tutto il paese e dall’estero: quante lacrime sono state versate! Molte comunità thailandesi nel mondo si sono riunite per pregare, per inviare fiori, e trovare un perchè ad un fatto che non ha una spiegazione umanamente accettabile. La Thailandia, dopo il massacro del febbraio scorso ad opera di un militare, che costò la vita a 26 persone, conosce oggi un altro record, il peggiore della sua storia: 37 morti, di cui 24 bimbi.

(AP Photo/Sakchai Lalit)

È giusto chiederci perchè e come sia potuta accadere una cosa del genere. Sicuramente la droga ha giocato un ruolo importante, anche se è stato confermato che l’ex poliziotto, dalle analisi, non aveva droga nel sangue. Certo è che troppa violenza gira nel web ed è alla portata di tutti, anche delle menti più deboli e fragili. Lo spirito di emulazione degli attentati in Usa è sempre in agguato: risolvere questioni personali uccidendo all’impazzata gente innocente trovata a caso, nei luoghi pubblici. Forse è tempo che ognuno di noi si interroghi riguardo alla propria vita personale: ci interessiamo dei nostri vicini, di coloro che passano periodi difficili, magari di depressione? Oppure siamo indifferenti al dolore di chi ci passa accanto? L’ex poliziotto Panya aveva un amico a cui confidare le proprie frustazioni? Aveva confidato a qualcuno il dolore per aver recentemente litigato con la moglie? La violenza, come l’amore, è diffusivo per sua natura instrinseca. Forse dobbiamo cambiare i nostri comportamenti ed iniziare a “perdere tempo” con chi sta peggio di noi, con chi è nel buio e nella solitudine. Ecco la grande malattia delle nostre società: sentirsi terribilmente soli ed esclusi.

Dobbiamo anche imparare l’arte di smorzare le contese ed i conflitti. Oggi, per strada, un uomo ha fatto scendere la moglie dall’auto davanti ad un negozio, in curva, causando disagio a tutte le auto che arrivavano da entrambe le direzioni. Io non ho voluto suonare, pur avendo mille ragioni. Ed ho notato che nessuno lo ha fatto. Alcuni hanno semplicemente atteso, altri hanno fatto inversione di marcia. Sì, lasciar passare, non dare spazio a quotidiane battaglie, per collezionare alla fine della giornata una lista di insane vittorie.

Le Chiese in Thailandia pregano per le vittime, anche nei templi buddhisti si prega. Anche papa Francesco, oggi, in Piazza San Pietro ha pregato per le famiglie e le anime delle persone uccise con questo “folle atto di violenza”, come lo ha definito. Fermiamoci allora, prima che sia troppo tardi. Smettiamola di odiare, anche poco, tutti noi. Iniziamo a costruire un mondo diverso con la pace in ogni piccolo gesto. “Umiltà, gentilezza, tenerezza, comprensione, verità, mansuetudine, rispetto dell’altro, empatia, sacrificio di sè per amore e riconoscenza per il bene ricevuto. Queste non sono le caratteristiche degli angeli della morte, che non sanno amare. Sono la via per la felicità degli uomini e degli angeli”. Recita così una delle famose preghiere recitate in questi giorni nei templi di tutta la Thailandia. È tempo di scegliere la vita, finchè siamo in tempo.

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