Thailandia, in cerca di libertà

La giovane 18enne Rahaf al-Qunun è scappata vari giorni fa dalla famiglia per questioni di educazione e di religione, è riuscita dall’aeroporto della capitale thai ad attrarre l’opinione pubblica mondiale in suo favore. Ma 130 mila altri rifugiati attendono
Donne rohingya hanno attraversato il confine col Myanmar

Con un volo dal Kuwait verso la Thailandia, pochi giorni fa Rahaf al-Qunun, 18 anni, saudita in cerca di libertà e di un futuro migliore lontano dal suo Paese e dalla sua famiglia è riuscita a scappare: era stata rinchiusa in casa per 6 mesi, maltrattata per essersi tagliata i capelli e soprattutto per la volontà di abbandonare l’Islam. Una storia a lieto fine per tante altre che finiscono altrimenti. Rahaf al-Qunun ha deciso di combattere e di scappare ad Oriente, e c’è riuscita. Arrivata a Bangkok, è stata affrontata da ufficiali dell’ambasciata del Kuwait e di quella saudita, che le hanno confiscato il passaporto ma non hanno trovato il suo cellulare.

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Barricata nel bagno dell’albergo in attesa di essere rispedita contro la sua volontà a casa, attraverso i mass media ha inviato la sua storia, le sue foto e video, tanto che l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati è intervenuto. Ora la giovane donna si trova in Canada, dove è stata accolta, diciamolo pure, a tempo di record: nemmeno una settimana per avere il visto, quando migliaia di famiglie di rifugiati debbono aspettare anni e anni.

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Diversa la storia di Hakeem al-Araibi, un noto calciatore del Bahrain, accusato di aver partecipato alle proteste democratiche del 2011 in quel Paese, arrestato e torturato per la critica verso i regnanti del regno. Nel 2017 aveva ricevuto lo stato di rifugiato e la cittadinanza australiana, ma è stato arrestato mentre era in luna di miele in Thailandia per la richiesta di estradizione inoltrata dal Bahrain per riaverlo «a tutti i costi». Una triste storia che, se si concludesse con l’estradizione, sarebbe la possibile condanna a morte: da circa 3 mesi l’ex calciatore si trova nel carcere dell’immigrazione di Bangkok. Un posto che ho avito modo di visitare, e che non raccomanderei nemmeno al peggior nemico.

Due casi diversi alla ribalta dell’opinione internazionale, sotto i riflettori dei media. Come commenta oggi il Bangkok Post con un articolo a firma della Thomson Reuters Fondation, l’opinione pubblica dovrebbe mostrare altrettanta attenzione e sollecitudine per i rifugiati che languiscono nei 9 campi profughi al confine col Myanmar, sparsi dal Nord Ovest della Thailandia fino al Sud. Il campo di Mae La, giusto per citare il più famoso, che ho anch’esso visitato più volte: un luogo che non ti lascia dormire per giorni e giorni. Vi sono rifugiati in attesa di rilocazione da più di 30 anni: un campo che fortunatamente da circa 55 mila profughi è sceso ad appena 31 mila circa. Anche se la Thailandia dal 1951 non è firmataria della Convenzione per i Rifugiati e del Protocollo per i rifugiati del 1967  il paese  assicura un minimo di protezione per le migliaia di persone che sono attualmente in Thailandia. Dal 2005 più di 90 mila rifugiati sono in effetti partiti dai campi thailandesi verso una nuova destinazione, principalmente Usa, Canada e Australia, così come il Nord dell’Europa.

Il problema attuale è che il programma di rilocazione per i profughi del Myanmar è terminato nel 2016 e coloro che si trovano ancora nei campi (97.439 il numero ufficiale, di cui la metà bambini) vivono in un limbo, in attesa di un futuro incerto: i vecchi vorrebbero ritornare indietro, in Myanmar, dove ancora hanno parenti e magari una terra, ma i giovani, che conoscono la vita dei campi profughi o delle città thailandesi, preferiscono una rilocazione altrove, oppure persino la fuga clandestina verso una delle tante città assetate di lavoratori a basso costo, magari vicino a Bangkok. Tentativi che possono finire anche con la prigione, con l’accusa di immigrazione illegale. Un totale di circa 130 mila profughi attende nei campi e fuori: verranno rispediti indietro a forza, caricati magari su un camion e lasciati al di là del confine? Al momento non si sa e si spera per una soluzione condivisa e umanitaria.

Intanto il tasso di suicidi nel campo di Mae La è del 20% più alto che di quello nelle città thailandesi. La gente ha bisogno di speranza e di un futuro. Rahaf al-Qunun, che già rilascia interviste in Canada a proposito della situazione delle donne in Arabia Saudita, potrebbe essere un esempio: se c’è la volontà, tutte le porte si aprono e velocemente. A Mae La e negli altri 8 campi profughi 130 mila rifugiati come Rahaf al-Qunun aspettano.

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