Testimonianza del popolo

I poteri degli apostoli Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo, e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo (Mt 18,15-18). Il versetto 18, dove si parla della facoltà di sciogliere e di legare, è strettamente incastonato nel brano che riguarda il comportamento da tenere verso il fratello peccatore, ed è per questo motivo che è necessario dare uno sguardo a tutto il contesto. La prima frase è: Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo. Una volta si diceva: Se il tuo fratello ha mancato contro di te, ma gli studi più recenti hanno appurato che i migliori codici e le migliori tradizioni non riportano questo riferimento all’offesa personale, che restringeva moltissimo la correzione fraterna. Il fratello va corretto anche se apparentemente non mi tocca e non mi fa danno. Il primo tentativo è nel segreto; al secondo tentativo Gesù richiede dueo tre testimoni, non con lo scopo di costringere l’altro e dì sopraffare il colpevole, ma per accrescere l’autorità di chi gli parla: se due o tre gli testimoniano che il suo comportamento è colpevole, è più facile che si penta. Se anche questa procedura riservata fallisce, si passa alla comunità, all’assemblea, perché essa decida pubblicamente. Se ancora persevera nella sua colpa, il fratello deve essere considerato come un pagano e un peccatore pubblico. È a questo punto che viene la frase solenne: In verità vi dico, tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo, e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. È la stessa promessa fatta a Pietro in Mt 16, 19. Ma di chi intende parlare Gesù: dell’assemblea che democraticamente decide o dei Dodici? È una vecchia disputa che ha diviso per molti anni esegeti cattolici e protestanti, ma oggi è finalmente superata grazie a una migliore conoscenza del testo, dovuta al metodo attuale di esegesi. Mt 18, 15-20 costituisce, infatti, una raccolta di detti in origine indipendenti e raggruppati dall’evangelista. A livello redazionale, il v. 18 è messo in relazione con la regola della correctio fraterna, e quindi con l’agire della chiesa nei confronti del fratello ostinato. Il potere di sciogliere i peccati La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli, per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi!. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi ri- metterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi! (Gv 20, 19-25). Il racconto della missione solenne con la quale Gesù invia gli apostoli dopo la sua risurrezione, è riportato da tutti gli evangelisti. Vi sono però alcune divergenze tra loro, sia nella forma che nel contenuto. Tra Giovanni e Luca, c’è una diversità solo formale, poiché ambedue collocano la missione il giorno della risurrezione, a Gerusalemme. Matteo, invece, la situa in Galilea, qualche tempo dopo. Marco, pur ricordando l’apparizione di Gesù il giorno della risurrezione, parla della missione comandata da Gesù agli apostoli con parole molto simili a quelle di Matteo, divergendo, invece, per quanto riguarda il luogo. Vi sono, inoltre, tra le quattro redazioni, diversità di contenuto, che possono però completarsi a vicenda; questo vale almeno per le redazioni di Giovanni e Luca, e per quelle di Matteo e Marco tra loro. Per descriverle, almeno in modo generico, diremo che Matteo e Marco sottolineano l’invio degli apostoli a tutte le genti e il battesimo; mentre Giovanni e Luca, oltre che l’invio, sottolineano il perdono dei peccati. La tradizione più ricca ci sembra quella di Giovanni, ed è per questo che la esamineremo più attentamente. L’apparizione avviene, in Giovanni, nel giorno della risurrezione, il primo della settimana secondo i giudei. Gli apostoli il testo dice: i discepoli , in numero di dieci, perché è assente Tommaso, hanno timore dei giudei. La notizia del sepolcro vuoto e la calunnia che il corpo sia stato rubato da loro, dovevano già circolare; da qui il timore, la porta serrata, e, di conseguenza, anche il fatto che Gesù entra a porte chiuse, rivelazione della condizione particolare dì cui gode ormai il Risuscitato. La prima parola che Gesù pronunzia è: Pace a voi!. Dice questo per rassicurarli (giacché, come afferma Luca, credevano di vedere un fantasma), e mostra le sue mani e il suo costato. Sembra che Giovanni voglia sottolineare con ciò la corporeità di Gesù anche dopo la risurrezione, contro alcune eresie del tempo. I discepoli gioiscono costatando che egli è veramente risorto e non è un fantasma, tanto più che ci dice Luca mangiò davanti a loro. E allora che Gesù dice di nuovo: Pace a voi!, e inizia il grande annunzio: Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi!. Vi è qui tutta la teologia giovannea della missione di Cristo da parte del Padre, e del parallelismo tra la sua missione e quella affidata ai discepoli. Come è una congiunzione che significa similitudine e causalità. La missione degli apostoli continua quella di Gesù, e trova in essa il modello e l’origine. Per questo, nell’epistola agli Ebrei, Cristo è chiamato Apostolo di Dio (Eb 3,1). Detto questo, alitò su di loro. Nella tradizione ebraica, il soffiare è un simbolo ben conosciuto, che esprime l’idea della creazione rinnovata. Il soffio viene usato da Dio per la creazione di Adamo, e, nella grande visione di Ezechiele (cfr. Ez 37, 1ss.), quando la comunità dei morti diventa una comunità di viventi: Dice il Signore Iddio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano (Ez 37, 9). Troveremo lo Spirito che ricrea il giorno della Pentecoste, ma già fin d’ora, le parole di Gesù: Ricevete lo Spirito Santo sono vere, anche se la pienezza dello Spirito sarà appunto comunicata solo nella Pentecoste. Infatti, la chiesa, nel quinto Concilio ecumenico, il Costantinopolitano II, si è battuta contro Teodoro di Mopsuestia, per affermare che, dopo la risurrezione, gli apostoli non ricevettero lo Spirito solo in apparenza. Ci fu qualche cosa di reale che, per san Tommaso, fu un segno dello Spirito. Le ultime parole: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete non saranno rimessi indicano chiaramente quel potere di sciogliere e di legare. Si è discusso, e si discute ancora, se il potere di rimettere i peccati viene dato a tutta la chiesa, rappresentata dagli apostoli, oppure al solo gruppo apostolico degli Undici e ai loro successori. Dal contesto, sembra chiara una distinzione tra l’insie- me dei discepoli e gli Undici; e la tradizione, riassunta dal Concilio di Trento, vi ha visto enunciato il sacramento della penitenza, quindi l’affermazione dei poteri speciali dati agli apostoli. Non bisogna, tuttavia, credere che le parole del Concilio di Trento siano esaustive del problema. In un’accezione più larga, la misericordia di Dio si attua attraverso l’intera chiesa. Tutti i fratelli sono profondamente uniti da quell’unico Spirito Santo che gli Undici ricevettero dopo la risurrezione e nella Pentecoste, in rappresentanza delle dodici tribù spirituali di Giuda, fino alla fine dei tempi. L’apostolato dei fedeli Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad esser gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cicli (cf. Mt 5, 13-16). Questo passo risulta particolarmente importante, poiché è l’unico, nel Nuovo Testamento, che ha per oggetto l’insegnamento esplicito dell’apostolato dei fedeli {insegnamenti impliciti ve ne sono molti). Il passo che appare in Matteo nel contesto del Discorso della montagna è collegato alle beatitudini e, particolarmente, all’ultima beatitudine, che è rivolta agli uditori nella seconda persona plurale: Beati voi quando vi insulteranno (cf. Mt 5, 11-12). Si tratta, nel brano che stiamo meditando, di varie metafore per indicare l’apostolato dei discepoli di Gesù: quella del sale, della luce, della città, della lucerna. Tutte le metafore indicano i discepoli di Cristo, visti però nel loro complesso. Ce lo dice il v. 16: Perché vedano le vostre buone opere e rendano gloria al Padre vostro che è nei cicli. L’apostolato cristiano viene così inteso comunitariamente. Ma cerchiamo di comprendere meglio il significato delle singole parole. Il sale, nel mondo greco-romano e nel mondo semitico, aveva una grande importanza. Plinio il Vecchio, nelle Storie naturali dice: Niente più utile del sale e del sole (31, 102). Il sale purifica, il sale dà gusto, il sale conserva; dà, in sostanza, valore a ciò che deve essere salato. Circa la terra, della quale si parla nello stesso versetto, non vuol dire che il sale è della terra, ma che è per la terra e per il mondo. D’ora in poi il sale, cioè i discepoli, saranno la condizione per il benessere morale dell’umanità. Se il sale diventa insipido, non serve più a niente, se non ad essere gettato via. La metafora o il paragone della luce è anch’esso di immediata percezione: senza la luce ci sono le tenebre. I discepoli hanno perciò l’obbligo sociale di illuminare, testimoniando il vangelo. Viene poi il paragone della città. Le città, allora, venivano spesso costruite sopra le colline, ed erano un’indicazione e un segnale. Nelle città vi erano i focolari accesi che, nella notte, indicavano la strada agli smarriti. Vi è, inoltre, la lucerna. Questa metafora differisce leggermente da quella della luce. La lucerna infatti non ha luce, ma porta la luce; il significato però è lo stesso: perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Per questo non deve essere messa sotto il moggio (il moggio era un recipiente per misurare il frumento della grandezza di 8,6 litri). Queste bellissime metafore, dedicate all’apostolato cristiano, finiscono anche con l’indicarci il metodo migliore perché la luce risplenda: la vita. Si afferma infatti: Splenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone. Sarà questa la strada maestra dell’evangelizzazione che dovranno percorrere i seguaci di Gesù.

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