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In profondità > Chiesa cattolica

Testardamente e umilmente cercare la pace

di Michele Zanzucchi

- Fonte: Città Nuova

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova


In un angolo dello Stato più indifeso e più piccolo del mondo, con l'esercito meno equipaggiato del pianeta, delle voci ebree, cristiane e musulmane (quelle di Shimon Peres, Jorge Mario Bergoglio e Mahmoud Abbas, ai quali si è unito il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo), s'elevano inermi e modeste per invocare la fine delle ostilità in Medio Oriente

Papa Francesco riceve Peres

Tre sedie identiche accolgono i tre anziani uomini – Shimon Peres, Jorge Mario Bergoglio, Mahmoud Abbas – che, su iniziativa del “costruttore di ponti” romano, invocando il perdono di Dio  ringraziano per la Creazione e pregano per la pace. Il papa li aveva invitati, in occasione del suo recentissimo viaggio a Gerusalemme, a pregare «a casa mia». Sulle macerie della diplomazia inconcludente ormai da decenni e sul rombo delle armi e la responsabilità grave di chi le fabbrica, di chi le commercia e di chi le usa, questi tre uomini anziani, e appena più in là il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, responsabili della politica e uomini della religione, rendono grazie per la Creazione, chiedono perdono per le colpe degli uomini e invocano la pace a quel Dio che li unisce.

Nella calda serata romana, qualcuno potrebbe certamente storcere il naso: che potere hanno di far cessare le ostilità infinite nella terra sacra alle tre religioni monoteiste un presidente in scadenza, un papa che può contare sull'esercito meno equipaggiato del mondo e un presidente di uno Stato che non è ancora pienamente tale? Nessun potere, effettivamente. «Ma se la guerra è una questione demoniaca operata da uomini incapaci di cogliere il benefico disegno di Dio sull'umanità – diceva un uomo di pace come Gandhi –, la pace è una faccenda che riguarda Dio stesso, che trascina dietro a sé quegli uomini e quelle donne che vogliono contribuire alla costruzione di una società più giusta ed equa».

Lontana si ode l'eco della vita della metropoli, come se in quest'angolo d'erba e siepi, sullo sfondo della cupola michelangiolesca illuminata al tramonto, per il breve intermezzo di un'invocazione mite al Creatore perché conceda la sua benedizione alla Terra più santa che esista, il tempo abbia sospeso la sua corsa e lo spazio si sia amplificato a dismisura fino a diventare nulla. «È come un buco nero. È nulla, ma così vuoto da attirare il pieno, ogni cosa e ogni peccato», mi confida un giovane musulmano turco che sta ascoltando la preghiera in Vaticano. Mentre un'amica ebrea, anch'ella attaccata al televisore, commenta così:«Abbiamo deposto la speranza, noi umani. Ora non ci resta che pregare. Forse dovevamo farlo prima».

Bergoglio, voce più severa del solito, pronuncia parole miti e dure:«Spero che quest'incontro sia utile per capire quel che ci unisce e per allontanare quel che ci divide». Parla di fraternità, dice che per fare la pace ci vuole molto più coraggio che per fare la guerra, che tocca spezzare la spirale dell'odio e disarmare le lingue e le mani.

Shimon Peres gli fa eco, ricordando che “Gerusalemme” e “pace” hanno la stessa radice semantica, dicendo che c'è bisogno della sincerità e del calore del papa, costruttore di ponti, di fratellanza e di pace. E ricorda una parola comune a ebrei e cristiani: «Ama il prossimo tuo come te stesso». 

Mahmoud Abbas, da parte sua, definisce Gerusalemme «porta verso il Cielo». E invoca Dio perché scacci il vizio e il male, ricordando alla fine una parola di Giovanni Paolo II, presentissimo nei cuori di tutti: «Se la pace si realizza a Gerusalemme, la pace sarà testimoniata nel mondo intero». Tutti e tre hanno concluso i loro discorsi con la triplice invocazione: shalom, salam, pace.

Ci piace concludere con le parole di una teologa musulmana iraniana, Shahrzad Housmand che, commentando alla televisione l'incontro di preghiera, mentre il papa, il patriarca e i due presidenti si salutavano calorosamente e piantavano un ulivo, ha detto: «Dobbiamo perdonarci reciprocamente, e ciò non lo si può fare solo con le forze umane. Serve coraggio… In questo giorno che per i cristiani è la Pentecoste, speriamo che lo Spirito di Dio ci faccia vedere nell'altro una persona simile a noi». 

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