Terracina riparte dal suo teatro romano

A buon punto, nel cuore storico della città pontina, i lavori per rimettere in luce e restituire al suo uso originario il millenario edificio preservato dalle bombe dell’ultima guerra
Terracina

Di Terracina, l’Anxur dei volsci, popolo italico che invano cercò di contrastare – a partire dal 406 a.C. – l’inarrestabile avanzata romana, scrissi oltre 20 anni or sono, dopo un’escursione al monte Sant’Angelo, sede dell’antica acropoli col celebre santuario di Giove, seguita dalla visita alla città alta col suo foro repubblicano lambito dalla via Appia: unico, forse, tra i fori dell’antichità ad essere tuttora in uso in un centro urbano, avendo conservato intatto perfino il lastricato con l’iscrizione bronzea del magistrato locale Aulo Emilio, che ne curò la realizzazione.

Ho ancora negli occhi lo spettacolo dell’ampio seno con l’arcipelago delle Isole Pontine dall’alto del Sant’Angelo (227 m s.l.m.), ultima propaggine dei monti Ausoni verso il Tirreno. Da qui, secondo i racconti mitologici, Ulisse approdato sulle coste laziali avrebbe scorto all’orizzonte il contorno dell’isola Eea sede della maga Circe (l’attuale promontorio del Circeo). Credenza che sembra confermata da una serie di affreschi rinvenuti a Roma nel 1848 con storie dell’Odissea, oggi nei Musei Vaticani, raffigurante paesaggi che ricordano Terracina, e più precisamente una forma rocciosa che richiama il Pisco Montano, la rupe ai piedi del monte Sant’Angelo tagliata dai romani con una grandiosa opera d’ingegneria per consentire il passaggio dell’Appia nelle vicinanze del mare.

Mi rattristò, invece, percorrere il nucleo storico recante ancora le tracce dei brutali bombardamenti americani che, iniziati nel settembre 1943, si protrassero fino al maggio del 1944 con quello dei tedeschi, nostri ex alleati, mietendo vittime nella popolazione civile. «Qui  – scrivevo nel mio articolo – le bombe hanno demolito senza pietà, e le costruzioni rimaste sembrano smarrite, isolate in un loro dignitoso dolore, laddove un tempo si sostenevano a vicenda, fitte di abitanti e sonore di voci, di richiami, tra il reticolo di vicoli ora scomparsi».

Unico dato positivo fra tanta rovina di storia ed arte: i vuoti aperti nel tessuto urbano medievale e di epoche successive avevano fatto riemergere in più punti vestigia romane che altrimenti sarebbero rimaste nascoste per sempre. È il caso del tempio dedicato alla triade capitolina nei pressi di piazza Municipio: l’antico foro dove la concattedrale di San Cesareo dagli splendori cosmateschi ha inglobato un secondo e maggiore edificio templare.

Terracina

Mentre risalivo un pendio accidentato cosparso di brandelli di mura, riconobbi anche la presenza di un teatro dal semicerchio di edifici cresciuti sulla cavea: appoggiato quasi alle mura castellane e con la scena parallela al lato lungo del foro, esso doveva offrire agli spettatori accalcati sulle gradinate una visuale stupenda del golfo.

Eretto agli inizi del I secolo a. C. da Lucio Cornelio Silla, al quale si devono altre importanti trasformazioni urbane e la ricostruzione in forme scenografiche del tempio di Giove Anxur sulla cima dell’acropoli, nel suo rifacimento di età imperiale poteva ospitare oltre 4 mila spettatori. Unica struttura del genere costruita nelle vicinanze della via Appia, di cui si scorge un tratto accanto al Foro Emiliano.

Provai ad immaginarlo, quel teatro, finalmente liberato dalle sovrastrutture posteriori. E con questa fantasia salutai Terracina. Oggi quel sogno sembra prossimo a realizzarsi. Già nel 1998, appena un anno dopo la mia visita, iniziavano saggi di scavo e demolizioni che hanno rimesso in luce un settore delle gradinate e della scena. Dopo interruzioni e lungaggini burocratiche, un importante passo avanti sulla strada del recupero del monumento è stato l’acquisto, da parte del Comune, dell’ultimo fabbricato parzialmente distrutto dalle incursioni aeree che ancora ingombrava l’area archeologica: acquisto reso possibile dalla disponibilità dell’anziana proprietaria, ignara che un giorno, a pochi metri da essa, avrebbe visto riemergere gradinate in pietra calcarea, muri in opus reticulatum, basi e fusti di colonne.

Dalla demolizione dell’edificio effettuata nel 2020 sono stati salvati pietre e marmi antichi reimpiegati nella sua costruzione: saranno riutilizzati per restaurare il monumento. Una volta completati gli scavi, il teatro sarà finalmente restituito all’uso per il quale era stato progettato: la rappresentazione di eventi e spettacoli. Intanto sono disponibili i fondi per restaurare anche il tempio dedicato alla triade capitolina e due antiche chiese. Così anche quel centro storico tanto maltrattato dagli eventi bellici ne risulterà rivitalizzato, futuro attrattore turistico per questa città dalla storia millenaria.

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