Terra Santa: ricercare le soluzioni

Ancora una crisi. Una delle tante che da anni si avvicendano nella situazione della Terra Santa con l’altalenarsi di speranze, di difficoltà e di segnali che sembrano esprimere l’impossibilità di una coesistenza pacifica di popoli e di fedi differenti. Adesso, poi, all’annoso problema dei territori palestinesi, con il desiderio degli stessi di utilizzarli come base del loro nascente Stato, si affianca un’altra questione: la spartizione dei territori tra le fazioni palestinesi, con la Striscia di Gaza saldamente nelle mani del movimento di Hamas e la Cisgiordania controllata da Al Fathah. Quasi a voler porre fine a quella fiducia determinata dagli accordi di Oslo del 1993 con Israele e dalla graduale autonomia amministrativa conquistata attraverso l’Autorità nazionale palestinese (Anp). Una situazione rapidamente liquidata come faida interna, magari non solo tra i due gruppi, ma addirittura tra i personaggi che li rappresentano al livello più alto. Eppure i fatti di questi giorni mostrano che siamo in presenza di due idee di Palestina, due idee di rapporti con il limitrofo Stato di Israele, due idee di sicurezza, di modello sociale ed istituzionale. Una contrapposizione netta, che presenta un solo fatto in comune: il dramma di migliaia di persone, di famiglie, di gruppi religiosi minoritari che alla condizione di profughi oggi affiancano quella di disperati in cerca di un luogo sicuro dove poter garantire un futuro alla presente ed alle nuove generazioni, visto che anche nei campi profughi l’avvenire è ormai negato. L’Anp, in cui si era identificato il nucleo iniziale di un futuro Stato, mostra ora tutta la sua debolezza e forse la sua vera identità, frutto di una visione di vertice del gruppo dirigente, solo in parte condivisa dalla popolazione. Formulata e sostenuta più dalla politica internazionale che dalla volontà dei palestinesi. Volontà che due anni fa ha invece espresso con il voto popolare la legittimazione politica di Hamas, facendone ora un simbolo a Gaza, una area di 136 chilometri quadrati dove vivono circa due milioni di persone, ma che la situazione geopolitica vuole tutta circondata da Israele e non collegata alla Cisgiordania, dove vive il resto dei palestinesi. E questo mentre la condizione economica della Striscia, con le frontiere tutte chiuse, resta ai limiti della sopravvivenza, quasi senza lavoro e senza turismo, con poca possibilità di attività agricola e produzione alimentare, con una generale dipendenza dalle forniture di Israele. A livello interno ed internazionale, non si è riusciti in questi anni a far sbocciare la fisionomia, e non solo la struttura, della nascente comunità politica palestinese; così oggi l’Anp si trova costretta solo ad evitare che quanto accade a Gaza possa estendersi in Cisgiordania. Di qui, in rapida successione, la dichiarazione dello stato d’emergenza e la costituzione di un governo che, se trova legittimazione per gli appoggi internazionali, resta lontano dall’essere cerniera delle diverse anime del popolo palestinese, che oggettivamente esistono. Con i prevedibili contraccolpi sulla stabilità dei territori e sulla capacità negoziale verso Israele e gli altri paesi della regione. L’attenzione internazionale in questi momenti, pur consapevole dei veri problemi, tarda ad affrontarli, preoccupandosi piuttosto di interpretare ed inserirsi nella crisi interna ai palestinesi, sperando di potervi trarre le soluzioni necessarie. Eppure la posta in gioco è alta: la stabilità della Terra Santa è quella dell’intera regione mediorientale e i rischi per una continua conflittualità, per un terrorismo destabilizzante e per la sicurezza non possono essere ignorati. Scelte e soluzioni, allora, vanno pensati in questa prospettiva,mentre invece sembra quasi che l’azione dei diversi Stati e delle istituzioni internazionali voglia solo inserirsi nel conflitto, piuttosto che fornire gli elementi necessari per risolverlo.

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