Terra Santa: la “semplice” pace

In un clima di limitato interesse, quello del 19 febbraio scorso tra i responsabili di Israele e del popolo palestinese è sembrato uno dei tanti incontri a cui da decenni ci ha abituato l’attività diplomatica. Un altro tentativo di individuare un futuro per la Terra Santa, fatto anche di impegni, di buona volontà, a fronte di un conflitto sul quale aleggiano lo spettro del terrorismo, il ricorso alla rappresaglia, i segnali di instabilità che percorrono l’intera regione mediorientale. La presenza nel vertice di un mediatore – gli Usa – ha riportato alla memoria le immagini di altri incontri a tre, in particolare quello di Camp David del dicembre del 2000 che sembrava risolutivo di ogni vicenda. Su tutto oggi pesa la situazione interna dei palestinesi con lo scontro tra i gruppi di Hamas e Al-Fatah, che la recente intesa sottoscritta alla Mecca l’8 febbraio per la costituzione di un governo unitario nei Territori non ha modificato. Nonostante l’impegno al rispetto degli accordi conclusi, manca tra i palestinesi il riconoscimento di Israele. Un presupposto, questo, fondamentale per israeliani e comunità internazionale, che si fonda però proprio con quanto stabilito dal diritto internazionale a partire dalla divisione della Terra Santa in due Stati, con propria struttura, popolo e garanzie di sicurezza. Un’indicazione, che tutte le parti al recente vertice ritengono ormai un presupposto acquisito e irrinunciabile. Ma non per questo immediatamente realizzabile, poiché si intreccia con il diritto al rientro dei rifugiati palestinesi previsto nel 1948 dalla risoluzione 194 dell’Assemblea dell’Onu e da allora ribadito annualmente; come pure con la risoluzione del 642 del 1967 con la quale il Consiglio di sicurezza dichiara inaccettabili le occupazioni di territorio della guerra dei sei giorni. Sulla situazione interna palestinese e sul futuro della politica israeliana pesa l’incertezza di numerosi fattori localizzabili e no, insieme al desiderio di scongiurare altre guerre, di ripristinare confini e di garantire le situazioni esistenti: come dimenticare che la Dichiarazione di Balfour, con la quale nel 1917 si dava il via agli insediamenti ebraici in Terra Santa, richiedeva il rispetto dei diritti civili e religiosi delle diverse comunità presenti sul territorio? Ma a spiccare è la mancata convergenza tra la volontà (e la capacità?) dei leader e il desiderio di popoli e comunità che in Terra Santa vivono, collaborano, pregano e domandano una semplice pace, fiduciosi di fronte a qualunque segnale che riveli attenzione alle proprie aspirazioni ed alle rispettive identità.

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