Terra d’Africa

La tragedia e il dolore dal punto di vista dei bambini.
Bambini africani

Dell’Africa conosco poco. Quando eravamo ragazzi, c’impegnavamo a fare spettacoli e qualche iniziativa per raccogliere fondi per la cosiddetta “Operazione Africa”. M’è capitato poi d’abitare con un africano del Camerun: siamo diventati amici e un po’ di profumo d’Africa l’ho colto dai suoi racconti appassionati. Poi qualche viaggio in Egitto. Il resto solo attraverso giornali e tv. Quando ho letto il libro di Uwem Akpan, Di’ che sei una di loro (Mondadori), mi sono sentito sperduto. L’Africa mi si parava di fronte con un volto sconvolgente. Non potevo che condividere la recensione de La Civiltà Cattolica: «Leggendo le pagine dello scrittore nigeriano, si resta ustionati». Sì, ustionati è la parola esatta. Cito ancora la rivista dei gesuiti: «Le sue pagine ci fanno vedere la tragedia e il dolore dal punto di vista dei bambini, che della vita sanno ancora troppo poco e vedono il male come una realtà incomprensibile, da guardare con occhi attoniti».

 

Dopo aver letto i cinque racconti che compongono il libro, mi sono sentito smarrito. Come immagino si possano sentire i bambini di fronte all’inaspettata, sorprendente rivelazione della malvagità. Perché il male ha sempre in sé qualcosa di metallico, sordo, disumano, selvaggiamente animalesco: le sue leggi spietate irrompono nella vita senza preavviso, sbaragliano in un istante quella che sembrava la normalità consolidata dell’esistenza. Ci vuole tempo per riprendersi dopo colpi del genere, sempre che se ne abbia la possibilità. Ci vuole tempo per elaborare interiormente e socialmente forme di perdono, nuovi e più elevati motivi per vivere, con più matura e rinnovata speranza.

 

Akpan, con la potenza dell’autentico scrittore, racconta in modo asciutto, delicato e scioccante, accorato ma senza scivolare nel sentimentalismo. Ci porta in baracca alla periferia di Nairobi, dove madre, padre e tre fratelli, in un ambiente di desolante povertà, litigano, sniffano colla per dimenticare la fame e ringraziano Dio perché ha mandato clienti bianchi alla figlia dodicenne che si prostituisce. Così avranno soldi per mettere qualcosa sotto i denti e pagare la scuola al più piccolo.

Poi ci fa entrare nella testa di due bambini del Benin affidati ad uno zio dai genitori che stanno morendo di Aids; lui in realtà ha già accettato di venderli in cambio di una motocicletta ad una Ong corrotta che gestisce un traffico di schiavi minori.

Il terzo racconto ci porta in Etiopia: due amiche, allo scoppio improvviso delle violenze, s’accorgono d’appartenere a due “gruppi” diversi, che non vogliono più comunicare; ma loro un modo di parlarsi lo trovano ugualmente, lasciando un delicato barlume di speranza alla loro amicizia.

Il quarto racconto è ambientato in Nigeria dove l’odio etnico e religioso spezza ogni forma d’umanità.

Infine in Ruanda, per l’ultimo agghiacciante racconto, con la madre tutsi che, per salvare la figlia, le impone di dire di essere una hutu, mentre i parenti impongono al padre, hutu, di uccidere col machete la moglie. Lei supplica il marito d’eseguire il terribile ordine pur di salvare i figli.

 

Uwem Akpan è un giovane sacerdote gesuita nigeriano: ha insegnato, lavorato in un lebbrosario, fatto il dj, lavorato con i ragazzi di strada in Tanzania e a Chicago. Ora è di nuovo in Africa.

In questo suo sorprendente romanzo, ci mette spietatamente, senza troppi fronzoli, di fronte all’assurdità del male: ma il suo sguardo di scrittore e di cristiano non porta alla disperazione o alla rassegnazione, ma al dirompente desiderio della necessità d’una vita nuova, più umana. Ci porta lucidamente nella sua terra d’Africa, groviglio di contraddizioni: un continente segnato da povertà, malattie, baracche nelle discariche, violenza efferata e corruzione dilagante. Ma anche un’Africa che studia e lavora, che vuole emergere in tutti campi e ha immani possibilità di crescita. Un’Africa con tradizioni profonde e una cultura millenaria che deve diventare patrimonio prezioso a servizio dell’umanità.

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