Termovalorizzatore addio, ora ci sono i biodigestori

In questo giorni è stato inaugurato l'impianto di Rimini. Con questa tecnologia, senza bruciare i rifiuti, si ottiene un compost migliore, si produce energia pulita e si eliminano il problema dell'inquinamento da diossina e il cattivo odore. Il caso dell'Emilia Romagna
Compost foto di Kessner

In passato abbiamo spesso assistito alle proteste dei cittadini contro la costruzione dei termovalorizzatori vicino ai centri abitati, che ci riportano ad un tema particolarmente importante per il sistema della gestione dei rifiuti in Italia. Pur essendo molto meno inquinanti rispetto ai vecchi inceneritori, i termovalorizzatori comunque non eliminano l'emissione di diossine nei fumi di scarico dispersi nell'atmosfera circostante.

Attualmente esiste però un’alternativa al termovalorizzatore, sviluppata in vari Paesi europei, compresa l’Italia. Si tratta del biodigestore anaerobico, una tecnologia all’avanguardia scovata dal gruppo Hera a Monaco di Baviera che permette di sfruttare al meglio il rifiuto organico. In questo giorni è stato inaugurato il biodigestore di Rimini.

«Se l‘Emilia Romagna fosse uno Stato, adesso sarebbe al quinto posto in Europa per la raccolta dei rifiuti – ha commentato Enrico Piraccini, responsabile degli impianti di compostaggio e di gestione Herambiente, durante la presentazione del nuovo biodigestore anaerobico di Rimini -. La differenziata supera il 50 per cento, e di questo il 93,4 per cento riesce a essere riciclato».

Il biodigestore anaerobico è stato installato nell'impianto di compostaggio di Ca' Baldacci, completamente rinnovato con un investimento sulla struttura da 10 milioni di euro per mettere al centro l'utilizzo della nuova tecnologia. «I nuovi processi – spiega il presidente del gruppo, Filippo Brandolini – consentono di valorizzare al massimo la frazione organica della raccolta differenziata, permettendoci, senza bruciare nulla, di ottenere ogni anno 8 mila Mwh di energia rinnovabile. E di migliorare la qualità del compost rispetto a quello prodotto con il metodo tradizionale».

Dopo una fase di collaudo durata sei mesi, l’impianto è entrato finalmente in attività a pieno regime. Una nuova tecnologia che risolve anche il grosso problema dell’odore. «Con i nuovi procedimenti – spiega Piraccini – abbiamo eliminato completamente le esalazioni puzzolenti. Un punto importante, visti gli scontri sul tema con i vari comitati di residenti della zona».

Il nuovo modo di fare compostaggio vede come cambiamento sostanziale l’assenza di ossigeno, attraverso la fermentazione a secco che avviene all’interno di celle di cemento armato. «I rifiuti – prosegue Piraccini – vengono prima tritati e poi lasciati fermentare al buio per 30 giorni a 37 gradi. Si tratta, infatti, di un ambiente ideale per la formazione dei batteri». Batteri che assomigliano a quelli presenti nello stomaco delle mucche, in grado di attivare un processo di digestione anaerobica che produce biogas (60 per cento metano).

«Il biogas – continua Piraccini – viene trasformato in energia elettrica grazie a motori per la cogenerazione. Un altro risparmio visto che in questo modo alimentiamo anche le celle». Inoltre si produce energia elettrica per il fabbisogno di circa 9 mila persone.

L’Emilia Romagna non scherza. 40 milioni sono stati investiti per potenziare la raccolta differenziata e sugli altri biodigestori a Cesena e a Voltana Lugo. La regione vuole puntare ad essere un “modello” per l’Italia intera sulla gestione rifiuti, e con questi passi non può che raggiungere il traguardo.

(Nella foto il compost)

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