Tentativi di dialogo

È tempo di responsabilità davanti al Paese. Abbandonate barricate e litigiosità.
Alfano

La politica italiana va a fasi alterne. Non solo per quanto riguarda le possibili alleanze, ma anche per ciò che concerne i rapporti tra i partiti. Per molto tempo abbiamo avuto una lettura del bipolarismo estrema e conflittuale. Oggi fra le parti sembra sia venuto il momento degli accordi e del dialogo. Ma è proprio vero?

Pensiamo alle forme che la comunicazione politica aveva assunto all’epoca del bipolarismo radicalizzato. Ricordate le varie esternazioni, la demonizzazione dell’avversario, la convinzione che le idee erano un prodotto da vendere come un altro? Tutto ciò derivava dalla tesi che comunicare fosse trasmettere informazioni nella maniera più efficace ed efficiente. Il modello della comunicazione politica era lo stesso del marketing. Per piazzare un prodotto bisognava delegittimare i prodotti simili e far sognare i possibili acquirenti. C’era poco spazio per l’incontro, il confronto, la condivisione.

Oggi, in una situazione politica mutata, il dialogo sembra tornato di moda. L’emergenza economica ha costretto a ridimensionare le litigiosità. Di più: ha spinto a ripensare in che modo il dialogo fra le parti – fra le parti politiche, fra le parti sociali – può adeguatamente configurarsi. Perché i modelli del passato – la trattativa a oltranza, la concertazione, finanche l’inciucio – in tempi di crisi non possono funzionare.

Ma qual è il dialogo che si sperimenta oggi? Da una parte, in questo dialogo i termini dell’accordo sono in buona parte già scritti. La situazione economica detta infatti soluzioni che in certa misura possono essere controbilanciate, ma che in buona parte non possono venir eluse. Dall’altra parte si tratta di un dialogo che recupera la necessità di rispettare la controparte. Anche per condividere con altri, legittimati appunto dal rispetto che viene loro attribuito, l’onere di sostenere misure impopolari.

Ecco dunque lo scenario comunicativo che in politica abbiamo di fronte: forse più noioso, ma certamente più costruttivo. E se anche la scelta del dialogo viene fatta per motivi di opportunità, c’è tuttavia, nel promuovere quest’esperienza comunicativa, un aspetto che risulta significativo e che preannuncia, forse, nuovi modi di fare politica. Mi riferisco a quell’assunzione di responsabilità, di responsabilità nei confronti di tutti, che il dialogo permette di far emergere e di sviluppare. Finché è in gioco questa prospettiva ci può essere spazio per una politica vera: una politica di condivisione e di solidarietà.

 

L'Autore è docente di Filosofia morale all’università di Pisa.

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