Tempi di guerra

Sullo sfondo della più grande tragedia del XX secolo, iniziata proprio settant'anni fa, prendeva corpo una esperienza evangelica dai forti risvolti sociali.
tempi di guerra
Settant’anni fa, il 1° settembre 1939, Hitler invadeva la Polonia. Il giorno seguente Mussolini dichiarava la “non belligeranza”. Il 3 settembre Gran Bretagna, Austria e Francia dichiaravano guerra alla Germania. Inizia la più grande tragedia del XX secolo: sul campo rimangono 40 milioni di morti.

 

Il 18 marzo dell’anno successivo Mussolini si incontrò con Hitler al Brennero sancendo di fatto l’appoggio alla guerra contro l’Inghilterra e la Francia da parte dell’Italia.

A Trento l’annuncio dell’entrata in guerra (10 giugno) fu accolto «con vibrante entusiasmo», stando al messaggio inviato al Ministero degli Interni dal prefetto della città Italo Foschi. Diversa l’opinione del settimanale diocesano Vita Trentina, pubblicazione presto soppressa con l’accusa di un atteggiamento «di voluta indifferenza per tutto ciò che riguarda l’interesse supremo della Nazione». Diversa anche la reazione in casa Lubich dove la guerra nessuno la voleva. Non la mamma di Chiara, fervente cristiana, allineata con il vescovo della città Celestino Endrici. Non il padre, socialista che, pur avendo condiviso l’alloggio con Mussolini quando insieme lavoravano al giornale di Cesare Battisti Il Popolo, non lo seguì nell’avventura del Ventennio. Non il fratello Gino, che presto si sarebbe orientato verso il comunismo e sarebbe entrato a far parte della Resistenza.

Eppure la Seconda guerra mondiale è lo sfondo indispensabile per comprendere la straordinaria esperienza evangelica che caratterizza la spiritualità di Chiara Lubich. La prima volta che lei ne scrisse le origini in un articolo del 1948, iniziò con le parole: «Erano i tempi di guerra e tutto crollava…». Da allora esse vengono ripetute in tutto il mondo quando si parla degli inizi del Movimento dei focolari.

 

La nascita del movimento viene abitualmente fatta risalire al 7 dicembre 1943, anno in cui Chiara pronuncia il suo voto di verginità, o il suo “volo” in Dio, come ella amava definirlo. Ma «il punto di partenza» della sua esperienza spirituale – come scriveva lei stessa – è da collocarsi proprio alla vigilia della guerra, in un episodio del 1939, quando, a Loreto ebbe, «plasticamente», «la visione, la prima idea di quello che sarebbe stato il focolare». Occorre tuttavia aspettare cinque anni perché si costituisca la prima convivenza stabile, a seguito del secondo devastante bombardamento che si abbatté sulla città di Trento il 13 maggio 1944.

Il primo bombardamento era avvenuto il 2 settembre 1943. 91 bombardieri B-17 riversarono sulla città 218 tonnellate di bombe. Trento era impreparata e indifesa, i rifugi antiaerei non esistono, la protezione d’artiglieria pressoché nulla e limitata ad una postazione di mitragliere. 229 i morti, innumerevoli i feriti, la città devastata.

Quando nella tarda mattinata del 13 maggio 1944 iniziarono nuovamente i bombardamenti si sapeva già che sarebbe stata una tragedia come quella del 2 settembre. La famiglia Lubich corse subito lungo la via Gocciadoro fin sull’omonimo bosco vicino. Da lì si potevano vedere gli aerei, le bombe cadere dal cielo, le fiamme e il fumo che si levavano dalla città. «Ricordo di quella notte, passata all’addiaccio, sdraiata con gli altri per terra, due sole parole: stelle e lacrime – raccontò Chiara più tardi –. Stelle, perché, nel corso delle ore, le ho viste tutte passare sopra il mio capo; lacrime, perché piangevo, capendo che non sarei potuta partire da Trento con i miei che tanto amavo».

 La mattina, dopo essersi congedata dai familiari, rientrò in città. La prima visita è all’ospedale di Santa Chiara, dove il fratello Gino, studente di medicina, lavorava come medico praticante. Egli la condusse a visitare quanto restava del reparto dove erano in degenza giovani donne. Alla prima compagna, Natalia Dallapiccola, Chiara descrisse quanto aveva appena visto: «Nel reparto 3 non è rimasto vivo nessuno; soltanto la suora che diceva il rosario in mezzo alle malate è illesa. Terrificante! Mani staccate dal braccio ancora con gli anelli infilati nelle dita; facce imbellettate schiacciate come una sogliola contro il muro, i capelli strappati o appiccicati come una ragnatela sui volti irriconoscibili. “Tutto è vanità delle vanità”… Natalia, l’unico che non passa è quello che abbiamo scelto: Dio». Dio, scriverà Chiara molti anni dopo ricordando quel momento, «in mezzo al furore della guerra, frutto dell’odio, sotto l’azione di una grazia particolare, si manifestò per quello che egli veramente è: amore». È la prima grande lezione della guerra, la vanità di tutto a cui si contrappone il tutto di Dio.

In quegli anni di guerra i momenti determinanti per la nascita del carisma sono legati soprattutto ai “rifugi” antiaerei. Per la gente quelli erano momenti di angoscia, di disagio. Per le “focolarine” si trasfiguravano in momenti di intensa comunione, di luce, pur nel buio del luogo chiuso. La tragedia della guerra nelle quali erano immerse veniva letta con un nuovo sguardo di fede che sapeva riconoscere nei dolori, nelle paure, nei feriti, nei morti, negli orfani, nei poveri il volto stesso di Cristo nel suo abbandono sulla croce, «nel culmine del dolore, che è il vertice dell’amore».

Nel rifugio portano solo un piccolo libro: il Vangelo. Lo aprono e quelle parole s’illuminano come se sotto s’accendesse una luce, infiammano il cuore e spingono a metterle subito in pratica. È l’inizio di una vita autenticamente evangelica e il Vangelo sarà il costante luogo di riferimento per la nuova spiritualità, ogni suo aspetto fiorirà su una parola della Sacra Scrittura.

 

La guerra è il luogo di nascita di una spiritualità che, anche grazie agli effetti del conflitto bellico, assume forti risvolti sociali. «La città bombardata era piena di senza tetto, di gente affamata, malata, mutilata, povera», racconta Chiara; una situazione che provocava una risposta immediata: Prendevano nota dei bisogni e registravano gli indirizzi degli indigenti, così da far nascere una carità “organizzata” ed efficiente, o come scrive Chiara, per giungere ad amare “fino alla fine”.

Oltre all’impegno sociale la situazione nella quale veniva a trovarsi la prima comunità del movimento spingeva verso l’impegno politico nel senso più ampio del termine, sempre stimolata dalle conseguenze del conflitto bellico: «Nell’assenza di leggi causata dalla guerra, siamo ripartiti dall’amore: la legge delle leggi, valore supremo, principio e sintesi di tutti i valori; un amore che ha saputo ricostruire la comunità, ha realizzato quell’unità tra tutti i cittadini che è il presupposto essenziale di ogni convivenza».

L’impegno a vivere e a diffondere il nuovo ideale di vita così come l’attenzione ai problemi della gente erano talmente coinvolgenti che Chiara ha più volte confessato che lei e le sue compagne quasi non si accorgevano degli avvenimenti bellici se non per gli effetti che essi producevano. Ne erano prese al punto che, paradossalmente, non si accorsero neppure di quando finiva la guerra, che d’altronde continuava a lasciare le sue tracce di dolore e di volontà di ripresa.

Educata da Dio a vivere il conflitto bellico come occasione per uno slancio nel divino e per l’esercizio di una carità sempre più concreta, Chiara è rimasta toccata dalle nuove guerre e dalle violenze che hanno continuato a insanguinare il Novecento, proponendone una lettura evangelica e insieme agendo con interventi propositivi e operativi. Lo vedremo nei prossimi articoli.

(continua)

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