Teatro

GIULIO CESARE da camera Vestiti con tute da schermidori e fioretti in mano, i protagonisti si muovono dentro una palestra di pedane a grate, un mosaico frontale, e pareti specchianti. Nobili cultori dell’esercizio, oltre che fisico, della retorica. Perché le strategie del potere vivono di allenamento verbale, di tattiche da sperimentare. E di corpi da sfidare. Sembra questo il senso del Giulio Cesare o della congiura di Shakespeare allestito da Maurizio Panici. Un incontro ravvicinato, per un dramma da camera, che ci permette di cogliere più che mai il senso delle parole di uomini quali Bruto, Cassio, Antonio, divorati dall’invidia, vinti dalle certezze, contagiati dalla crudeltà e dal caos. Aver eliminato il contesto storico, sottratto personaggi e avvenimenti all’affollata e lunga opera del Bardo, ha permesso al regista di evidenziare quel percorso nell’animo umano soprattutto di Bruto (un intenso e amletico Leandro Amato) nel prendere atto che la violenza – dopo l’uccisione di Cesare – genera conseguenze peggiori del male che si voleva evitare. Egli gestisce, allora, con dignità il peso della sconfitta. Su una musica dai toni minacciosi, la messinscena vibra di note insieme epiche e colloquiali, che virano poi in atteggiamenti militareschi – anche negli abiti -, sostenuta da sette affiatati attori tra cui Giuseppe Argirò ed Edoardo Sylos Labini. Roma, Teatro Argot, fino al 16/11. Antigone Domina un senso alto della dignità umana nell’Antigone di Sofocle. Frutto di una lacerazione profonda: il conflitto tra sottomissione alla legge e sentimento della pietà. Con le conseguenze tragiche scatenate dal coraggioso atto della figlia di Edipo di seppellire il corpo fratello Polinice, infrangendo il divieto del re Creonte. Non serve nessuna chiave lettura in questa tragedia senza tempo che non smette di emozionarci. E l’essenziale messinscena del Teatro Nazionale Greco, con la regia di Niketi Kondouri, lo ha dimostrato. grigi e neri pastrani Coro protagonisti; una serie di quinte frontali con al centro una porta-prigione che si richiuderà dietro Antigone; e tre musicisti dal vivo a scandire gli eventi interiori. Infine il fascino musicale della recitazione in greco moderno. Ma soprattutto l’interpretazione di un’attrice razza dalla sensibilità moderna: Lydia Koniordou. Straordinaria. Come lo sono anche tutti gli altri attori. Un simile esito possibile solo quando il dominio della parola è assoluto, non per sfoggio di bravura, ma immedesimazione piena, forza interpretativa. Una lezione di grande teatro. Al Teatro Argentina Roma. DANZA/ ATERBALLETTO ALL’AUDITORIUM Scelta felice quella dell’Auditorium Parco della Musica della capitale, di aprire alla danza. Lo fa con l’Aterballetto. Tre le coreografie della compagnia diretta da Mauro Bigonzetti: Steptex, Psappha, Cantata. Pezzo di bravura tecnica e stilistica, il primo porta la firma del geniale coreografo post-classico William Forsythe. Un gioco di tensioni continuamente interrotto tra una ballerina e tre partner, impegnati in equilibri sbilanciati e sempre ricostruiti: come in un calcolo matematico. Fra bui improvvisi, stasi del movimento, e silenzio della musica – la Ciaccona in re min. di Bach -, gli interpreti eseguono vertiginosi passi a due costruiti in montaggi veloci e complessi dal cristallino rigore stilistico. Avvolto dal ritmo multietnico di Iannis Xenakis, con le percussioni disposte a cerchio e il musicista al centro, Psappha è una danza dal travolgente clima arcaico. Undici interpreti simili a guerrieri roteano le braccia, battono le mani al suolo, eseguono salti che la forza magnetica della terra riconduce a sé. A ispirare Bigonzetti è stata la spinta a recuperare nell’uomo la capacità di cogliere il suono primordiale degli elementi. Corale e teatrale, dagli umori mediterranei, è Cantata. Su antiche canzoni partenopee eseguite dal vivo, la coreografia di Bigonzetti dilaga come un fiume in piena: un fluire di azioni incalzanti e figurazioni dinamiche. Fino ad inventare quasi una nuova tarantella, dai movimenti contemporanei, istintivi ma sempre strutturati ed eleganti. Mani come artigli, gesti duri e teneri, esprimono quel Sud da cliché, ma innervato di una luminosa fantasia che trae ispirazione dalla musica. E la plasma in danza.Vestiti con abiti da film neorealista, uomini e donne si incontrano e si scontrano, a gruppi o a coppie, sprigionando una dirompente energia che infine esplode in festa contagiosa.

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