Taxi in protesta

Il conflitto in atto fa emergere un cambiamento più profondo, che riguarda la forma di organizzazione delle nostre società. Da una parte, abbiamo i tassisti organizzati in corporazione, dall’altro, ci sono i proprietari di auto con conducente che reclamano la concorrenza di mercato e, dall’altro ancora, abbiamo l’espansione di forme di condivisione delle auto che crescono grazie a Internet

È bastato il rinvio a fine anno della regolamentazione dei servizi di mobilità, inserito nel decreto Milleproroghe, a far scattare la protesta dei tassisti nelle città italiane che continuerà nelle prossime settimane. Per i manifestanti il decreto è un favore alle piattaforme di condivisione delle auto, sia profit che no-profit.

Chi protesta ha delle ragioni comprensibili, perché l’acquisto di una licenza costa anche decine di migliaia di euro, un capitale che ha bisogno di protezione e di esclusione di soggetti esterni alla corporazione per essere recuperato. Non è la prima volta che si cerca di allargare l’offerta dei servizi di mobilità, sempre stoppati dalla efficace ribellione degli interessati.

Non sappiamo come andrà a finire in questo round, se la spunteranno di nuovo le ragioni dei tassisti o quelle dei consumatori, che per bocca del presidente dell’Unione nazionale consumatori hanno espresso il favore verso l’apertura a servizi innovativi di mobilità.

Ma il conflitto in atto fa emergere un cambiamento più profondo, che riguarda la forma di organizzazione delle nostre società. Da una parte, abbiamo i tassisti organizzati in corporazione, dall’altro, ci sono i proprietari di auto con conducente che reclamano la concorrenza di mercato e, dall’altro ancora, abbiamo l’espansione di forme di condivisione delle auto che crescono grazie a Internet.

Infatti, i giovani della generazione Y, quelli nati tra il 1981 e il 2000, stanno cambiando il loro rapporto con l’automobile sostituendo l’accesso e l’uso al possesso proprietario. È per questo motivo che uno studio stima che nel 2020 nell’Ue vi saranno oltre 200 piattaforme di condivisione di automobili per la mobilità urbana, con un numero di iscritti che supererà i 15 milioni. Il parco auto in circolazione crescerà dagli attuali 20 mila ad oltre 250 mila unità, mentre il giro d’affari supererà i 2 miliardi e mezzo.

Al fondo quindi c’è una scelta radicale i cui contorni sono già stagliati nei comportamenti collettivi, prima ancora che la nostra coscienza democratica lo abbia razionalizzato in una norma giuridica.

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