Tassa minima sulle multinazionali, accordo storico?

Salutato come una novità epocale dai parte dei vertici dei Paesi del G7, l’accordo di massima sull’aliquota minima del 15 % incontra molte critiche di merito in attesa di un confronto in sede di G20
Tassa globale AP Photo/Alberto Pezzali

L’accordo per una tassazione minima del 15% sulle società multinazionali raggiunta dai ministri del G7 è stata presentata come una svolta importante sulla maggior parte dei media. Il gruppo dei 7 (G7) è composto dai maggiori Paesi industrializzati occidentali (culturalmente intesi) che detengono, secondo certe stime ufficiose, oltre il 60% della ricchezza mondiale. Si presume, perciò, che le scelte condivise in campo macroeconomico siano capaci di incidere sull’agenda mondiale che registra la costante tendenza delle grandi società operanti a livello transnazionale di cercare, con tutti gli espedienti legali possibili, il regime fiscale più basso per i loro profitti. Un fattore di vantaggio competitivo verso le altre società più piccole o che decidono di non delocalizzare la sede fiscale e legale.

L’accordo sulla tassazione minima al 15% è stato fortemente sostenuto, in discontinuità con la gestione Trump, dalla presidenza statunitense tramite Janet Yellen, attuale Segretario al Tesoro e già presidente della Federal Reserve (Banca centrale Usa) dal 2014 al 2018. Ma la riforma non potrà essere operativa in un mondo ormai multipolare e quindi si rivelerà decisivo l’accordo che potrà intervenire in sede di G20, cioè nel forum allargato dei Paesi avanzati che vede la rappresentanza degli stati decisivi del Medio Oriente oltre che di Cina e Russia.

L’Italia fa pare del G7 e presiede, da dicembre 2020, il G20 dopo un passaggio di consegne con l’Arabia Saudita.

Sia il presidente del Consiglio, Mario Draghi, che il ministro dell’Economia, Daniele Franco, hanno parlato di “accordo storico” nel segno dell’equità in merito alla tassazione minima delle multinazionali. Una soluzione che vede d’accordo anche le grandi società emergenti come Amazon, Google e Facebook.

Dal coro unanime si distingue, tra gli altri, un editoriale critico nei confronti della soluzione Yellen  scritto da Leonardo Becchetti già per la rivista Città Nuova di maggio 2021. Per l’economista romano, da sempre attento alla finanza etica, la soluzione più efficace la soluzione avanzata da 24 premi Nobel per l’economia che va sotto il nome di border adjustment tax: una norma possibile già solo per il mercato Ue e Usa, destinata ad incidere a livello globale,  prevedendo «una tassa aggiuntiva sul prezzo finale dei prodotti in caso di difformità agli standard minimi di responsabilità fiscale globale».

Alessandro Volpi, professore di storia contemporanea presso l’Università di Pisa, su Altreconomia parla di una proposta di minimum global tax stimata al ribasso da parte di Biden nei confronti della ipotesi maggiore di 6 punti principali formulata in sede di trattativa tra i diversi Paesi. Volpi vede in questa soluzione di compromesso la vittoria dell’opposizione «dei “paradisi fiscali” europei, a cominciare da Lussemburgo e Irlanda» dove sono trasferiti larga parte dei profitti provenienti «da Paesi dell’Ue, in particolare Germania, Francia e Italia, che, dopo essere transitati per i paradisi, vanno a finire in larghissima misura negli Stati Uniti».

Anche l’economista francese Thomas Piketty, intervenuto al Festival dell’economia di Trento, ha parlato di un accordo scandaloso che permette ad esempio all’Irlanda di passare agevolmente dalla tassazione attuale del 12,5% a quella del 15% con il risultato di concedere una tassazione di favore e inferiore a quella delle imprese medio piccole oltre ovviamente all’aliquota imposta alle persone che fanno parte della cosiddetta classe media.

Anche dal fronte del pensiero liberista arriva l’invito, ad esempio dall’Istituto Bruno Leoni (IBL), a non usare toni trionfalistici verso una semplice dichiarazione d’intenti tendendo conto che «il diavolo, nelle questioni fiscali più che altrove, è nei dettagli, e non solo i dettagli non sono noti: al momento abbiamo solo un auspicio, per quanto solenne e impegnativo, non un vero e proprio progetto di riforma». Prendendo in esame i diversi aspetti tecnici dell’accordo del G7, l’istituto Bruno Leoni invita considerare l’importanza della «determinazione delle basi imponibili» perché «tutto dipende da come viene calcolato il reddito su cui l’aliquota si applica: Già da tempo, la concorrenza fiscale tra Paesi si gioca molto più su questo fronte che sul ribasso delle aliquote nominali». Ad oggi comunque il reddito d’impresa è assoggetto nei Paesi Ocse ad una aliquota media del 24%.

L’accordo per la tassazione minima al 15% «si avvicina molto ai regimi agevolati applicati da paradisi fiscali come Irlanda, Svizzera e Singapore» secondo Oxfam, ong impegnata per contrastare le diseguaglianze.

Il meccanismo dell’accordo, secondo Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International, comporterebbe, inoltre, che i «miliardi di dollari di entrate che ogni anno si perdono nei paradisi fiscali resteranno così nei Paesi ricchi dove hanno sede la maggior parte delle grandi multinazionali come Amazon e Pfizer, indipendentemente dal fatto che le loro vendite e profitti siano effettivamente realizzati nei Paesi in via di sviluppo».

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