Tanti Davide

Li accusavamo di essere schiavi degli smartphone, di perdere ore ed ore a chattare con chissà chi. Ora sono in piazza, a Hong Kong come a Beirut, ad Algeri come in Cile

Negli ultimi mesi stiamo vedendo sfilare sui nostri molteplici schermi (ormai l’informazione è plurima e mobile e sparsa) le immagini delle piazze del mondo intero riempite di gente che vuole fare politica, in un senso forse più nobile di quello che vigeva fino a qualche anno fa. Ne abbiamo già parlato. Una delle costanti di queste immagini è che in piazza ci sono non solo giovani, ma anche giovanissimi. Non è solo Greta Thunberg a scendere in strada, tutt’altro: lei forse, per una serie di circostanze particolari, dall’educazione alle amicizie alle letture, si è trovata ad essere leader d’un movimento ecologista mondiale, ma queste piazze sono piene di tanti ragazzini e ragazzine che sanno il fatto loro, anche se pochi diventeranno poi i leader dei loro Paesi.

Mi ha colpito, ad esempio, una lunga sequenza di un ragazzino algerino, avrà avuto 12 anni, che venerdì scorso inalberava un cartello alto il doppio di lui, con su scritto in arabo Saura, rivoluzione. Lo faceva con quella serietà e quella determinazione che fanno vedere i sorci verdi ai politici di turno. Intervistato, ha detto qualcosa come: «L’Algeria non è loro, l’Algeria è nostra, l’Algeria è di tutti», dimostrando una maturità democratica assai inusuale per certi Paesi, almeno finora.

In Cile, al di là delle eccessi di violenza e dell’atteggiamento sufficiente del presidente e di tanti politici, in piazza c’erano folle di bambini di famiglie che non ce la fanno proprio ad arrivare alla fine del mese. Due di loro, intervistati, hanno detto: «Non smetteremo finché Piñera capirà che deve essere un uomo giusto. Deve distribuire una parte della sua ricchezza».

A Hong Kong, i leader della protesta sono diciottenni e ventenni, come Joshua Wong e Agnes Chow. Al di là delle possibili manipolazioni e delle diverse versioni date ai fatti, appare evidente come la massa dei manifestanti fatichi a raggiungere la maggiore età. I ragazzini si riuniscono in modo mobile, improvviso, obbedendo ai richiami dei social, un elemento fondamentale del loro “fare politica”, ma uno strumento, non delle sanguisughe della loro coscienza. Non li usano tanto come i tweet dei potenti, che a volte rischiano di fare crollare una borsa valori con dichiarazioni avventate, o di provocare una guerra per leggerezza politica: i ragazzi che sono in piazza li usano in modo forse ludico ma efficace, per far sentire che la voce della piazza è un “noi” non solo tanti “io”.

A Beirut, altra piazza caldissima di questi tempi, in piazza scendono addirittura frotte di bimbi, certamente accompagnati in gran parte dai loro genitori, ma spesso semplicemente arrivando in branco. Non solo i ragazzini senza dimora fissa di Capharnaum, ma anche ragazzi dei quartieri buoni. La loro determinazione è forte, se è vero che i politici hanno preso una paura matta: Hariri, il premier si è dimesso; il presidente Aoun ha cercato di rivendicare a sé le richieste della piazza, e così ha fatto, non senza una certa sorpresa, lo stesso leader di Hezbollah, mentre altri politici non osano nemmeno farsi vedere in pubblico, tanta è la forza della piazza, dei giovani, dei giovanissimi e dei bambini. Con lo smartphone in mano, tutti, per documentare, per chattare, per organizzarsi.

Lo sappiamo, i racconti biblici, come quelli delle grandi tradizioni di fede e di pensiero del mondo intero, sono una serie di “racconti fondatori”, di simbolizzazioni narrative di elementi che erano, che sono e che saranno. Il racconto di Davide e di Golia è uno di questi, uno dei più immaginifici. Ebbene, le piazze piene di questi mesi paiono un remake, una riproposta di tale verità: l’innocenza ha una sua forza dirompente che può tutto, anche l’impossibile.

 

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