Tante Americhe alle urne

Tra una settimana gli Usa sceglieranno il loro 46° presidente, ma voteranno anche il destino della loro democrazia e due progetti di Paese che né Trump né Biden possono capire fino in fondo.
Bandiera Usa sullo sfondo di Manhattan

Mancano sette giorni al 3 novembre, l’Electoral Day, il giorno del voto nazionale. Martedì prossimo gli elettori Usa consegneranno alle urne il verdetto per il loro Paese e in fondo per il resto del mondo, perché queste elezioni non appartengono solo all’America, per quanto i suoi cittadini non ne siano consapevoli.

Sessanta milioni lo hanno già fatto votando per posta e nelle sezioni già aperte. Quelle buste e quelle schede diranno se gli Stati Uniti saranno ancora colorati di rosso repubblicano o passeranno al blu democratico. Diranno se solo l’America sarà first (prima) o se trionferà l’anima dell’America più globale.

Donald Trump continuerà il suo mandato per ancora quattro anni, come cantano i suoi supporters ai comizi o sarà il democratico Joe Biden a ricominciare da dove aveva finito Obama e chiuderà una parentesi di 4 anni di anti-politica che ha però calamitato il cuore dell’America e allarmato quelli fuori dai suoi confini? Il Congresso sarà spaccato tra Democratici e Repubblicani o in combutta con un presidente di altra sponda politica? La transizione del potere sarà pacifica o bisogna aspettarsi rivolte?

Queste sono le elezioni delle domande più che delle certezze e non ci sono toni trionfalistici, né possono esserci soprattutto davanti alle vittime del Covid, che non hanno più un loro posto a tavola o una scrivania nell’ufficio, o una penna in mano per colorare i quadratini della scheda elettorale. Non ci sono sogni americani che reggono di fronte a negozi e ristoranti sbarrati, catene di vendita in bancarotta, hotel spettralmente vuoti; mentre i piloti sono scesi per sempre da quel cielo perché una lettera di licenziamento è arrivata nella mail e chi estraeva petrolio si è dovuto fermare perché non serve carburante di fronte al lockdown che ha cambiato il Paese e il mondo.  In fila per il voto anticipato o alle urne il 3 novembre ci saranno tante Americhe e ciascuna con un’agenda fitta e con poche pagine bianche.

Chi voterà a queste elezioni decisive? Voteranno i medici, il personale sanitario e gli scienziati che da mesi combattono per convincere i proprio concittadini che il Covid-19 è un affare serio e non un’influenza, che questo virus li farà morire da soli e senza fiato, che li lascerà spossati una volta guariti. Proprio loro si trovano irrisi, quasi ogni giorno, dal presidente che dà la responsabilità della diffusione del virus ai media corrotti che non riportano dati corretti e negano il moltiplicarsi di test.  Voterà l’epidemiologo Anthony Fauci, ormai di casa in tutti i paesi del mondo e voterà anche Deborah Birx, coordinatrice della task force sul Covid che ha chiesto di rimuovere uno dei consiglieri del presidente, Scott Atlas, radiologo che continua a sostenere l’inutilità delle direttive mediche, tesi sposate dal presidente, nonostante lui stesso abbia fatto l’esperienza del contagio.

Voterà la mamma di Breonna Taylor, uccisa da agenti in borghese entrati nel suo appartamento senza identificarsi e voterà la moglie di George Floyd, soffocato dal ginocchio di un poliziotto bianco ignaro della vita che stava spezzando. Nel nome di Floyd milioni di afroamericani e non, sono scesi in strada in maniera pacifica e con azioni vandaliche per denunciare il razzismo sistemico che li relega agli ultimi scalini di una scala sociale e talvolta oltre qualsiasi scalino, nonostante una battaglia per i diritti civili che ha proclamato parità, ma non ha vinto la segregazione culturale e sociale.

Voteranno le fondatrici di Black lives matter, il movimento che vuole sradicare la supremazia bianca e contare gli atti di violenza subiti dalla comunità nere per aprire spazi di innovazione e di miglioramento delle vite black (nere). A loro voto si unirà quello di tutti quei bianchi, neri, latinos, asiatici che hanno aperto courageous conversation, gruppi di dialogo coraggiosi per sradicare pregiudizi e discriminazione, e immaginare progetti consistenti di cambiamento.

Si metteranno in fila alle urne gli oltre 12 milioni di disoccupati che la pandemia ha lasciato senza prospettiva, che una battaglia estenuante al Congresso per l’approvazione di un pacchetto di aiuti li sta lasciando senza sussidi, che la moratoria scaduta sugli affitti sta gettando in strada. Anche loro coloreranno i quadratini della scheda elettorale, come lo faranno gli agricoltori del Midwest spaventati dalle diatribe con la Cina, massimo acquirente di soia e di mais che potrebbe lasciare nei silos tutte quelle derrate che dovrebbero invece attraversare l’oceano e rimpolpare i loro conti. Trump ci ha pensato elargendo 434 miliardi di dollari, ma alla semina e al raccolto non basta la moneta verde, ci vuole progettualità e futuro e ci vuole un’economia green che non lasci in strada chi sa solo scavare pozzi di petrolio o lavorare in miniera e non immagina che da una terrà non violata possa venire lavoro e dignità. La loro paura propenderà per i democratici o repubblicani?

Voteranno le donne e i giovani, i cristiani evangelici e i cattolici, gli ebrei e i musulmani, le compagnie della Silicon Valley e la finanza di Wall Street. Voteranno i nativi americani e gli immigrati ora residenti. Andranno alle urne i cospirativisti, i suprematisti bianchi e i supporter di sinistra di Bernie Sanders.

Si presenteranno ai seggi i repubblicani del Lincoln project contrari alla presidenza Trump e tutti gli ex che il presidente ha licenziato come nel talk show che lo ha reso famoso. Voterà anche il figlio di Biden finito nel mirino per una serie di mail scovate in un computer dimenticato in Delaware che vorrebbero provare relazioni compromettenti con l’Ucraina.

Sono tante Americhe che andranno alle urne o hanno già votato, tante e divise, molteplici ma non ancora uno, come recita il motto fondativo della nazione: E pluribus unum (Dai molti, uno)

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