Sweet sixteen

A causa della chiusura dei cantieri navali, la città di Greenock è diventata una delle più povere della Scozia. Le conseguenze si fanno pesantemente sentire anche sulla generazione dei più giovani. Liam è un sedicenne cacciato di casa dal nonno, desidera molto l’affetto della madre, detenuta e insensibile, e, per dimostrarle affetto e prepararle una casa, diventa uno spacciatore di droga. Lo sguardo del regista è pietoso nei riguardi degli adolescenti, di cui mette in evidenza le tendenze positive; ma è impietoso nel giudicarne le azioni negative, che li trascinano alle esperienze più dolorose, fino alla disponibilità ad uccidere amici. La drammaticità del racconto è resa più acuta dallo stile asciutto. Si ha l’impressione di vedere un documentario, anche grazie alla recitazione di attori non professionisti, dai quali il regista ha saputo ottenere un’interpretazione quanto mai realistica, capace di far intuire i movimenti più intimi della coscienza. Il film, infatti, tocca anche la dimensione morale, fino alla decisione degli atti criminosi, presi da Liam contro le suppliche della sorella, che non accetta lo spreco della vita di quei giovani. Ma ci lascia sospesi riguardo alle vere responsabilità del protagonista, perché ci mostra chiaramente che sono state tradite le sue esigenze affettive più sacre. Ken Loach ha scelto di non indicarci una salvezza per Liam, perché ritiene che “prima di incominciare a sperare bisogna conoscere bene com’è la realtà delle cose”. E, così, la denuncia del grave malessere, creatosi per la disoccupazione, è assai dura. Nelle interviste rilasciate ha spiegato che una politica intelligente orientata a proteggere la famiglia, culla di quegli affetti, il cui tradimento causa squilibri così gravi, potrebbe aprire una speranza. Regia di Ken Loach; con Martin Compston, William Ruane.

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