Svuotare gli orfanotrofi

L'Associazione Murialdo di Padova, composta da religiosi e laici, accoglie in stile familiare ragazzi e giovani che arrivano da situazioni di abbandono, si propone come intermediaria nella ricerca di casa e lavoro per adulti soli e famiglie di immigrati.

Sono f. Valeriano, religioso dei Giuseppini di San Leonardo Murialdo. Sono entrato in Congregazione nel 1962 a 28 anni. Qualche mese prima avevo conosciuto il Movimento dei focolari.

L’incontro con il carisma dell’unità è stato per me di grandissimo aiuto, nella mia formazione personale come in quella religiosa, perché ha dilatato la mia anima sulla dimensione Chiesa e sulla dimensione umanità e mi ha fatto vedere tutta la bellezza e la concretezza della mia vocazione, come una via per incarnare nel nostro tempo l’amore di Dio senza limiti, così come l’aveva intuito il Murialdo un secolo prima. 

Tutto inizia con un sì 

All’inizio degli anni ‘60, sotto la spinta del Concilio Vaticano II, anche la mia Congregazione, come tutte, aveva tenuto un Capitolo speciale con l’obiettivo di favorire il rinnovamento della vita religiosa e il ritorno alle origini.

Tra i membri del Capitolo non c’era unanime intesa sull’identità del carisma del nostro fondatore e quindi sullo scopo principale della nostra Congregazione. Chi lo identificava con gli orfanotrofi (ne avevamo parecchi in quel tempo), chi con le parrocchie, chi con altro ancora. Tutte cose che a me, francamente, parevano secondarie.

Ad un certo punto, però, per me le cose maturarono.

Era il 1967. Mi trovavo in un orfanotrofio in provincia di Venezia, assieme ad altri confratelli. L’orfanotrofio era pieno di ragazzi più abbandonati degli altri. Erano stati affidati a me e io facevo loro da assistente, da economo, da padre. Lavoravo con loro 24 ore su 24. Li seguivo a pranzo, in chiesa, nello studio, dovunque.

Mi risuonava forte nell’anima una frase di Chiara Lubich: “Dobbiamo svuotare gli orfanotrofi”. Ma non vedevo come fare in pratica.

Dal Movimento dei focolari avevo imparato a vivere la Parola di Vita, ad amare tutti, a vedere Gesù in ciascuno, soprattutto nei più sofferenti. Per vari anni ho cercato solo di essere fedele a questa consegna. E pur in mezzo a tante difficoltà mi sono accorto che l’amore, piano piano, apriva tutte le porte, soprattutto le porte del cuore dei ragazzi orfani. 

Parole vive del fondatore 

Un giorno, meditando assieme ai confratelli della mia comunità il testamento del fondatore, rimasi colpito in modo del tutto nuovo da alcune sue parole e mi parve chiaramente che racchiudessero il nucleo centrale del suo carisma: “Credere che Dio ci ama di un amore tenero e misericordioso ed essere noi espressione viva di questo amore per tutti i giovani abbandonati”.

Non avevo ancora un progetto di comunità. Mi lasciai provocare da una domanda: “Cosa possiamo fare per questo giovane?”. È stato infatti un solo giovane all’origine dell’Associazione Murialdo. I miei confratelli di Padova si aprirono a questa nuova esperienza, accogliendo alcuni giovani in stato di abbandono all’interno del collegio universitario che in questo modo non rimase una realtà chiusa.

A poco a poco aumentava il numero dei giovani. Per non ricreare una struttura assistenziale di vecchio tipo e per non compromettere la maturazione dei giovani che esigeva un rapporto personale con l’educatore, abbiamo cercato famiglie o persone singole disponibili all’accoglienza di uno o più giovani assicurando loro l’appoggio spirituale e morale, la responsabilità tutoria del minore accolto, l’aiuto economico, l’abitazione per realizzare un nucleo affidatario (nel caso di persone singole), una consulenza psico-medico-sociale con l’équipe dell’Ente pubblico.

La comunità religiosa interveniva nell’attuazione dell’impegno educativo, nell’accoglienza tempestiva di giovani che creavano situazioni insostenibili per la famiglia, con la disponibilità a sostituire temporaneamente un educatore in difficoltà.

Abbiamo la chiara coscienza che solo questo impegno della comunità religiosa dà tranquillità alla famiglia che accoglie e sicurezza al giovane accolto.

Intorno alle persone più direttamente impegnate si è sviluppata un’area di simpatizzanti, singoli e famiglie, i quali danno un appoggio morale e di amicizia e si prestano per accoglienze temporanee durante le vacanze o nei fine settimana.

Questa vita così intensa, nata senza nessun tipo di programmazione, ha rivelato una ricchezza che abbiamo creduto opportuno raccogliere in una forma più precisa e stabile, costituendo una Associazione.

Non per trasformare una vita in struttura, ma per definire meglio la fisionomia di un’attività, per assicurare ai laici una situazione paritaria con la comunità religiosa e per collocarci più facilmente nel programma assistenziale del territorio.

La comunità religiosa, tutt’altro che scomparire all’interno di questa Associazione, ne è diventata il fulcro, il cuore, la forza portante. I religiosi hanno saputo trovare un rapporto personale con i giovani, impegnarsi in un lavoro e apostolato diverso da quello tradizionale, condividere con i laici un progetto educativo comune. 

L’esperienza di Edda 

La mia collaborazione con l’Associazione Murialdo risale al 1968, epoca in cui, come assistente sociale, ero impegnata a combattere l’emarginazione di quei giovani che avrebbero vissuto tutta la loro vita in strutture totalizzanti con una disciplina molto rigida che impediva qualsiasi iniziativa personale e proibiva i rapporti con il mondo esterno.

In seguito ad un’indagine conoscitiva realizzata nei molti Istituti che ospitavano i ricoverati a carico dell’Amministrazione Provinciale di Padova, con mia grande meraviglia mi trovai di fronte a delle realtà che assistevano giovani, ormai diventati adulti ed alcuni perfino anziani, senza alcun programma educativo e di recupero sociale, insieme con malati mentali ed handicappati fisici.

La complessità di questo mondo sommerso evidenziò la necessità di costituire un’equipe per dare una risposta urgente ed adeguata con un progetto educativo individualizzato. In modo particolare ci interessammo di quei giovani privi di famiglia e bisognosi di rapporti affettivi, proponendoci di aiutarli con appoggi concreti, perché potessero reinserirsi nella società.

Fu molto difficile inventare per tutti, anche per i più disperati, una soluzione più dignitosa di quella che vivevano. Nell’Ente pubblico infatti non c’era ancora la consuetudine di realizzare strutture alternative, come l’affido familiare e i gruppi famiglia, ed esistevano molte prevenzioni sulla possibilità di recuperare persone cronicizzate.

Così ci mettemmo in ricerca di adulti disponibili a creare un ambiente familiare e a mantenere una profonda relazione affettiva con questi giovani. Ci siamo avventurati su una strada sconosciuta ed impervia prendendo talora iniziative a nostro completo rischio, non ancora previste da leggi, per evitare che l’uscita dal Collegio dei giovani ricoverati degenerasse in un fallimento e in una situazione ingestibile per l’assenza di altre soluzioni.

Nel 1972, dopo una lunga ricerca per la sistemazione urgente di due giovani diciottenni, dimessi da un istituto, iniziò la collaborazione tra la nostra equipe e la comunità religiosa dei Giuseppini del pensionato universitario di Padova che incaricò fratel Valeriano di formare un primo gruppo sullo stile delle “Case famiglia” del Murialdo.

Nel 1978 l’Amministrazione Provinciale riconobbe ufficialmente l’Associazione Murialdo che riuniva, insieme con i Giuseppini, famiglie, adulti, giovani, persone consacrate, tutti disposti a mettere a disposizione la propria casa o a mettere su casa con giovani bisognosi di soluzioni alternative alla propria famiglia.

 Pubblico e privato 

Nacque così una vera collaborazione tra pubblico e privato sociale che permise di tracciare una nuova pista per la creazione di realtà familiari, articolate secondo le esigenze di altri giovani in difficoltà.

Fratel Valeriano, figura educativa perno da oltre 30 anni, e la comunità dei Giuseppini hanno garantito la continuità di un’accoglienza stabile che evitasse ulteriori esperienze di separazione e di perdita di legami umani significativi.

L’accoglienza viene offerta da persone di diversi stati di vita: famiglie, singoli adulti, giovani volontari, persone consacrate e religiosi nei vari contesti sociali in cui sono inseriti.

Non inventiamo strutture di assistenza, ma ospitiamo nelle nostre case o “mettiamo su” casa, se ancora non ne disponiamo, per valorizzare la convivenza nei momenti di vita quotidiana e per favorire un rapporto affettivo privilegiato.

Accoglienza e amore sono i cardini dell’ospitalità dell’Associazione Murialdo che ha l’unico scopo di accogliere in affidamento ragazzi abbandonati da genitori fragili ed inadeguati. Come affermava un giovane: “Un essere comincia ad esistere solo quando lo si comincia ad amare”.

Una costante osmosi tra comunità religiosa e volontari dà la garanzia della solidità dell’iniziativa. I religiosi, per la loro esperienza e competenza, sono diventati un punto di riferimento stabile sia per le famiglie e i volontari che per i ragazzi.

L’equipe psico-medico-sociale consulente ha funzione di studio e valutazione sia dei volontari che delle accoglienze, verifica periodicamente l’intervento educativo assieme agli operatori delle singole case, cura la formazione permanente degli educatori e mantiene un rapporto tecnico e di collaborazione con i Servizi Territoriali di competenza dei giovani accolti. 

Testimonianze 

La psicologa Elena Zimbello, con la sua ricca preparazione professionale, con la sua grande sensibilità umana e con la sua capacità creativa, ha commentato con queste parole il significato di questa esperienza: “L’Associazione Murialdo non rappresenta una nuova forma assistenziale programmata a tavolino, ma un frammento di storia vissuta in amicizia e solidarietà da un gruppo di persone, sia laici che religiosi, che cercano di realizzare dei valori ideali, quali il rispetto dell’individuo e la fiducia nelle sue potenzialità verso la crescita e la maturazione”.

Sono stati proprio i ragazzi a confermarci che non sono le molte teorie di pace e di giustizia che li aiutano a crescere come persona, ma bensì l’affetto di chi è disposto a mettersi in gioco, accettando tutti i rischi che comporterà una eventuale convivenza.

“Com’è bello volersi bene tra noi figlio e mamma, peccato che io non ho la mia mamma, ma ne ho trovata una che mi vuole tanto bene come un figlio vero”, diceva un giovane ventenne, abbandonato dalla nascita, dopo alcuni anni di vita di condivisione.

Un ventiduenne, abbandonato pure dalla nascita, così descriveva la vita familiare: “Anch’io ho una casa / in questa casa io vivo, canto, / gioco, mi muovo e sono felice, / ritorno volentieri a casa, / perché qui incontro papà, / mamma e i miei fratelli, / trovo cibo e il mio riposo della notte”.

Dalla loro continua richiesta “mi vuoi bene?” un’educatrice volontaria si è sentita proporre un amore molto esigente ed ha capito che le ragazze con cui viveva chiedevano di averla al loro fianco per essere rassicurate.

Un giovane volontario dopo sei anni di condivisione così si esprime: “È una esperienza che ha partorito affetto, amore, stima autentica. E come ogni parto è fondato sul dolore, sul sacrificio; ma più forte di tutto è la voglia di nascere!”.

Una famiglia che fa condivisione di vita ha detto: “Il nostro progetto lo andiamo scoprendo giorno dopo giorno, nella quotidianità, apprezzando la gioia del vivere assieme e superando la tentazione di vivere solo l’intimità del nostro rapporto”.

Un obiettore di coscienza, che ha scelto questo servizio in alternativa a quello militare, così rifletteva: “Con il bagaglio di sofferenza che accompagna la loro storia la differenza tra loro e noi si fa sempre più netta, e incontrarsi, capirsi diventa ancora più difficile, finché non si crea una fiducia reciproca. Allora occorre saper aspettare e sperare che il loro cuore diventi così caldo da trovare la forza di partire, di iniziare veramente in modo autonomo l’avventura della loro vita!”.

E un religioso giuseppino ci confidava come l’impegno dell’accoglienza avesse cambiato la sua vita: “È la convivenza stessa che si incarica di dire chi siamo e che cosa pensiamo. E ci sentiamo evangelizzatori perché il Vangelo dell’affamato si chiama pane e il Vangelo dell’abbandonato si chiama accoglienza”.

Molta strada è stata percorsa da quel “sì” iniziale. Molte strade si sono incrociate e sono confluite in un’unica strada. Molti sorrisi e molta gioia di vivere sono nati da quelle strade, lontane dal clamore della ribalta, lontane dai concetti di assistenzialismo e solidarietà che partono dall’unica fonte inesauribile dell’amore.

Quell’Amore che continua a tradursi in una vita vissuta nella carità per ogni famiglia che si è creata e per ogni persona che ha incrociato la strada del Murialdo. E dove c’è la carità lì c’è l’uomo, riscattato da tutto ciò che minaccia la sua dignità.

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