Svolta e conferme dalle urne

In sequenza le elezioni presidenziali in Cile, Bolivia e Uruguay.
Sebastiàn Pinera
Cile

 

La Moneda al centro destra

 

In Bolivia e in Uruguay la sinistra ha ottenuto un’importante conferma elettorale, con un ampio margine di voti. Vittoria, invece, della destra in Cile: un successo stringato e in sostanziale controtendenza rispetto al resto del Sudamerica. Eppure, nei tre Paesi la posta in gioco era la stessa. Nel caso boliviano ed uruguayo, i governi hanno saputo migliorare la distribuzione del reddito, alleviando le sacche di povertà presenti. Il centro sinistra cileno, invece, paga il prezzo di non aver osato di più in materia. Ma la vera sfida è collettiva. Nella regione dove la Cepal – commissione economica dell’Onu – indica come principale deficit la coesione sociale, quest’obiettivo avrà bisogno di maggiore integrazione per essere raggiunto in modo soddisfacente.

Se la presidente Michelle Bachelet dovesse lasciare oggi La Moneda, sede della presidenza del Cile, lo farebbe con un 81 per cento di gradimento della sua gestione, il più alto nella storia della democrazia cilena. Eppure, Eduardo Frei, il candidato alla presidenza della Concertación, la coalizione di centro sinistra alla quale appartiene anche Bachelet, non solo ha perso il ballottaggio dello scorso 17 gennaio contro il candidato della destra, Sebastián Piñera, ma nel primo turno ha raccolto appena il 29 per cento dei voti. Una nettissima sconfitta i cui numeri indicano una serie di paradossi.

Infatti i candidati che si rifanno al centro sinistra avevano raccolto insieme il 56 per cento dei voti (Piñera il restante 44 per cento). Due di essi, Marco Enriquez Ominami e Jorge Arrate – fuoriusciti dalla Concertación in segno di protesta per la mancanza di elezioni primarie –, avevano raccolto rispettivamente il 20 ed il 6 per cento dei voti.

Dunque un voto “castigo”, nonostante il riconoscimento popolare alla Bachelet per aver adempiuto bene al suo dovere di presidente. Un voto “castigo” che i critici interni alla Concertación attribuiscono ai logoranti vent’anni di governo. Due decenni segnati dalla necessità di garantire una transizione pacifica dopo la feroce dittatura di Pinochet e dalla incapacità di varare riforme per superare le forti disuguaglianze sociali.

Infatti, sebbene il Cile – insieme all’Uruguay – sia un modello di stabilità economica e istituzionale per la regione dell’America del Sud, è altresì vero che è, dopo il Brasile, il Paese con le maggiori disuguaglianze e dove è ancora bassa la mobilità sociale che permetta ai ceti meno abbienti di scalare posizioni.

Per la prima volta in quasi 50 anni, dunque, la destra torna al potere democraticamente. Dal 1989 in qua ha pagato duramente il prezzo di aver appoggiato Pinochet. Lo fa attraverso un industriale, Piñera, che promette una gestione più efficiente e manageriale. La sfida sarà allora quella di verificare se il modello economico in vigore, sostanzialmente neoliberista, lo permetterà.

Alberto Barlocci,

da Buenos Aires, Argentina

 

Bolivia

 

Evo Morales e la nuova Costituzione

 

La schiacciante vittoria del presidente Evo Morales, rieletto il 6 dicembre scorso col 64 per cento dei voti, è molto più di una semplice rielezione. Il risultato segna un prima e un dopo nella storia democratica della Bolivia, portando alla luce, come dice l’analista politico Hugo Moldiz Mercado, tre fatti importanti: è il primo presidente rieletto democraticamente in due periodi consecutivi; è il primo a migliorare il risultato elettorale passando dal 53,7 per cento al 64 per cento; ed è il primo ad ottenere un’ampia maggioranza nell’Assemblea legislativa plurinazionale. Il Movimento al socialismo (Mas), il suo partito, ha ottenuto i due terzi dei seggi sia al Senato che alla Camera, e ciò sarà determinante per attuare la nuova Costituzione politica, approvata nel gennaio 2009 dal 62 per cento degli elettori.

I primi mesi di azione del governo nel 2010 saranno dedicati alla nuova Assemblea legislativa plurinazionale. Questa dovrà promulgare numerose leggi che sono fondamentali per dar corpo al tanto desiderato ma anche, da certi settori, rifiutato Stato plurinazionale, il cui obbiettivo è la convivenza interculturale tra indigeni, meticci e creoli.

La prima prova del fuoco per verificare la capacità di consenso e di dialogo sia del governo che dell’indebolita e frammentata opposizione sarà il varo della legge sulle autonomie dei nove dipartimenti in cui è suddivisa la Bolivia. Un’altra sfida per il rieletto governo è quella della povertà e la disoccupazione in un’economia basata sulla estrazione di materie prime.

Lucas Cerviño,

da Cochabamba, Bolivia

 

Uruguay

 

Il presidente ex-guerrigliero

 

Com’è possibile che in un Paese dove la democrazia e la moderazione sono una religione sia stato eletto presidente della Repubblica un ex comandante guerrigliero?

È la domanda che molti osservatori stranieri si sono fatti la sera del 29 novembre, quando José Mujica, candidato del partito di governo, il Frente Amplio, festeggiava la vittoria nel ballottaggio con il 52,6 per cento dei voti sul candidato della destra Luis Alberto La Calle.

Ma che cosa è cambiato in Mujica, passato dalla lotta armata alla più alta carica del Paese? «Credevamo che con le armi avremmo costruito un mondo migliore sulle rovine del vecchio ordine. Poi risultò che quell’ordine era molto più disordinato di quello che supponevamo», ebbe a dire Mujica al quotidiano spagnolo El Mundo nel 2008.

Mujica possiede un grande pragmatismo politico, uno stile aperto, una efficace comunicativa. Ma fa leva anche sul dialogo, persino con chi una volta era “il nemico”, come gli imprenditori e il mondo della finanza. Adesso che tanto Mujica quanto La Calle procedono verso quelle intese che avevano promesso in prima istanza, i simpatizzanti dell’una o dell’altra parte mostrano segni di una inedita inimicizia. Ma ci auguriamo che ciò sia frutto della foga della lotta elettorale, davvero molto sentita in un Paese che fa del civismo, prima ancora che della cultura, una religione laica.

Che aspettarsi ora da un governo di un ex-guerrigliero? Tra le iniziative promesse: una riforma del pesante apparato burocratico statale, una copertura sanitaria sussidiata per i pensionati con basso reddito, misure urgenti per la lotta alla produzione di cocaina. In quanto alla politica estera, Mujica si è dichiarato ammiratore di Lula, ed ha elogiato alcune politiche economiche della presidente del Cile, Michelle Bachelet. Insomma, un più forte inserimento regionale con una prudente presa di distanza dagli Stati Uniti, grandi importatori di carne uruguayana.

Silvano Malini,

da Montevideo, Uruguay

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