In questo contesto si pone anche la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1986, punto di arrivo di un percorso storico che a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (del 1948), sotto la spinta dei Paesi in via di sviluppo e del processo di autodeterminazione e di decolonizzazione, aveva messo in luce in particolare le esigenze dei Paesi sottosviluppati, non solo di ordine politico (indipendenza), ma anche di ordine economico-sociale.
«conseguire la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi internazionali di carattere economico, sociale, culturale o umanitario» 2 e non vi è dubbio che il perseguimento dello sviluppo di tutti gli Stati membri dell’ONU rientri in questo ambito.
In questi due articoli troviamo perciò l’impostazione di fondo della Dichiarazione che è un atto incentrato sul diritto della persona (essere umano) allo sviluppo. Proprio perché è la persona ad essere “protagonista” si comprende il successivo passaggio dell’art. 2 comma 2, in cui si afferma che «tutti gli essere umani hanno la responsabilità dello sviluppo sul piano individuale e collettivo, tenuto conto delle esigenze del pieno rispetto dei loro diritti dell’uomo e delle loro libertà fondamentali, nonché dei loro doveri nei confronti della comunità». Viene in luce l’universalità e indivisibilità dei diritti dell’uomo, che verrà esplicitamente affermata nell’art. 6 e ripresa nell’art. 9 come dovere degli Stati di promuoverne
e incoraggiarne il rispetto, nonché il dovere (responsabilità e doveri) di ogni persona a perseguire lo sviluppo dei propri
popoli e della comunità mondiale 3.
– Statuto delle Nazioni Unite: art. 1 comma 3, art. 55 e 56
– Dichiarazione Universale Diritti Umani
– Convenzioni internazionali:
– Patto internazionale sui diritti civili e politici
– Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali
– Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale
– Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne
– Convenzione sui diritti dell’infanzia
– Risoluzioni e dichiarazioni dell’Assemblea Generale ONU, della Commissione dei diritti umani e organi correlati (es. la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo)
– Atti (General Comments) dei Comitati incaricati di monitorare l’applicazione delle convenzioni sopra ricordate: Comitato
dei diritti umani; Comitato sui diritti economici, sociali e culturali; Comitato sui diritti dell’infanzia
– Accordi di livello regionale (Carta africana sui diritti dell’uomo e dei popoli, Convenzione americana sui diritti umani, Convenzione europea sui diritti umani, Convenzione EU- Paesi ACP).
Valorizza il ruolo della partecipazione che comprende comunità locali, società civile, minoranze, popolazioni indigene, donne e altri gruppi sociali. Particolare attenzione viene data ad evitare discriminazione, promuovere eguaglianza, assicurare equità e valorizzare i gruppi marginali.
1) Sradicare la povertà estrema e la fame;
2) Raggiungere l’educazione primaria universale;
3) Promuovere l’eguaglianza fra i sessi e le opportunità delle donne;
4) Ridurre la mortalità infantile;
5) Migliorare la salute materna;
6) Combattere l’Aids, la malaria e le altre malattie infettive;
7) Assicurare la sostenibilità ambientale;
8) Sviluppare la partnership globale per lo sviluppo.
Una prima considerazione riguarda il fatto che negli Obiettivi non vi è un chiaro legame e riferimento ai diritti umani, se si
esclude un richiamo alla Dichiarazione Universale e al diritto allo sviluppo. Tale considerazione va inquadrata in una sorta di separazione che si è perpetuata dopo il 1945 nella comunità internazionale fra la definizione delle politiche di sviluppo e la riflessione e prassi condotta nell’ambito dei diritti umani. È vero che la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo appartiene storicamente allo stesso percorso culturale e politico che ha generato i “Decenni dello sviluppo”, ma è altrettanto vero che la limitata portata giuridica dell’una e degli altri non hanno permesso alla visione che sottostava di affermarsi chiaramente nelle politiche e nelle prassi dei soggetti chiamati a porla in atto, a cominciare dagli Stati e dalle Organizzazioni internazionali. In un certo senso si potrebbe affermare che essi hanno preparato l’emergere del concetto di sviluppo umano, che ha trovato maggiore successo soprattutto per aver offerto uno strumento relativamente semplice come l’Indice di sviluppo umano (ISU) per valutare il grado di sviluppo di un Paese e per orientare su obiettivi non di mera crescita economica le politiche di sviluppo nazionali e internazionali.
umani ritenga che le due strategie si rinforzino a vicenda.
– non hanno un focus particolare sui diritti;
– selezionano alcune tematiche e quindi potenzialmente escludono alcuni diritti;
– il fatto di porre l’attenzione su alcune “mezze misure” come il dimezzamento della povertà rispetto alla sua eliminazione è incompatibile con l’impegno a realizzare i diritti umani di ogni persona;
– la definizione di povertà è troppo limitata e la pone fuori da un contesto più ampio;
– creano un quadro di riferimento alternativo a quello basato sui diritti umani che terrebbe invece conto di tutte le questioni e porta a sottrarre energie e risorse al meccanismo esistente sui diritti umani.
In primo luogo si tratta di porre un riferimento chiaro fra gli Obiettivi e le previsioni contenute negli atti internazionali sui diritti umani. In particolare vengono in evidenza gli articoli 25 e 26 della Dichiarazione Universale che riguardano il diritto alla salute e all’istruzione, e gli articoli 11, 12 e 13 del Patto relativo ai diritti economici, sociali e culturali che specificano il diritto all’alimentazione, all’alloggio, alla salute e all’istruzione. Queste previsioni normative sono completate da una serie di atti interpretativi in materia adottati dal Comitato sui diritti economici, sociali e culturali riguardanti per esempio il diritto alla salute, all’istruzione, all’alimentazione, all’acqua (General Comments). Per quanto attiene la povertà il riferimento va in particolare alla riflessione svolta sulla povertà estrema e i diritti umani nell’ambito della Sotto
Commissione sui diritti umani.
Uno dei temi centrali della riforma delle Nazioni Unite è la necessità di arrivare ad un approccio integrato nel trattare le questioni centrali di cui esse si occupano, evitando sovrapposizioni e duplicazioni. Se ciò sta in parte avvenendo all’interno delle singole tematiche – pace, sviluppo e diritti umani – appare altrettanto importante che tale approccio informi anche la visione complessiva.
– che si cambi solo il linguaggio relativo alla povertà e allo sviluppo e non la sostanza;
– che si dia troppa enfasi al raggiungimento degli Obiettivi ma non si presti attenzione a come si raggiungono (processo), senza distinzione fra prassi buone e cattive;
– gli Obiettivi hanno un approccio verticistico allo sviluppo;
– tendono a promuovere un approccio caritativo, incentrato sulla quantità degli aiuti.
Proposte:
– fissare gli Obiettivi all’interno del più ampio contesto di valori e principi contenuti nelle convenzioni ONU sui diritti economici, sociali e culturali;
– inquadrare gli Obiettivi nel contesto della politica macroeconomica e degli squilibri di potere che sorreggono tale politica;
– un contributo economico maggiore e migliore è essenziale.
– non fissa dei tempi per l’attuazione degli obiettivi;
– non propone traguardi abbastanza avanzati per affrontare gli squilibri presenti nelle strutture internazionali.
Si può inoltre aggiungere:
– può essere limitativo restringere la realizzazione della partnership ai settori indicati nell’obiettivo 8;
– sembra limitare a Governi e Organizzazioni Internazionali la fascia di attori protagonisti della partnership;
– non offre elementi qualitativamente significativi su cosa si intenda per partnership.
Vorrei offrire qualche spunto di riflessione su questi ultimi due aspetti.
Ritengo che sotto questo profilo un positivo contributo possa venire dal “principio di fraternità” contenuto nell’art. 1 della Dichiarazione Universale dei diritti umani, letto in connessione con l’art. 29 della stessa Dichiarazione secondo il quale ognuno ha dei doveri nei confronti della comunità 6. Tale principio conduce ad un allargamento, potenzialmente molto ampio, dei soggetti su cui ricade la responsabilità dello sviluppo e il dovere di cooperazione. Tale ampliamento ben si coniuga con la necessità – avvertita nell’attuale contesto internazionale – di far sì che gli attori della società civile siano protagonisti dei processi di sviluppo, fin dalla definizione degli obiettivi a livello nazionale e internazionale, e non solo esecutori di piani decisi a livello intergovernativo.
Partnership esprime l’eguaglianza fra i soggetti coinvolti nella cooperazione: Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, Ong del Nord con molti mezzi economici e organizzativi e Ong del Sud che lavorano sul terreno con pochi strumenti e personale non formato, aziende multinazionali e cooperative locali. Tale eguaglianza si esprime in primo luogo in termini formali sia nei luoghi istituzionali dove vige il principio democratico, sia all’interno di accordi particolari per la realizzazione di un programma di sviluppo. La fraternità contribuisce a rendere tale eguaglianza sostanziale, non solo superando la mera dimensione dell’aiuto e dell’assistenza, ma in certo modo la stessa prospettiva della solidarietà, che mantiene una differenza di posizione fra il soggetto solidale e il soggetto destinatario della solidarietà. La fraternità si propone infatti di comprendere chi è l’altro soggetto con cui cooperare, in tutte le sue caratteristiche, nelle potenzialità e ricchezze, nei limiti e bisogni, avendo attenzione agli aspetti di sviluppo globale, non solo economico, che deve proporsi uno Stato come una comunità di villaggio, un centro educativo come una cooperativa di pesca. Per fare ciò è necessario spogliarsi delle proprie categorie e parametri di sviluppo, calarsi in quelle dell’altro soggetto con cui si intende avviare la cooperazione, in modo che emerga il suo cammino di sviluppo, o che dalla relazione fraterna possano emergere bisogni e prospettive non evidenti fino a quel momento.
esempio nella questione del debito, l’incidenza che le riforme strutturali richieste per il pagamento o la cancellazione dei debiti possono avere sulla capacità degli Stati debitori di far fronte ai propri obblighi in questo campo (per esempio la riduzione della spesa destinata alla salute e all’istruzione in relazione al diritto alla salute e all’istruzione). Oppure l’incidenza che hanno le regole sui diritti di proprietà intellettuale in campo sanitario per la lotta all’Aids e quindi per la realizzazione del diritto alla salute.
Un’altra considerazione riguarda il rapporto tra fraternità e obblighi di condotta degli Stati per la realizzazione dei diritti
umani in particolare quelli economici, sociali e culturali. Secondo il Comitato sui diritti economici, sociali e culturali (CESCR) «l’obbligo principale è di fare dei passi per raggiungere progressivamente la piena realizzazione del diritto (…). Questo impone un obbligo di muoversi il più rapidamente possibile verso l’obiettivo» 7.
– cooperazione a livello internazionale, nazionale e locale;
– coinvolgimento della popolazione e degli attori non statali nel senso del principio di sussidiarietà;
– solidarietà e priorità verso le fasce più deboli della popolazione;
– attivazione di meccanismi di reciprocità all’interno della popolazione.
Il CESCR conduce l’esame degli Stati sulla base del Patto che è una Convenzione internazionale giuridicamente vincolante. Essa non richiama espressamente la fraternità ma è strettamente legata alla Dichiarazione Universale, di cui costituisce una specificazione sul piano degli accordi fra gli Stati. Ritengo perciò proponibile il richiamo all’art. 1 della Dichiarazione e al principio di fraternità come un possibile criterio ispiratore della valutazione della condotta degli Stati.
In questo contesto – tenendo presente il richiamato rapporto fra l’art. 1 e l’art. 29 della Dichiarazione Universale – si potrebbe considerare inoltre la possibile estensione degli obblighi di condotta anche ad attori diversi dagli Stati, quali le Organizzazioni Intergovernative, le imprese e le stesse Ong. Una prima indicazione in questo senso sta avvenendo sul piano della definizione delle responsabilità delle imprese multinazionali rispetto alla protezione e promozione dei diritti umani.
emanati richiamano il legame fra solidarietà internazionale e fraternità 8.
2 Art. 1, comma 3 dello Statuto delle Nazioni Unite.
3 Per un’analisi della Dichiarazione e della riflessione successiva sviluppatasi nell’ambito della Commissione dei diritti umani mi permetto di rimandare al mio Diritto allo sviluppo e dovere di cooperazione, in F. Compagnoni – A. Lo Presti (edd.), Etica e globalizzazione, Città Nuova, Roma 2006, pp. 181-208.
4 Sull’argomento, cf. P. Alston, Ships passing in the night: the current state of the human rights and development debate seen through the lens of the Millennium Development Goals, in «Human rights quarterly», 27 (3) Aug. 2005, pp. 755-829.
5 Caritas Internationalis e CIDSE, Più che un gioco di numeri, in «Il Regno-Documenti», 1 (2006), pp. 40-64.
6 Per un più ampio inquadramento mi permetto di rimandare al mio Fraternità e diritti umani, in A.M. Baggio (ed.), Il principio dimenticato. La fraternità nella riflessione politologica contemporanea, Città Nuova, Roma 2007, pp. 251-275.
7 CECSR, General Comment n. 12 The right to adeguate food, www.ohchr. org/english/bodies/cescr/index.htm. «The principal obligation is to take steps to achieve progressively the full realization of the right (…). This imposes an obligation to move as expeditiously as possible towards the goal».