Suor Emmanuelle, l’angelo degli straccivendoli

I santi del nostro tempo hanno un fascino particolare. La vita di un testimone di Cristo è un grande miracolo, un pezzettino di cielo che punteggia il cammino dell’umanità sulla terra. Una storia che ha reso consolazione e vita a tanta gente ed è capace ancora oggi di illuminare il nostro cammino. Come Gesù e come tanti santi, anche Suor Emmanuelle “passò facendo il bene”
Suor Emmanuelle
Ho sempre desiderato vivere radicalmente il Vangelo e servire Cristo povero nei poveri. Ho sempre avuto come modello san Francesco di Assisi, che ha vissuto in povertà e letizia. Per molti anni della mia vita ho fatto l’insegnante. Per quanto si viva in semplicità, noi suore siamo in convento, nutrite e vestite. A me non è mai bastato: volevo davvero condividere la vita dei più poveri sulla terra. Così, quando nel 1971 la mia congregazione ha affidato il collegio Notre Dame de Sion alle suore locali, mi sono sentita libera di seguire il mio ideale. Avevo 62 anni e avrei potuto andare in pensione. Ma ho ottenuto dalle mie superiore di potermi stabilire in una bidonville egiziana per condividere la vita dei più poveri: mangiare come loro, alloggiare come loro in una capanna molto povera, essere come loro nella povertà radicale”.

 

È un riassunto autobiografico di Suor Emmanuelle, al secolo Madeleine Cinquin, una donna del nostro tempo, piena di esperienze umane e cristiane. Nasce a Bruxelles, seconda di tre figli, il 16 novembre 1908, da padre francese e madre belga. Nel settembre 1914, vive il trauma peggiore della sua vita.

 

Lo descrive lei stessa: “Era una domenica mattina dell’autunno 1914. La Prima Guerra Mondiale era appena stata dichiarata. Prima di raggiungere il suo reggimento, il papà aveva voluto passare qualche giorno in famiglia a Ostenda. Buon nuotatore, aveva deciso di sfidare il Mare del Nord, agitato da forti ondate. Non resistette a un flutto in tempesta che lo portò al largo.Mi ricordo di aver urlato sulla spiaggia, con mia sorella e il mio fratellino. Abbiamo gridato con tutte le nostre forze: ‘Papà, torna!’. Ma lui non poteva più sentirci. Il mare ci restituì il corpo il giorno seguente. Mio padre, che rappresentava ogni mia felicità di bambina fortunata, è annegato sotto i miei occhi”.

 

Dall’effimero all’assoluto

 

La felicità aveva lasciato il posto all’amarezza . In seguito confesserà che quel trauma era stato all’origine del suo destino. Ne ha conservato un acuto sentimento della precarietà delle cose: “Una bambina ha capito di colpo, una domenica mattina, che non ci si può aggrappare alla schiuma. Nell’inconscio, la mia vocazione data da quel momento. Ho cercato l’assoluto, non l’effimero”.

 

Per parecchio tempo l’ha cercato ancora nelle cose del mondo. “Ho sentito il vuoto fin da molto giovane. Mi piaceva divertirmi, ballare, andare al cinema. Ma tutto questo non mi lasciava nulla. Quando ho abitato a Bruxelles, facevo spesso una ‘scappata’ a Londra. Mi divertivo. Tornavo. E poi? Andavo a Parigi. Mi divertivo. Tornavo. C’era sempre quel vuoto. Quel vuoto che ‘azzannava’ la mia giovinezza. Ho tentato di riempirlo. Molto presto ho cercato in Dio un amore duraturo e senza limiti, quello che la vita terrestre mi aveva rifiutato. Ho voluto un assoluto. Quell’assoluto sarebbe stato l’amore di Cristo nel mio cuore, che avrei portato a migliaia di bambini messi da parte dal mondo”.

 

L’assoluto, lo troverà nella vita religiosa. La sua decisione è presa: nel 1929, a 20 anni, entra presso le suore di Notre-Dame de Sion, una congregazione creata nel 1843 da T. Ratisbonne, che gestiva diversi prestigiosi istituti scolastici di lingua francese nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. A 23 anni pronuncia i suoi voti religiosi prendendo il nome di Emmanuelle: “L’ho scelto io questo nome. Emmanuelle significa ‘Dio tra noi’ e l’ho trovato bello senza mai esitare”. Dopo la laurea alla Sorbona, per quarant’anni insegna letteratura e filosofia a Istanbul, poi in Tunisia e in seguito in Egitto, in scuole che offrivano insegnamento di qualità ai figli delle classi agiate di quei paesi.

 

Lei che, da bambina, sognava di morire martire o di servire i poveri, in quegli anni si limita a sensibilizzare i suoi studenti a farsi carico delle difficoltà delle popolazioni più povere del loro Paese. La filosofia e la carità sono state le grandi passioni di questa suora. Nel suo libro Mon testament spirituel, suor Emmanuelle fa riecheggiare la sua formazione filosofica con frequenti riferimenti a pensatori del passato come Marco Aurelio, Pascal e Bergson.

 

Nella bidonville degli straccivendoli

 

Nel 1971, a 62 anni, ormai in pensione, s’incontra con la vera povertà delle bidonville del Cairo. Questo incontro la fa diventare “l’angelo degli straccivendoli” di quella metropoli egiziana. Con il permesso delle superiore decide di rimboccarsi le maniche e mettersi al servizio degli ultimi. Per sete di radicalità vuole lavorare in mezzo ai lebbrosi. Dato che il lazzaretto è situato in una zona militarizzata, ha bisogno di chiedere l’autorizzazione al ministero della salute, al ministero degli affari esteri e al ministero della guerra. È troppo complicato per lei. Una giovane segretaria della nunziatura le suggerisce la bidonville degli straccivendoli. Lei ci va. E si trova bene. Installa i suoi pochi averi in una povera capanna di lamiera. La mère Emmanuelle diventa Soeur Emmanuelle, la suora degli straccivendoli del Cairo.

 

Per dodici anni lavora a Ezbet el-Nakhl, nella zona di Suez. È forse la prima missionaria ad occuparsi dei raccoglitori d’immondizia, gli zibellin, dell’immensa periferia del Cairo. Una zona malfamata. Strade fangose, quartieri fetidi a dir poco scioccanti, dove abitano diecine di migliaia di cairoti, di religione cristiano-copta, indaffarati a raccogliere il pattume dei milioni di abitanti della metropoli. Incuranti del fettore che promana dai sacchi cercano dei rifiuti. Loro stessi sono dei rifiuti… In mezzo a loro ci sono dei bambini che si mescolano con gli animali: spesso piccoli abbandonati dai loro genitori oppure orfani, per lo più malati.

 

Lasciamo che lei stessa ci racconti la sua visione di quella realtà: “Quando sono arrivata là in mezzo a loro, sulla collina di Mukattam, si diceva che fossero tutti banditi, ladri, fumatori di hashish, spacciatori di droga e assassini. Anche la polizia non metteva piede in quel quartiere. Quando l’ho visitato la prima volta, salendo a piedi per le strade fangose, ho visto solo tanti bambini miserabili. In quel mondo di baracche non c’erano né scuole né dispensari. Non c’era niente di niente. Quei bambini vivevano per strada, poverissimi. Mi sono detta che avrei cercato di cambiare la loro vita.

 

L’unità è la nostra forza

 

Nel suo lavoro quotidiano, Suor Emmanuelle si dona senza risparmio. La sua grande generosità e l’attenzione ai più poveri sono frutto di un amore nutrito dalla sua fede in Cristo. La sorgente di questa straordinaria dedizione la trova in Dio, quell’Assoluto che lei da giovane cercava. Non esclude nessuno nella sua opera di assistenza solidale. I copti, venuti dall’Alto Egitto, sono in maggioranza, ma lei interviene anche presso dei musulmani e si sforza di avvicinare le due comunità. La sua linea di condotta è chiara: niente proselitismo verso i musulmani, ma uno sforzo di comprensione reciproca. Sulla porta della sua capanna appende una croce ed una mezzaluna e il motto “Dio è amore”.

 

Qualcuno pensò che il suo obiettivo fosse quello di portare gli ortodossi a diventare cattolici e non mancarono diffidenze da parte dei copto-ortodossi o da parte dei musulmani. Nessun proselitismo, invece, dalla sua parte, ma un impegno per l’unità di tutti: “Durante i primi tempi della mia permanenza al Mukattam, il patriarcato copto-ortodosso ha cercato di mettermi i bastoni tra le ruote. Mi avevano chiesto di andarmene, ma ho detto che non mi sarei mossa. Ho molto rispetto per le altre confessioni religiose e ho sempre cercato di aiutare i copti-ortodossi… Anche i musulmani all’inizio erano diffidenti, ma hanno visto che ho sempre insegnato il rispetto. Nelle scuole abbiamo corsi di religione sia per cristiani sia per musulmani. Non ho fatto proseliti per la Chiesa cattolica, ma oggi gli ortodossi e i musulmani del quartiere sono in buone relazioni”.

 

Il contatto con le diverse culture, lungo la sua vita, ha insegnato a Suor Emmanuelle il rispetto verso tutti, anche coloro che pensano diversamente. Diceva che “contrariamente a ciò che ha scritto Jean-Paul Sartre, gli altri non sono l’inferno. Sono il paradiso, se c’è almeno un po’ d’amore. Ho passato vent’anni di paradiso fra i miei straccivendoli.

 

Aveva un modo molto franco e schietto di parlare, senza tanti giri di parole. Era questa una delle sue caratteristiche che più la faceva amare dalla gente. Il suo segreto era la carità, la totale condivisione. E il segreto della sua carità era l’amore per Maria, imparato tanti anni prima quando era entrata tra le figlie di Nostra Signora di Sion. In Lei trovava il modello di servizio, di umiltà e di totale gratuità. Come nel quadro dell’Annunciazione del Beato Angelico che tanto amava e non cessava di avere davanti agli occhi del cuore prima di abbandonarsi a Dio a mani giunte.

 

Alla sera, dopo una giornata faticosa a servizio di tutti, nella sua preghiera, non dimenticava nessuno, ma prediligeva i più poveri: “Signore, eccomi davanti a Te con gli uomini e le donne, miei simili, perché miei fratelli e mie sorelle: son tutti dei poveracci che vorrebbero ben cambiare vita, ma non ce la fanno: drogati, falliti, donne di malaffare, tutti coloro che non riescono a resistere al male, ladri e assassini, tutti quelli che hanno smarrito la fede, la speranza, l’amore…, e ne soffrono.

Signore, tu ci guardi ancora con quello sguardo d’amore che hai donato alla donna adultera, alla Samaritana, a Maria Maddalena, al ladro crocifisso accanto a Te.

 

Dall’abisso in cui noi siamo precipitati, noi gridiamo a Te: salvaci, Tu ci ami!

Signore, Tu hai detto che non sei venuto per i giusti, ma per i poveri, i malati, i peccatori, per noi! 

Signore, io m’abbandono a Te,

perché io son sicura di Te, io sono certa che Tu ci salvi,

io sono convinta che, a ciascuno di noi poveracci, il giorno della nostra morte, tu ci bisbiglierai: ‘Questa sera, tu sarai con me in Paradiso!’[1].

 

“Aspirare l’amore dal cuore di Dio”

 

Nel 1993, Suor Emmanuelle ha ormai 85 anni. Le forze non sono più quelle di prima. Dopo 22 anni di lavoro, la superiora generale le chiede di lasciare il Cairo e di rientrare in Francia. Lei obbedisce, ma confessa che quella partenza le costa molto. A più riprese ripete che le sarebbe piaciuto “morire con i suoi straccivendoli. Affida allora il suo quartiere alla suora copta, Sarah, che tanto l’aveva aiutata. D’ora innanzi diventerà una religiosa “orante”, una “sorella universale” unita con la preghiera ai poveri del mondo intero. Altri continueranno il suo servizio. Nel 1980 aveva infatti fondato l’Asmae-Associazione Suor Emmanuelle che a tutt’oggi è una ONG impegnata in diversi paesi del mondo.

 

In Francia, però, non riesce a star tranquilla. Sempre con l’intento di svegliare le coscienze e raccogliere fondi, continua il suo impegno scrivendo libri, tenendo conferenze e diversi interventi televisivi. E non abbandona comunque il suo aiuto a molteplici situazioni di povertà in diverse parti del mondo e l’appoggio ai senzatetto e immigranti irregolari nel suo Paese.

Diventa, senza volerlo, una figura mediatica. Ma soprattutto – e questo lo vuole – messaggera dei poveri e dispensatrice di una inamovibile fede nell’uomo, tanto che viene facilmente accettata sia dai credenti che dai non credenti. Nell’immaginario collettivo era diventata la Madre Teresa nazionale. E nel gennaio 2002 viene nominata comandante dell’Ordine della Legione d’Onore.

 

Nella sua umiltà confesserà: “Non avrei mai pensato di fondare opere o strutture. Volevo vivere povera, cercando di testimoniare Cristo con la vita, amando tutti nello stesso modo e rispondendo ai bisogni delle persone che Dio metteva sulla mia strada. Ora che l’età mi fa vivere nella prospettiva dell’incontro con il mio sposo, e le forze fisiche si affievoliscono, non mi resta altro che cercare d’irradiare amore. Non smetto di ringraziare il Signore per la mia vecchiaia. Oggi, ancora di più che in passato, posso essere pienamente sorella di tutti coloro che incontro ogni giorno, siano gli spazzini del Cairo o gli uomini e le donne della nostra Europa. Devo soltanto ascoltare, ora che le mie mani avvizzite non sono più capaci di fare altro, e augurare bene. Ecco, questa è la mia missione adesso, dopo aver camminato per le strade del mondo: aspirare l’amore dal cuore di Dio, respirarlo dentro di me e poi diffonderlo intorno, come una luce che non si spegne e illumina la notte”.

 

Un seme di eternità

 

Poi, pregando, nel silenzio della sua comunità, si prepara all’ultimo incontro con Colui che ha sempre guidato la sua vita. In un’intervista rilasciata a Radio Vaticana, dichiara di non sentire paura della morte, e lo giustifica così: “Penso che, quando siamo sicuri che ci sia un grande amore che ci circonda, quando siamo sicuri che Dio ci attende nel suo amore, ciò dia all’idea morte tutto un altro significato: so che vado verso un grande amore, dunque questo mi aiuta enormemente, perché finalmente non ho paura della morte. La morte è bella, non mi fa paura. Ma confesso che ciò di cui ho paura è l’agonia: non so come sarà la mia morte, ma è l’agonia a farmi timore. Questo però non importa, sono pronta. Ho sempre pregato la Santa Vergine recitando il Rosario un migliaio di volte, dicendole: ‘Prega per noi poveri peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte’. Dunque, sono sicura che Lei sarà con me, nel momento della mia morte.

 

Muore il 20 ottobre 2008, a Callian, in Francia, quando mancava poco meno di un mese al suo centesimo compleanno.

La sua morte suscita emozione e cordoglio in tanti che la conoscevano e che seguivano la sua opera. Anche se lei aveva chiesto funerali discreti e modesti, per l’ultimo saluto vengono riservati circa duemila posti nella chiesa, solo per accogliere le personalità. Fuori, presso la Chiesa Notre Dame, c’è una folla immensa. È l’ultimo omaggio della Francia a Suor Emmanuelle, una vera e propria icona della carità cristiana nei confronti dei più emarginati.

La Chiesa francese, tramite i suoi vescovi, esprime tutta la sua gratitudine per questa “testimonianza di amore” che Suor Emmanuelle ha dato con la sua vita “interamente consacrata a Dio e agli altri”. Il card. André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, nell’ultimo saluto la chiama “donna di cuore e di azione che ci mancherà”. Una donna che “ha saputo mobilitare i suoi contemporanei in favore dei più diseredati con il suo parlare schietto e la sua semplicità. Fino al suo ultimo respiro, ha saputo dare prova, instancabilmente, di un’immensa energia e di un’incrollabile fede… Ricordo un proposito che aveva appuntato in una delle sue opere: ‘Provo una immensa riconoscenza per tutti coloro che mi hanno insegnato che l’amore è più forte della morte e porta in sé un seme di eternità’”. “Seguendo il suo esempio – conclude l’arcivescovo – non cesseremo di agire per i più poveri e di testimoniare l’amore di Dio agli uomini”.

 

Suor Emmanuelle era pronta per il suo incontro con Dio. Aveva imparato a vederlo non solo nella preghiera di ogni giorno e nella sua parola, ma anche in ogni volto che porta le sue tracce. Ora, con piena fiducia, poteva gettarsi, come una bambina, nelle braccia del Padre.

 




[1] P. Dreyfus, Soeur Emmanuelle, Le Centurion, Parigi 1983, pp. 262-263. Altre opere consultate: P. Lunel, Suor Emmanuelle, Il coraggio cristiano dell’amore, Edizioni Paoline, Roma 1995; Soeur Emmanuelle, Richesse de la Pauvreté, Flammarion, Paris 2001; Suor Emmanuelle, Un povero ha gridato, Dio l’ascolta, Jaca Book, Milano 2006.

 

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