Sull’orlo della follia

A proposito dell’articolo “Depressione” di Catherine Belzung pubblicato nel n. 4/2010
Gente
Non mollare «Spesso, mi domando come mai il disagio mentale faccia paura; perché, quando si incontra un malato mentale, sulle prime lo si allontana etichettandolo "pazzo", "fuori di testa", "squilibrato", senza riflettere sul fatto che, il più delle volte, sono i dolori di una vita, che vorticosamente cambia, a portare tante persone "fuori dall’orbita", sull’orlo della follia, alla ricerca di sé stessi.

«Anche gli amici, che offrono il proprio sostegno a persone che vivono questo disagio, arrivano a un certo punto a chiudersi nei propri problemi, senza rendersi conto di contribuire in tal modo allo sprofondare del malato in un baratro di solitudine.

«Sono contenta di constatare, però, come pian piano l’attenzione dei media si stia rivolgendo verso queste problematiche. Di fronte al malato mentale, dovremmo avere l’atteggiamento che si ha a fianco di un fratello minore: un fratello da accogliere, proteggere, spronare quando occorre, guidare verso cure appropriate.

«Un giorno in treno mi accorgo di essere capitata di fianco a una ex-collega ormai in pensione. Dopo i racconti della breve vacanza, il volto le si riga di una lacrima e la voce comincia a tremarle. Così, mi racconta della figlia, del dramma che stava vivendo in seguito a un profondo disagio mentale, dramma ancora più grande perché a sua volta ha una famiglia con una bimba piccola; continuava a ripetermi che non sapeva più a chi rivolgersi perché la cure finora seguite non avevano portato buoni risultati. Vedo nei suoi occhi lo stesso dolore vissuto dalla mia mamma quando anni fa anche a me era toccato vivere un momento difficile, di passare attraverso il tunnel della depressione, e leggo l’estrema fiducia, la stessa della mia mamma, nelle possibilità di recupero della figlia. Si trattava di una questione delicata, personale, ma di fronte a quella richiesta di aiuto non me la sono sentita di chiudermi in una sorta di pudore, la mia esperienza poteva essere di aiuto. Così le ho indicato il medico che mi aveva seguita ed aiutata. Questo specialista ha preso a cuore il caso; di tanto in tanto la mia ex-collega mi telefonava per aggiornarmi dei progressi della ragazza, o per avere uno sprone a non mollare.

«A distanza di un anno, posso dire che la ragazza è stata salvata e con lei un’intera famiglia. Certo, si tratta di processi lenti che non sempre portano a una guarigione definitiva, ma in cui ogni passettino fatto in avanti è una grande conquista. Auspico che tali drammi non vengano tenuti nascosti e siano più condivisi, per risolvere situazioni che altrimenti appaiono irrisolvibili».

Sara Pasquariello

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