Sulle orme di Gandhi

Spazi immensi e popolazioni giovani, il Tamil Nadu conserva lo spirito del Mahatma.
Alla Gandhigram University

Appena si scende dal treno in una delle stazioni del Tamil Nadu, ci si accorge di essere in un mondo particolare sia pure ancora nell’universo India. Qui, all’estremo sud-est del sub-continente, la lingua risale a tempi immemorabili: si dice che il tamil sia precedente al sanscrito. Il vestire, per le donne, significa una varietà fantasmagorica di sari, fatti di cotone o sete tipici del posto e, per gli uomini, da candide camicie coi lungi (lunghi pezzi di cotone che si chiudono sui fianchi e sostituiscono i pantaloni). Tra i vari odori e profumi di spezie sono inconfondibili quello del sambar, un brodo con verdure che non può mancare sulla tavola, e quello del tipico caffè del sud India.
Il paesaggio, poi, è costellato da una miriade di templi di diverse dimensioni, da quelli maestosi di Mahabalipuram, di Tanjavoor e di Madurai, fino a quelli spesso nascosti agli angoli delle strade e soffocati, ma salvati dall’avanzare della globalizzazione. Restano i segni evidenti di una religiosità profonda. Agli angoli di vie affollate all’inverosimile e assordate da un frastuono fatto di mille rumori, è comune vedere persone fermarsi per inchinarsi di fronte ad una divinità e fare le offerte del caso.

L’India, potenza economica ormai affermata, la si scopre a Chennai, un tempo chiamata Madras, capitale del Tamil Nadu; ma anche a Coimbatore, città sviluppatasi negli ultimi vent’anni. Qui, accanto ad industrie provenienti dal vicino Kerala, trasferitesi per gli scioperi continui degli anni Settanta e Ottanta, emerge anche la grande capacità imprenditoriale della gente del posto. Mahalingam, per esempio, è un nome sinonimo della capacità di creare un vero impero industriale che va dal tessile agli zuccherifici, dall’impresa di autoveicoli fino all’automazione in genere. Proprio Mahalingam rappresenta una delle caratteristiche tipiche del Tamil Nadu: la capacità di coniugare tradizione e modernità, passato e presente, business e religione. Accanto al suo impero industriale ha creato, infatti, una fitta rete di servizi sociali ed educativi e promosso la diffusione di testi sacri e di poemi religiosi di santi tamil, insieme agli ideali gandhiani.
 
A Madurai, capitale religiosa e culturale dello Stato, l’avv. Mariappan, il suo grande amico Natarajan, entrambi ormai oltre i settanta, e il cinquantenne Andiappan, prof di Studi gandhiani, mi spiegano che il Tamil Nadu ha avuto un ruolo importante nella vita del Mahatma. Qui, nel 1921 Gandhi abbandonò il tipico vestito del Gujarat (suo Stato natale al nord di Mumbai) per indossare il suo semplice pezzo di cotone, col quale è passato alla storia. Ancora qui, Gandhi si fermò all’entrata del tempio dedicato a Meenakshi, per ben quattro volte, rifiutandosi di entrare se non fosse stato permesso farlo anche agli harijan, i figli di Dio, i fuori casta, oggi chiamati dalit. Gandhi entrò nel Meenakshi Temple solo nel 1946. Era la quinta volta che visitava Madurai. La situazione si era sbloccata grazie ad un altro freedom fighter, eroe locale dell’indipendenza indiana, l’avvocato A. Vaidhyanatha Iyer, che era entrato, a forza, con centinaia di harijan, nel sancta santorum del tempio. Fu una vera rivoluzione copernicana nel sistema castale del Tamil Nadu, fino ad allora sotto il controllo dei brahmini.
Molti illustri personaggi dello Stato hanno seguito Gandhi. In particolare, mi ricordano N.M.R. Subramanian, figlio di una facoltosa famiglia di industriali, che rifiutò una brillante carriera nella ditta tessile del padre per unirsi al Mahatma. È sua la casa, che ospita oggi il Centro di studi gandhiani, diretto dal Dr. Andiappan. È un istituto riconosciuto e annesso alla prestigiosa Madurai Kamaraj University, seconda per anzianità e per valore solo alla Madras University.
I ricordi di questi gandhiani, amici da una vita, è vivo. Soprattutto, la vista del Mahatma, il darshan come si dice in India, è rimasto indelebile. «Quando Gandhi venne a Madurai e, saputo che i notabili avevano permesso da qualche tempo anche agli harijan l’accesso al luogo sacro, finalmente accettò di entrare nel famoso tempio, anch’io ero corso a vedere il Mahatma. C’era una folla sterminata», mi racconta sempre Natarajan, allora giovane studente, oggi claudicante per le migliaia di chilometri coperti insieme a Vinobha, successore spirituale della grande anima.
Mariappan, invece, mi dice che recentemente a Madurai 5 mila gandhiani si sono radunati per il 44° All India Sarvodaya Sammelam, l’incontro annuale delle varie organizzazioni gandhiane, che dopo tre giorni di lavori hanno chiesto al governo dell’India di monitorare il processo di globalizzazione e di non vendere il Paese alle multinazionali e offre un appoggio incondizionate ad Anna Hazare e al suo movimento anticorruzione.
 
Ma il Tamil Nadu è un cosmo di realtà satelliti che vivono lo spirito gandhiano. Fra tutte un significato particolare ha l’Università di Gandhigram, a 40 chilometri da Madurai, fondata nel 1947 da T.S. Soundaram e da G. Ramachandran per assicurare scolarità e formazione agli ideali gandhiani per i giovani della zona. Inaugurata dal primo ministro dell’India indipendente, J. Nehru, con il simbolico rintocco di una campana, posta al centro dell’immenso campus, ancora oggi più di mille studenti iniziano la giornata con un momento di riflessione e preghiera.
Nel cuore della zona rurale depressa fra Trichy e Dindigul, il Dr. Markandan anni fa mi aveva accompagnato a Sevapur: un mondo dove ancora oggi sono segregati dalit, ai quali si sono dedicati molti che seguono lo spirito di Gandhi, che considerava l’intoccabilità un crimine contro Dio e contro l’uomo. Avevo parlato ad un gruppo di loro, tutti con lo sguardo basso. Alla fine un uomo dal volto scavato si era alzato e mi aveva messo attorno al collo un asciugamano: era un modo di ringraziarmi e di onorarmi. Quell’asciugamano l’ho ancora con me.
 
150 chilometri a nord, in località Kovaipudur, c’è, poi, Shanti Ashram, un laboratorio di servizi sociali. Fondato nel 1986 dal pacifista e accademico gandhiano Dr. Aram, si è sviluppato in una serie di iniziative di cui beneficiano un centinaio di villaggi della zona circostante Coimbatore. Si lavora per l’istruzione nei villaggi, per le infrastrutture sanitarie dove non ci sono, per il micro-credito fra le donne, per eliminare l’alcolismo fra gli uomini, per quelli affetti da Aids e, soprattutto, per favorire l’incontro fra culture, gruppi linguistici e seguaci di diverse religioni, gente dell’India e di altre parti del mondo. L’ashram, oggi guidato da Minoti, anziana ma indomita donna dell’Assam, moglie del Dr. Aram, e dalla figlia Vinu, pediatra quarantenne che coniuga profonda spiritualità a doti d’imprenditrice, vive sulla linea di due motti fondamentali: “Sii il cambiamento che desideri vedere negli altri”  e “Pensare a livello globale ed agire localmente”. Un laboratorio di trasformazione sociale e umana.
Per le strade e i villaggi del Tamil Nadu è davvero possibile compiere un pellegrinaggio sulle orme tracciate dal Mahatma, ma emerge anche la necessità di una maggiore collaborazione fra coloro che lavorano per realizzare i suoi ideali.

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