Sul treno della vita

"Quanti momenti ho perso? Non so. Intanto comincio ad imparare da mio figlio". Confidenze di un amico.

Negli stessi posti delle fioriere ho preso l’abitudine di mettere delle vaschette per le briciole di pane e fette di lardo. Sul balcone c’è un crescente traffico di cinciallegre, merli, picchi, cardellini, una coppia di tortore; di tanto in tanto appare una ghiandaia, elegantissima per le ali nere e turchesi. Ciascun uccello ha il suo modo di dominare, di fuggire via. E ciascuno la sua voce. Le tortore, accanto alle rapide cinciallegre, sembrano goffe e inibite. Fuggono tutti via appena si avvicina, planando, una pesante cornacchia. Il picchio torna al suo martellio sul lardo. Preferisce lavorare da solo. Anch’io lavoro alla scrivania, ma in compagnia di questi ospiti ormai avvezzi ai miei movimenti. Mi spiano da dietro i vetri della portafinestra. Gli uccelli non vengono tutti alla stessa ora. Hanno le loro fasce orarie. Ormai conosco l’orologio della loro giornata. Tra la posta in arrivo trovo un’inattesa email di Federico, un amico del quale da anni non avevo notizie. Nella clinica dove dirige un reparto sta morendo Stanislava, una mia vecchia conoscente, e lui si premura di comunicarmelo. Giustifica il suo silenzio ai miei puntuali auguri per le feste come un modo per dirmi che non si era sentito degno della mia amicizia. Ma ora, accanto ad una mamma che si avvicina alla fine, sapendo quanto bene mi abbia voluto, Federico non ha tenuto conto delle barriere che lui stesso aveva alzato tra noi e scrive lunghe pagine. Il mio amico, guidato da una forte idea di perfezionismo, aveva intrapreso una strada di consacrazione a Dio fino al sacerdozio. Poi, vari fallimenti lo hanno convinto a lasciare il ministero per una vita più protetta, persuaso che non avrebbe resistito sotto il peso di una tale responsabilità. Mi scrive: Ora una pesante ombra di vigliaccheria mi perseguita. Per non soccombere mi sono buttato anima e corpo nel lavoro e nella famiglia. Questo è il mio mondo e questi i confini del mio vivere. Avevo regalato al mio secondo figlio di sette anni, una macchina fotografica, facile da usare. La prende in mano sorpreso. Poi, serio mi chiede: Papà, a cosa servono le foto?. Gli rispondo: A ricordare i momenti importanti!. Mentre così gli dicevo, mi è venuto in mente un fatterello che mi avevi raccontato proprio tu. Il tuo amico dentista, tornando da un viaggio a Parigi, ti aveva regalato un’acqua di Colonia scrivendoti nel suo biglietto augurale per i momenti importanti!. In attesa dei momenti importanti, dicevi che sono passati gli anni e un giorno hai trovato che la bottiglietta era vuota. L’alcol aveva roso il tappo. Tutto il contenuto era evaporato. Era rimasto il profumo del profumo. E i momenti importanti? Qualche giorno dopo, come medico, venni invitato ad una solenne messa presso una scuola per bambini diversamente abili. C’erano tutti gli ospiti della casa, il personale di servizio, i collaboratori ed ho assistito ad una scena interessante. Il sacerdote che celebrava, pur avendo davanti una maggioranza di bambini e ragazzi, parlava come se ci fossero soltanto adulti. Per di più cominciò a lamentarsi di quante cose non vanno, di come il materialismo stia uccidendo le tradizioni, di come il mondo vada verso la rovina, della corruzione dei politici, dell’insicurezza che ci opprime… Un bambino sui dieci anni, spastico, aveva fatto segno di voler parlare.Ma nessuno lo aveva notato. Finalmente si alzò in piedi e mettendo carica nella voce, nel modo come poteva: Non è vero che tutto va male, non è vero che tutto va male!. Qualcuno gli fece cenno di tacere. Lui si sedette, ma appena il sacerdote riattaccò il suo sermone, si rialzò e ripeté con forza: Non è vero che tutto va male!. Quello sarebbe stato un momento da immortalare con una foto da prima pagina e un titolo a caratteri cubitali. Mi scosse il fatto che nessuno avesse fatto caso al bambino. Nessuno. Nemmeno il prete. Pensai tra me e me quanta ragione avesse John Lennon a dire che le cose importanti della nostra vita accadono mentre noi siamo occupati in altro. Quella verità piena di ottimismo e saggezza gridata da un bambino considerato malato, passava, senza sfiorare il cuore di uomini che pensano, che decidono, che fanno grandi cose. Non fui capace di rimanere per il rinfresco. Ero sottosopra. Avevo bisogno di prendere una nuova rincorsa. Quella società sazia, sicura, distratta e superficiale mi aveva disorientato. E io non avevo nessuna parola da dire. Cos’era la mia vita? Avevo convinto me stesso e gli altri che ero tornato indietro dal mio ministero di sacerdote perché non me ne sentivo degno. Oggi direi che avevo paura dell’imprevedibile. Paura di entrare nella trama soffocante dei rapporti umani. L’imprevedibile tessitura di sentimenti, rabbie, tradimenti, amicizia, invidie. Non avendo in mano il bandolo della matassa i lati oscuri della società mi spaventavano. Era più facile percorrere strade conosciute. È la convivenza con il mistero che decide il binario del viaggio della vita. Oggi questo binario lo chiamerei vocazione. E la fede è proprio il coraggio di voler convivere con il mistero per capire da che fonte sgorga la verità. Tornato a casa, mio figlio mi viene incontro mostrandomi una foto del gattino mentre si lecca. Era entusiasta di questa foto, tutta sua. Avrà seguito il mio consiglio di cogliere i momenti importanti? Non so cosa stai pensando. Per quello che ti conosco, sono sicuro che non stai ridendo di me. Ma ti confesso che mi sembra di aver perso il treno della vita. Quanti momenti ho perso? Non so. Intanto comincio a imparare da mio figlio! Contemporaneo allo sgomento per la grave notizia di Stanislava, lo sfogo di Federico mi dà una grande gioia. Ripenso al suo entusiasmo giovanile. Alla sua voglia di cambiare il mondo. E ne discutevamo da Stanislava. Come faceva quella donna a sapere quando avevamo bisogno di lei? Con una minestra o con un dolce ci riportava sempre nel binario della realtà. Il mio sguardo si ferma e si sveglia su tre cinciallegre che fanno colazione. Eseguono un progetto iscritto nella loro esistenza. Vivono il loro tempo come vivo il mio. Per me è cominciata la stagione degli addii. Conoscenti, parenti, amici, uno dopo l’altro si stanno avviando verso il silenzio. Quale il senso del vivere e del morire? Ieri sera uno dei miei studenti, prima di mettersi in macchina per tornare al suo villaggio, si accende una sigaretta. È giovane, pieno di forze, studia con successo l’italiano che gli servirà forse soltanto per turismo, ha una bella famiglia. Per l’amicizia consolidata gli consiglio di non esagerare con il fumo. È ormai un’abitudine. Pensi che dovrei smettere?. Quando la vita pulsa rigogliosa non si pensa che potrebbe finire. Ed è giusto così. Un’indimenticata favola di Ervin Lázár, un grande ungherese morto recentemente, racconta di un merlo che vedendo nel bosco un bambino in cerca di un amico e temendo di non essere scelto, perché nero, si imbratta con vari colori per attirare il cuore del piccolo. Ogni giorno nuovi colori, ma lui non si accorge neanche di questo uccello così variopinto. Finché un giorno il bambino, malato e triste nella sua stanza, vede che sul davanzale della finestra la pioggia sta lavando i colori di un uccello che sta lì chissà da quanto tempo. Non è colorato, è nero! Grido di gioia e sorpresa: ecco l’amico che stava cercando, proprio un merlo nero! Ervin non si è mai colorato di moda e ideologie. È stato sempre sé stesso. Semplice, felice come chi non ha bisogno di stupire e stupirsi. Ha percorso il suo tempo, raccogliendo ciò che la vita gli offriva e restituendolo a tutti come dono. Eravamo amici. Per me la sua più bella favola era lui stesso. Se ci penso, ogni esistenza è una favola. Basta non dipingerla di colori che non le appartengono. Come Stanislava, nonna e madre, sempre attenta ai bisogni degli altri. Come Federico, che scopre che può imparare dal figlio. Come Stefan che forse non è rimasto indifferente al mio consiglio di non fumare. Vado in cucina a prepararmi un caffè. Quando ritorno alla scrivania le cinciallegre si stanno azzuffando. Sto osservandole e non mi sono accorto che un gatto con un rapidissimo salto tenta di afferrarle. Qualche piuma vola in aria. Stavolta devo intervenire. Il gatto salta giù dal balcone. Le cinciallegre tornano rumorose non appena lascio il balcone. Ce n’è una senza coda. Sembra che siano abituate agli assalti. Sentiranno che, assieme a Ervin, a Stanislava, a Federico, a Stefan, io sono parte della loro vita?

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