Studente fuori sede

Non sempre è facile, per chi viene da una piccola città, inserirsi nella capitale mantenendosi coerente alle proprie scelte.
Per i miei studi di medicina, dalla Sicilia mi ero trasferito a Roma da ormai quattro anni. Un po’ come tanti studenti fuori sede, anche per me era stato difficile allontanarmi da casa, dalle mie amicizie, dai ritmi della piccola città nella quale vivevo. Senza contare che agli inizi non era stato facile trovare una sistemazione.

 

Dopo un alloggio provvisorio presso una parrocchia, avevo accettato come una soluzione di comodo, benché non mi allettasse, l’offerta di una coppia di anziani. Cresceva in me un senso di solitudine; i pochi rapporti che ero riuscito a creare erano ancora distaccati e molto circostanziali. A questo si aggiungeva che le uniche persone con cui vivevo in casa quasi mi ignoravano: dalla signora che mi salutava distrattamente la mattina (premurandosi però di farmi trovare davanti all’ingresso il sacchetto della spazzatura da depositare nel cassonetto) al marito che si limitava ad un saluto indifferente quando al pomeriggio ritornavo dai corsi.

 

Nonostante tutto mi sforzavo di voler bene ad entrambi e anche di pregare per loro, convinto che era lì la prova del mio essere cristiano. Il sostegno più valido per non mollare mi veniva dalla comunità del focolare, nella quale frattanto mi ero inserito: inoltre avevo scoperto che nel mio stesso anno di corso c’erano altre due ragazze che condividevano gli ideali del movimento. Mi bastava guardare loro per mettere una carica d’amore in ogni rapporto.

 

Come quella volta alla stazione. Aspettavo il trenino per rincasare quando ho visto avvicinarsi alcuni miei compagni di corso insieme ad un ragazzo che non conoscevo, un altro fuori sede come me: si era fratturato la scapola e aveva una ingombrante ingessatura che lo vincolava nei movimenti. Meravigliato che nessuno si fosse offerto di portare il suo zaino, mi è venuto spontaneo farlo io. Quasi incredulo, l’altro mi ha sorriso e ringraziato.

Da quel giorno l’ho rivisto altre volte, diventando praticamente il suo “portaborse”. Non finiva mai di ringraziarmi, mentre a me pareva di fare la cosa più normale di questo mondo.

 

Una volta l’ho incontrato assieme alla madre che era venuto a trovarlo e alla quale mi ha presentato come «quel ragazzo di cui ti ho parlato» e ha insistito perché accettassi l’invito di pranzare insieme nella casa dove abitava con altri studenti.

Ero colpito dall’atmosfera familiare che lì si respirava: tutto l’opposto di quella del mio attuale alloggio. Quasi lo invidiavo. Dopo pranzo, mentre mi complimentavo col mio nuovo amico per la fortuna che gli era capitata, mi son sentito rispondere che, se volevo, si stava liberando un posto: infatti lui si sarebbe in breve trasferito in un collegio e stavano cercando un nuovo coinquilino per il mese seguente.

Per me è stato un regalo inatteso, e sproporzionato a quello che avevo cercato di dare. Ho pensato subito al centuplo promesso da Gesù a chi si sforza di essere coerente col Vangelo.

 

Quanto alla famiglia che mi ospitava, al momento del saluto finale, già pronto a sentirmi accusare di aver dato quasi nessun preavviso prima di trasferirmi, mi son sentito dire invece dalla signora: «Mi è dispiaciuto se ti sei trovato male, ma la decisione di affittare la camera l’avevo presa senza consultarmi con mio marito. Io ti avrei trattato come un nipote… comunque ci teniamo a dirti che tu non c’entri niente e che la camera libera non l’affitteremo più».

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