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Cultura > Cinema

Storie di giovani e di vecchi

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Non ci sono solo i blockbuster in sala o le commedie più o meno leggere. Ma escono pellicole sui drammi tra le generazioni e sul bisogno per i giovani di trovare un proprio percorso.

 

La guerra, l’ultimo conflitto europeo, i giovani sanno che cosa sia stato, o lo considerano una favola, un mito  lontano? Il bellissimo L’ultimo viaggio, struggente film di Nick Bakher Monteys si pone la domanda. Eduard Leander, 92 anni, è un vecchio scorbutico che rimane vedovo di colpo.  Niente pranzo di funerale, ma una decisione. Partire, dalla Germania, per un viaggio a Kiev, in Ucraina, lasciando un laconico biglietto alla figlia Uli. Lo raggiunge in treno la nipote Adele, una ragazza che fa la barista, passa da un uomo all’altro, non sa nulla del passato del vecchio, con cui non lega. Il nonno non si convince a restare, lei rimane con lui in treno fino a Kiev.

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Dove, siamo nel 2014, scoppia  la guerra tra filorussi e filoucraini. In treno, Adele incontra  Lew, russo e ucraino al tempo stesso, giovane disincantato che si aggiunge alla ricerca di Svetlana, l’innamorata del nonno, che non la vede dal 1946. Il viaggio, tra paesaggi lenti e uniformi e il cielo grigio, è difficile: incontri con i ribelli, passaggi al confine russo di notte, visita al cimitero dove sono sepolti i genitori di Svetlana, ma lei non c’è.  La ragazza apatica  comincia a capire qualcosa del nonno, del passato, delle guerre civili perchè il vecchio si va svelando: chi lo considera un eroe, chi un  traditore, ha passato sette anni in un gulag sovietico. Sarà la scoperta della durezza del passato,della vita, la necessità del ricordo e degli affetti. Il vecchio ritroverà  l’antico amore da cui  è nata una figlia? Anche Uli raggiunge Adele e il nonno, la famiglia si ricompone, c’è dialogo, ma tutto ha un prezzo. La verità quando appare è scomoda, apre gli occhi ai giovani che non possono rinnegare le radici e spiana i dolori ai vecchi. Denso come solo un racconto di viaggio sa esserlo, delicato nell’indagine del cuore umano, giovane o anziano che sia, svelto e ritmato, il film è un discorso accorato sulla perdita d’identità dei giovani, sul bisogno della memoria degli anziani, di illuminarne la solitudine. Adele matura, finisce per voler bene al nonno, per sapere cosa c’è stato prima che lei venisse al mondo. Una sceneggiatura agile, sospesa,  rivela il rapporto tra passato e presente, fra l’Ucraina di adesso e la guerra passata. Rimane attuale il dolore di tutti, giovani e anziani, e la vita come un viaggio lento in auto tra le pianure, dove non si sa se ci si rivedrà  ancora. Fantastici gli attori, in particolare il vecchio Jurgen Prochnow. Esce il 29 marzo.

 

Ancora un giovane, questa volta in Francia nell’opera prima, pluripremiata, di Hubert Charuel, Petit Paysan. Pierre è un trentenne che da sempre lavora nell’azienda agricola di famiglia. Innamorato del suo lavoro con le mucche, le chiama per nome, le sogna, le cura con passione.

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Non ha quasi vita sociale, ha un rapporto difficile con la sorella veterinaria. La macchina da presa indugia volentieri in primi e primissimi piani sul ragazzo e le sue mucche, sul lavoro quotidiano ripetitivo, appassionato ma anche sempre nuovo. È un altro mondo, un mondo di amore per la natura.  Ma quando una epidemia sconvolge la Francia e tocca anche una sua mucca, Pierre entra nella tragedia. La uccide, la seppellisce, vuole fare lo stesso con le altre, nasconde tutto ai funzionari e alla sorella. Il gioco non può durare all’infinito e il film, che ha preso il tono del trhiller, vede il giovane perdere anche l’ultimo nato, il vitellino che ama come un figlio.  Quale futuro lo attenderà?

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Pieno di poesia e di passione, di dramma e di sospensione, il racconto non ha un attimo inutile e costringe a commuoversi di fronte al giovane, al suo tormento per veder svanire il suo sogno. Il film diventa allora metafora universale dei desideri infranti dei giovani di fronte ad un mondo industrializzato anche nell’agricoltura, che rende tutto disumano, lasciando forse un briciola di speranza  per sognare ancora a Pierre, un perfetto Swann Arlaud. E nello stesso tempo mostra il volto profondo della Francia contadina, forte, ricca di risorse e di problemi. Lontana dai riflettori, ma cuore pulsante di un Paese che non è solo Parigi.

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