Storie di ordinario eroismo

Yannick Clabaut, francese, e Fatima Da Silva, brasiliana, sono i responsabili dei Focolari in Burundi, al cuore di una comunità che è nata, ha messo radici e si è irrobustita in mezzo alle difficoltà di un conflitto etnico che da trent’anni riesplode ora in un punto ora nell’altro del territorio. È dagli inizi degli anni Settanta, infatti, che i primi semi dell’ideale del mondo unito si diffondono nella nazione, portati da alcuni Padri bianchi in contatto con la cittadella di Fontem. Nel 1979, le focolarine si stabiliscono a Gitega, al centro del paese; successivamente arrivano i focolarini. Un fatto provvidenziale: già da allora, dopo aver ottenuto l’indipendenza dal Belgio, sono iniziate le prime lotte di potere tra le tribù. “Non si potrà mai sapere – dice Yannick – quante persone sono state aiutate da questo spirito di unità ad attraversare gli eventi violenti di rivalità etnica divampati già nel 1972. Per non parlare poi del conflitto scoppiato nel 1993, e non ancora finito. Fin da allora, le nostre comunità hanno convissuto nell’armonia e nel rispetto reciproco, anche aiutandosi tra loro concretamente”. Pare impossibile. Chiedo loro come faccia questo piccolo paese africano di appena sei milioni di abitanti, esteso quanto il Belgio e schiacciato, quasi compresso, tra colossi come il Congo e la Tanzania, a “reggere” il peso di una guerra che ha provocato molte migliaia di vittime, e centinaia di migliaia di persone in fuga, sfollate all’interno o rifugiate nei paesi confinati. “Ogni risposta – interviene Fatima con sconcertante semplicità – sarebbe imparziale e forse fuorviante. Dietro la guerra etnica si nascondono interessi economici molto vasti. Ciò che ci è dato di vivere è condividere con la nostra gente questa esperienza di difficoltà estreme, del “perdere” tutto: casa, campi, affetti. È mangiare solo un pasto al giorno, non avere notizie per giorni delle persone a noi più vicine, costrette a scappare dalle loro case”. Dalla capitale, considerata relativamente sicura perché difesa dall’esercito regolare, riescono a mantenere in tutto questo tempo i contatti, e persino a portare avanti la vita del movimento nelle sue varie manifestazioni. “Ma in quest’ultimo anno, la stessa Bujumbura – prosegue Yannick – è stata oggetto di attacchi violenti e prolungati tra i ribelli delle Forze di liberazione nazionale (Fnl) e l’esercito regolare. Il primo di questi assalti si è verificato durante la settimana di Pasqua. Le bombe cadevano a pioggia, e noi avevamo davvero paura”. “Per quella settimana – ricorda Fatima – avevamo dato appuntamento ai nostri giovani per trascorrere alcuni giorni insieme. Nonostante il pericolo, sono intervenuti in gran numero, da tutto il paese. La sera del giovedì, mentre eravamo tutti in chiesa per assistere alla liturgia, iniziarono a farsi sentire i primi colpi di cannone che dalle colline circostanti sparavano sulla città. La “lavanda dei piedi”, il gesto di pace che in quel momento ci siamo scambiati, sembrò suggellare in noi il proposito di voler dare la vita gli uni per gli altri, se fosse stato necessario”. Gli eventi precipitano. Non è più possibile ripartire, e i giovani trovano ospitalità nei due focolari. “Con qualche difficoltà, alla fine della messa siamo comunque riusciti a rientrare a casa con i giovani quando – prosegue Yannick -, uno di loro è venuto a sapere che sotto le bombe era morta la cognata, e che un nipote di 8 anni era gravemente ferito. Non ci rimaneva che pregare. Abbiamo recitato il rosario tutti insieme nella sala centrale, ben protetta da un grosso solaio di cemento. Una bomba è caduta sul negozio di fronte, per fortuna senza danni alle persone. Quando è tornata la calma, siamo andati ad aiutare i proprietari a recuperare la merce”. L’attacco della seconda settimana di luglio è ancora più violento. “Quante volte – riprende Fatima – abbiamo potuto sperimentare l’amore personale di Dio per ciascuno! Continuavano a confluire nei nostri focolari giovani ed intere famiglie. Si sentivano più sicuri, perché sostenuti dalla forza della comunione tra tutti”. “In tutto questo tempo – aggiunge Yannick – ci siamo lasciati condurre da un breve motto, un passaparola, che la mattina riuscivamo a far circolare nella comunità. Un giorno, ricordo, era: “Tranquillizzarsi nella volontà di Dio dell’attimo presente”. Fiacre, uno dei nostri ospiti, è venuto a sapere che i suoi anziani genitori non erano riusciti a mettersi in salvo nel quartiere dove dalla notte precedente continuavano a cadere le bombe. Abbiamo affidato al Signore questa preoccupazione del nostro amico, che era anche la nostra. Dopo tre giorni, li vediamo arrivare da noi, sani e salvi anche se molto provati. Non essendo riusciti a scappare in tempo, erano rimasti chiusi per tre giorni e tre notti senza cibo nella loro vecchia casa. “Ma non abbiamo mai perso la speranza – ci hanno raccontato -. Abbiamo pregato tanto!”. Finché una bomba caduta sulla casa li ha obbligati ad uscire”. “Non c’era né luce ne acqua in tutta la città. Ma – continua Fatima – la provvidenza ha continuato a farsi presente da diverse parti, anche dall’interno del paese, con carbone, fagioli, generi di prima necessità. Nel nostro focolare c’era anche una famiglia con cinque bambini. La mamma era in attesa di una nuova creatura, che è nata a casa nostra. Questa nascita ha creato tra tutti un clima di gioia; le mamme si sono date da fare per procurare alla piccola il corredino necessario, e c’era chi, senza misurare la fatica ed il rischio, portava qualcosa che potesse essere utile. È stata una bella testimonianza di amore scambievole tra le due etnie”. “Il giorno seguente, il passaparola ci invitava ad “adeguarci alla volontà di Dio nell’attimo presente”. Eravamo ormai una cinquantina tra adulti e bambini, e per appunto “adeguarci” cercavamo di non esporci inutilmente alle bombe, restando nella grande sala degli incontri, più protetta. Mentre eravamo lì, una pallottola vagante ha però sfiorato la gamba di Dieudonné, senza ferirlo”. Cessati i combattimenti, i quartieri cercano di organizzare la difesa in caso di nuovi attacchi. “Così, un giorno – prosegue Fatima – ci è giunto l’invito a partecipare a un incontro del comitato civile di quartiere. Non era mai successo, anche perché alcune di noi non sono di nazionalità burundese. Anche lì dovevamo portare la nostra testimonianza cristiana. Abbiamo deciso che una di noi partecipasse all’incontro, in rappresentanza di tutte. “Tutto lì parlava di morte – ci ha poi raccontato al ritorno – e l’atmosfera era ovviamente molto tesa. I capi del quartiere avevano esordito invitando i genitori a dare le armi ai giovani e chiedendo loro anche un contributo in denaro. Ho domandato a quel punto la parola, e ho parlato loro dei tanti burundesi, giovani, famiglie, bambini che in tutto il paese vivono per la pace. Ho concluso dicendo che anche il papa ci ha proposto il rosario come arma potente per la pace, e li ho invitati a casa nostra per le 18: avremmo potuto pregare insieme per ottenere la pace. Non sapevo come avrebbero reagito, perché sentivo intorno a me un grande silenzio. Alla fine, un applauso, sincero, quasi di liberazione. L’unico discorso ad essere applaudito è stato il mio””. E, quella sera, tanti nuovi amici del quartiere si uniscono alla preghiera per la pace in quella piccola casa di pace. NEL SOTTOSUOLO LE VERE CAUSE Si dice che in Burundi la guerra abbia carattere esclusivamente etnico. In realtà, sono enormi gli interessi economici che quel conflitto nasconde e protegge. La pace è ostaggio di piccoli gruppi estremisti – dall’una e dall’altra parte – che hanno dalla loro il potere delle armi. Ma le vere cause del conflitto vanno ricercate altrove. Non a caso nel 1972 alcune compagnie minerarie individuavano i primi giacimenti di nickel. In alcune zone, che comprendono un quarto dell’estensione del paese, si nasconderebbero giacimenti che potrebbero produrre un quantitativo di minerale tale da far schizzare il quarto paese più povero del mondo al terzo posto dei produttori mondiali di nickel. Oltre ad esso, l’oro ed il platino sono presenti in grande quantità sotto le “verdi colline” del Burundi. E la lotta in atto è semplicemente una guerra per il loro accaparramento. Ma se la guerra ha fatto del Burundi il paese con il più basso reddito pro capite del pianeta, le prospettive di pace non sembrano riserbargli sorte migliore. Lo sfruttamento minerario costringerebbe infatti migliaia di persone a perdere le proprie terre. Una prospettiva che rischia ancor più di stravolgere i già fragili equilibri etnico- demografici del Burundi.

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