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Cultura > Cinema

Storie americane sul grande schermo

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Il genere thriller funziona sempre. Anzi, con gli anni, si arricchisce di sfumature. In sala, “La memoria dell’assassino” e “Cult Killer”.

L’attore statunitense Michael Keaton alla prima di “Dumbo” a Hollywood, California, 11 marzo 2019. Foto: EPA/ETIENNE LAURENT via Ansa

Può succedere a tutti di perdere la memoria: demenza senile, o Alzheimer galoppante, inatteso e perciò più bruciante. Specie se il sicario John Knox, che vive solo, ha un figlio che non lo ama e lo cerca solo per bisogno, e quindi, mosso da una disperata volontà di auto-redimersi, deve salvare il ragazzo che ha commesso un crimine e ha dei killer spietati che lo cercano per vendicarsi.

John ha degli amici che lo aiutano a dipanare la ragnatela intricata in cui vive lui e vive il figlio ma deve fare i conti con la malattia irreversibile che lo porta a dimenticare e a confondere tutto. John è anziano, la mano è sempre ferma ma non lo sarà per molto. È diventato un uomo fragile che si imbroglia, combina pasticci: alla fine un briciolo di umanità resiste in lui. Vuole salvare quel figlio che del resto nel passato lo ha denunciato e gli ha fatto passare sei anni in prigione. È una sorta di auto-redenzione questa di John che ha come amico un altro vecchio (Al Pacino) molto più vigile di lui, interpretato con forte spessore umano da Michael Keaton.

Un film teso, come dev’essere, imprevedibile, anche mortale. Resta il volto di Keaton a dare forma e vita alla fragilità di un uomo che sta perdendo tutto, la lucidità, il ricordo, come succede anche oggi a tante persone.

L’attore spagnolo Antonio Banderas all’arrivo al Premio Squire Man of the Year 2023, a Madrid, Spagna, 7 novembre 2023. Foto: EPA/Daniel Gonzalez via Ansa

Altre fragilità dominano l’indagine ad alto rischio in Cult Killer, dove il vecchio Antonio Banderas è il detective Michael Tallini, fatto fuori da una organizzazione di trafficanti di esseri umani, spietata ed efficiente. È un film di donne, soprattutto: le assassine e lei, la poliziotta Cassie Hult (Alice Eve) che le cerca, brillano lungo il formidabile intreccio che crea una tensione (non eccessiva, però) costante nel racconto tra fughe, morti, sorprese.

Insomma, il mondo nero della violenza che viene combattuto dai “buoni” senza mezzi termini. Ma soprattutto con intelligenza. Già, perché qui le persone, buone o cattive che siano, riflettono ed ogni mossa anche quella più pericolosa deriva da una acuta, rapida riflessione. Diretto da Jon Keeyes il film corre che è un piacere, e per chi ama il genere è un buon prodotto estivo, originale nel presentare non solo le vittorie ma pure le fragilità.

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