Storia di due papi

Da rivedere I due papi di Fernando Meirelles su Netflix.

Candidato agli Oscar 2020 il film è una appassionata rivisitazione della figura del papa attraverso due personalità come Ratzinger e Bergoglio. Racconta la storia di una amicizia difficile, nata lentamente a Castelgandolfo nell’estate del 2012. Bergoglio viene a Roma per chiedere di rinunciare a fare il vescovo e tornare parroco, Ratzinger non lo capisce, anzi lo rimprovera per alcune sue uscite ed interviste e per la sua visione di chiesa. Il teologo tedesco, fine e riservato, e l’argentino popolare non si capiscono. Ma poi comprendono di essere più vicini di quel che credono e arrivano a gesti di amicizia: una pizza insieme vicino alla Sistina, una partita Argentina-Germania davanti al televisore.

Questa è fiction, ovvio. Eppure insiste su punti caldi (scandali sessuali e finanziari) di due pontificati in continuità, anche se le differenze fra i due papi ci sono, eccome, e il film tendenzialmente è favorevole a Bergoglio. Ne mostra l’impegno durante la dittatura, l’amore per i poveri, le difficoltà dentro la Compagnia, le crisi di fede. Ratzinger appare pieno di dubbi, senza luce, chiuso e incerto. Il film ripercorre i due conclavi nella Sistina (in realtà nella Reggia di Caserta) con esattezza, ma si prende alcune libertà: la comunione data da Bergoglio al dittatore Videla (mai esistita) e il rimprovero a Ratzinger di non aver fatto nulla contro padre Maciel (vero il contrario).

Al di là di queste  licenze, il racconto fila che è un piacere, gli interpreti  pure, sia Anthony Hoptkins (Ratzinger) che il somigliantissimo Bergoglio di Jonathan Pryce (lo ricordate come Grande Passero nel Trono di spade?), grazie ad una fotografia luminosa e di vasto respiro e alla perfezione costumistica. A parte qualche  leggenda (Bergoglio che appena eletto dice: «È finito  il carnevale»), si tratta di un lavoro – di stampo chiaramente anglosassone – che fa pensare, sorridere e distendere.

 

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